Un filetto stampato in 3D: ecco il futuro dell’alimentazione

Tutto molto bello, in apparenza, ma… mi chiedo: le proteine di sintesi che apporto nutrizionale possono dare?
mauro

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Un filetto stampato in 3D
ecco il futuro dell’alimentazione

Il multimilionario Peter Thiel, tra i primi a scommettere sul successo di Facebook, si prepara ad investire sul cibo del domani. Non sarà più necessario uccidere un animale per mangiare una bistecca: una start-up statunitense assicura che avremmo bisogno solo di premere un bottone

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Vegetariani di tutto il mondo preparatevi: presto nella vostra dietà potrà esserci anche la carne. Peter Thiel, cofondatore di Pay Pal e tra i primi a scommettere sul successo di Facebook, ha deciso di investire sul cibo del futuro. Basterà premere un bottone e dare il via ad una stampante 3D per avere nel nostro piatto l’esatta copia della bistecca a cui siamo abituati: stesso gusto, stesse proteine, stessa consistenza. Apparentemente la differenza è solo una: non sarà necessario uccidere e allevare nessun animale.

Le prospettive del cibo artificiale vengono esplorate da tempo, ma l’applicazione della stampante 3D è una novità della Modern Meadow, una start-up statunitense che ha lanciato il progetto della ‘carne tridimensionale’. Alla loro idea si aggiungono le risorse, tra i 250.000 e i 350.000 dollari, che Peter Thiel ha assicurato tramite ‘Breakout Labs’, un fondo che promuove le tecnologie rivoluzionare e l’innovazione scientifica.

Le stampanti 3D sono già state utilizzate nel campo medico con gli impianti o per creare scarpe, armi e pezzi di biciclette. Secondo la Modern Meadow produrre un filetto non dovrebbe essere più difficile: “La carne è un tessuto post mortem, la vascolarizzazione del prodotto finale è meno critica di quello che avviene per le applicazioni mediche”. Per la fondazione Thiel è un modo per “avere sempre una fonte sostenibile di proteine animali per i consumatori di tutto il mondo.”

Non solo un modo per diventare ricchi secondo quando dichiara Andras Forgacs, il co fondatore di Modern Meadow: “Se si guarda all’intensità delle risorse che si utilizzano per un hamburger ci si rende conto che siamo di fronte ad un disastro ambientale”. Insomma, secondo i promotori, l’idea avrebbe effetti positivi sia sul problema alimentare che su quello ambientale. Resta da chiedersi se gusto e cultura del cibo saranno d’accordo.

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fonte repubblica.it

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STRANO MA VERO – Il cibo è davvero biologico? Te lo dice l’iPhone con Lapka

Il cibo è davvero biologico? Te lo dice l’iPhone!

Il cibo è davvero biologico? Te lo dice l’iPhone!

È un kit di 4 sensori in grado di testare il cibo che stiamo per mangiare

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di

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Con tutti i pesticidi usati nel corso degli anni, l’inquinamento ambientale, i prodotti geneticamente modificati, le colture e gli allevamenti “pompati” con chissà quale diavolerie chimica o tecnologica, non sappiamo davvero più cosa compriamo e soprattutto cosa mangiamo. Uno strumento “investigativo” personale a misura di iPhone, quindi, non è un’idea malvagia.

Mangio o non mangio? – Non siamo i soli ad avere qualche dubbio sulla qualità del cibo che mangiamo. Anche Vadik Marmeladov, l’inventore di Lapka, deve aver avuto il sentore che qualcosa non andava in quello che ingurgitava. Lui però, a differenza nostra, si è dato da fare e ha progettato un kit di sensori speciali a misura di iPhone che, con lo zampino di un’applicazione sviluppata ad hoc, è in grado di valutare se un alimento è davvero biologico, o è solo un’etichetta per vendere di più e a un prezzo maggiorato.

Sentiamo un po’… – I quattro sensori, lavorando all’unisono, sono in grado di fare un check-up istantaneo al cibo. Basta collegarli all’iPhone, come una normale periferica, infilzare la sonda d’acciaio nell’alimento che desta qualche sospetto e aspettare il responso sulla concentrazione di nitrati, ossia quelle sostanze solitamente usate nei fertilizzanti chimici. Gli altri tre sensori non sono lì, ovviamente, per bellezza e, nel frattempo, misurano la temperatura, l’umidità ambientale, le radiazioni e le frequenze elettromagnetiche. So a cosa stai pensando… lo voglio anche io! Bene, sembra che il kit per fare la radiografia al cibo sarà disponibile entro l’anno al prezzo di circa 200 dollari. Neanche tanto…

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fonte jacktech.it

Da Google un nuovo browser per esplorare il corpo umano

per provare l’applicativo clicca qui

Da Google un nuovo browser per esplorare il corpo umano

http://infosannio.files.wordpress.com/2010/12/corpo-umano.jpg?w=300&h=223

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C’erano una volta le immagini del corpo umano del libro di scienze. Scheletro, organi, arterie e vene. Ora quei tomi che tutti abbiamo almeno sfogliato rischiano di essere mandati in pensione da Google. Il colosso del web ha infatti sfornato una nuova applicazione che promette di rivoluzionare l’insegnamento dell’anatomia umana. Il software si chiama Google Body Browser e permetterà di visualizzare il funzionamento del corpo umano in tre dimensioni. Si tratta, in sostanza, di una sorta di Google Earth. Solo che invece di montagne, strade e porzioni di città, sullo schermo del computer sarà possibile visualizzare cuore, fegato e polmoni.

Una sonda virtuale per esplorare l’uomo

Navigare all’interno del modello anatomico sarà intuitivo, soprattutto perché l’internauta dispone degli stessi comandi di esplorazione di Google Earth: si potranno utilizzare i puntamenti del mouse, lo scroll e lo zoom per ingrandire determinati dettagli. Il risultato è la visualizzazione del corpo umano in tre dimensioni e in sezione: chi usa il servizio potrà osservare la superficie cutanea, soffermarsi sui vari strati delle pelle, arrivare ai muscoli e ai nervi, studiare il funzionamento delle articolazioni, stupirsi dinanzi al flusso del sangue nelle arterie e nelle vene. Non finisce qui. Perché cliccando sui singoli elementi del corpo umano compariranno schede di approfondimento.

COME FUNZIONA. Google Body, comunque, richiede alcuni accorgimenti. Per funzionare ha bisogno di un browser che supporti WebGL (permetterà alla grafica in 3D di essere visualizzata su una normale pagina web senza la necessità di possedere particolari plug-in come Flash o Java) per cui è necessario scaricare Firefox 4.0 beta, Safari Nightly Build oppure Chrome Beta.
La curiosità: per ora si può esplorare solo un corpo femminile. Ma Google promette di aggiungere presto anche il corrispettivo maschile (in effetti è stato fatto; nota di mauro). (di Manuela Sasso – lettera43.it)

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INCHIESTA L’ESPRESSO – Quanta chimica in quella mela / UNA ALTERNATIVA – Una spruzzata d’ozono per lavare frutta e verdura


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Quanta chimica in quella mela

Frutta che sembra di plastica, peperoni patinati, pomodori tutti uguali. Dalla pianta al frigorifero, passando per i fitofarmaci, sulle nostre tavole i prodotti sono belli e durano tanto. Ma i rischi  ci sono. Ecco quali e cosa fare per evitarli

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di Agnese Codignola

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Una mela, ci pare il più semplice dei frutti. Eppure in quelle che vediamo nelle ceste del supermercato c’è qualcosa di innaturale: come mai sono tutte identiche, lucide al punto giusto, perfette? E come le mele tutto il resto: frutta e verdura sembrano giochi in plastica, privi di difetti, lucenti e omologati. Qualcosa deve essere accaduto nel tragitto dall’albero al carrello. In che modo si ottengono prodotti che sembrano tanto innaturali ma che sono capaci di resistere per giorni dentro al frigorifero come se fossero appena colti? Quanta chimica ci vuole per giungere a quel risultato? E si tratta di una chimica buona o pericolosa?

Bisogna tornare sul campo. Per seguire il destino di questa mela. Che in questi aspetti ha una storia del tutto simile alla fragola, all’arancia, alla pera o alla pesca. Così facendo scopriamo che per arrivare a quel frutto, l’albero spesso è stato trattato con fitofarmaci, che lo hanno aiutato a tenere lontani le erbe infestanti, gli insetti, i funghi, i vermi. E che consentono agli agricoltori produzioni costanti e prodotti, in buona parte, integri. Si tratta di sostanze sottoposte a normative europee che fissano limiti molto rigidi, usate praticamente in tutte le colture non biologiche.

Questi prodotti, sparsi variamente sulle piante o nel terreno, per periodi di tempo più o meno lunghi, si ritroveranno inevitabilmente anche nel frutto. E da anni si discute su quali siano i meno dannosi per la salute e di come e quando debbano essere somministrati. Oggi però l’utilizzo dei fitofarmaci è largamente sorvegliato e le autorità sanitarie hanno potuto disciminare tra quelli che causano malattie anche molto gravi come il cancro e quelli, invece, che sembrano innocui. La questione, comunque è ancora aperta: e il desiderio di mettere in tavola prodotti senza fitofarmaci alimenta il boom del biologico, così come un gran numero di ricerche che puntano a cercare sostituti validi per i chimici.

Come spiega Daniele Spadaro, esperto di tecnologie per la lotta integrata della facoltà di Agraria dell’Università di Torino: “Fino agli anni Novanta in Europa erano permessi circa 800 prodotti tra insetticidi, funghicidi ed erbicidi, ma le normative via via introdotte hanno ridotto il loro numero a 200 circa, eliminando quelli più discussi e facendo sì che i prodotti siano uguali per tutti nei dosaggi. Così a partire dal 2005 si è assistito a un graduale adeguamento delle filiere. Il risultato è che oggi meno del 2 per cento dei campioni analizzati in Italia presenta tracce di agrofarmaci superiori ai limiti consentiti. E va ricordato che questi limiti consentiti, in base alle disposizioni europee, sono comunque molto bassi e inferiori da cento a mille volte rispetto alle dosi che possono provocare danni alla salute”.

L’Agenzia per la Sicurezza alimentare (Efsa9), del resto, di recente ha confermato che le cose in Europa vanno abbastanza bene. Secondo l’ultimo rapporto annuale, relativo al 2009, la conformità ai regolamenti comunitari continua ad aumentare e il 97,4 per cento degli oltre 68 mila campioni analizzati per più di 800 sostanze rientra nell’ambito dei limiti, con un aumento di un punto percentuale rispetto all’anno precedente. Non solo: il 61,4 per cento dei campioni è risultato del tutto privo di residui misurabili.

Ma torniamo alla nostra frutta. Trattata se non biologica, cresce e si avvicina al momento della raccolta. E qui interviene il produttore, che separa il raccolto in base al calibro e all’aspetto in tre categorie principali: quelle un po’ ammaccate, cosiddette di primo prezzo, che finiranno nei reparti dove vince la convenienza, quelle normali, le più vendute, e quelle di alta gamma, che avranno caratteristiche ricercate e prezzi conseguenti. Spiega Marco Hrobat, agronomo e vicepresidente dell’Associazione Nazionale Direttori Mercati all’Ingrosso: “La scelta di vendere prodotti tutti uguali è dettata da logiche commerciali, che la grande distribuzione e non solo quella, negli ultimi anni, ha esasperato. Le mele devono essere lucide, le arance grandi (ma più sono piccole e maggiore è la concentrazione di antiossidanti), le prugne ricoperte da cera e così via”.

Insomma le regole del marketing vogliono che la frutta e la verdura debbano essere per forza sempre più simili a prodotti quasi ideali. Ma per giungere a un simile risultato non basta la selezione: ci vogliono la chimica e la fisica. Spiega Hrobat: “In generale, i trattamenti effettuati dopo la raccolta vanno dal lavaggio alla spazzolatura, all’eventuale aggiunta di prodotti chimico-naturali in grado di proteggere il prodotto da attacchi di funghi, batteri e altre avversità naturali durante lo stoccaggio. Non solo: spesso vengono aggiunte sostanze naturali come la cera o la gommalacca per esaltare l’intensità del colore del vegetale e fargli acquisire così un particolare aspetto lucido e invitante”.

I produttori adottano quindi diverse strategie per conservare frutta e verdura, e per fare apparire la propria merce più invitante. Prendiamo i peperoni: possono essere dolci o piccanti, di piccolo o grande volume, di forma cuboide, conica più o meno regolare, piramidale, allungata o breve, di colore rosso, giallo, verde, bruno o scuro, e in effetti ormai la maggior parte di mercati e supermercati ne offre assortimenti che sono una festa per gli occhi. Tutti, però, se non biologici, sono nati da piante trattate e sono stati lavati e lucidati per bene, al punto che spesso il colore finale è nettamente più chiaro rispetto a quello originario. Una volta sul bancone, poi, è probabile che i peperoni vengano sottoposti a frequenti rinfrescate con apposite nebulizzazioni di acqua, anche perché una volta raccolti non durano di solito più di 15 giorni, cioè tendono ad avvizzire velocemente e devono essere mantenuti giovani almeno di aspetto il più a lungo possibile, soprattutto se il locale del negozio non è adeguatamente refrigerato (fatto che accelera la maturazione).

Subire trattamenti sul “banco” è routine per la gran parte dei prodotti. Come commenta Hrobat: “Per ammaliare l’acquirente e invogliarlo all’acquisto, i supermercati adottano molteplici accorgimenti come l’uso di lampade con luminosità tale da amplificare e far risaltare meglio i colori e la nebulizzazione o l’umidificazione automatica dei banchi, pratica diffusa per mantenere idratato il prodotto, anche se ciò comporta un rischio perché l’acqua può favorire fenomeni di marcescenza e attacchi fungini”.

Frutta e verdura che occhieggiano dal bancone del supermercato ha dunque subito trattamenti chimici nel campo, poi fisici e chimici durante la conservazione e poi ancora fisici nel momento della vendita. Di tutto questo restano tracce che non dovrebbero rappresentare un pericolo per la salute. Ma resta il fatto che molti di noi preferirebbero che la chimica restasse fuori almeno da questi alimenti. Risponde Hrobat: “Il consiglio migliore che si può dare è quello di acquistare dove c’è chiarezza sui controlli, per esempio perché è indicato in etichetta. E poi di rivolgersi a fornitori di fiducia, tenendo anche presente che più la filiera è corta e minori sono i trattamenti necessari. Inoltre il consumatore deve informarsi sulle caratteristiche dei singoli vegetali e non aspettarsi cose che in natura non esistono: per esempio, fragole e ciliegie comunque trattate durano solo pochi giorni, mentre le arance e le mele molte settimane”.

Per chi vuole evitare qualunque rischio e non è diffidente se vede una mela un po’ bitorzoluta e opaca, commenta Spadaro: “Ci sono comunque i prodotti biologici, che rappresentano ormai una fascia importante di mercato e che non entrano in contatto con agrofarmaci. E ci sono quelli derivanti dalla lotta integrata, che alterna trattamenti chimici con metodi fisici e biologici come l’uso di insetti e, soprattutto, che prevede che tali trattamenti vengano fatti non sempre, come avviene nelle colture tradizionali, ma solo in caso ve ne sia una reale necessità. Per questi prodotti, purtroppo, non esiste ancora un’uniformità né un marchio europeo, ma la loro presenza sul mercato sta aumentando sempre di più”.

Infine, la verdura e ormai anche la frutta non sono solo selezionate, ma per chi le vuole anche pulite e pronte per l’uso. Gli italiani amano molto le confezioni pronte, come dimostra il fatto che il loro consumo è in aumento costante e che sono i primi a livello continentale per volumi di vendite, a scapito di quelle fresche ma da lavare. In generale si tratta di prodotti adeguati, però, sottolinea Spadaro, “ogni passaggio che comporta acqua rappresenta un rischio potenziale per la crescita di microrganismi ed è quindi bene assicurarsi che non vi siano rotture del sacchetto o vapore acqueo all’interno, che può indicare l’interruzione della catena del freddo nella lavorazione (vanno lavate a temperature vicino allo 0C), lavare comunque il contenuto e consumarle entro 48 ore”. L’Italia circa un anno fa ha adottato una normativa molto severa su tutta la lavorazione e la commercializzazione di questi prodotti, anticipando leggi europee che per ora non ci sono, quindi anche in questo caso la sicurezza dovrebbe essere in aumento.

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Una spruzzata d’ozono per lavare frutta e verdura

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di Sara Della Torre

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In tavola, mele e arance disinfettate e sane. La strada alternativa all’uso di pesticidi passa da Como. E’ un’idea lariana la realizzazione di un impianto ad ozono progettato per disinfettare frutta e verdura, eliminando alla radice l’uso di trattamenti chimici.

«Una mela subisce 20 trattamenti chimici, quando è ancora sulla pianta, e un trattamento nelle celle frigorifere per bloccare il processo di maturazione – spiega Cesare Catelli, laureato in Scienze Biologiche, amministratore e direttore della “Pc Engineering”, pronta a lanciare sul mercato l’impianto – Sono troppe le sostanze chimiche, utilizzate in campo agricolo per la crescita e la conservazione di frutta e verdura». Dunque, l’ozono come via d’uscita all’uso esagerato di pesticidi e come gancio per aprirsi un varco nel mercato. Una soluzione vista di buon occhio anche dalla Comunità Europea, che, in materia, sta stilando una lista di prodotti chimici vietati, perché cancerogeni per la salute dell’uomo.

L’azienda, nata nel maggio scorso e trasferita a Comonext, nel Parco Scientifico Tecnologico di Lomazzo, è costituita da tre persone. «Se la macchina vende, assumeremo personale. Ad oggi, abbiamo due vantaggi: l’utilizzo di laboratori attrezzati e il costante contatto con l’Università agli Studi Insubria di Varese e l’Università della Tuscia a Viterbo». «A Comonext ci sono molte possibilità di contatto e di sperimentazione delle proprie idee. Vorrei che il polo avesse maggiore visibilità, per dare alle aziende insediate qui, più occasioni di confronto con altre realtà innovative». A parlare è Valentina Livio, 36 anni, che lavora per “PC Engineering”, sbarcata a Comonext.

La neo impresa, ad ottobre, ha vinto un premio come idea più innovativa nel settore della logistica e della conservazione di alimenti, in occasione del “Macfrut”, la fiera internazionale di settore, organizzata ogni anno a Cesena. La piccola impresa, nel suo business plan, prevede un investimento di circa 100 mila euro nei primi due anni, con una previsione di fatturato per il periodo successivo di circa 400 mila euro. L’impianto è venduto ad un costo di 10 mila euro e viene proposto alle aziende in sostituzione del costo fisso per l’acquisto di prodotti chimici, valutato attorno ai 5 mila euro annui. Il mercato di riferimento è italiano, dove c’è la più alta percentuale di produttori di frutta e verdura biologica di tutta Europa.

Come reagiscono i potenziali clienti alla proposta di innovare il processo di produzione, in versione “green”? «Quelli attenti alle normative ambientali sono interessati a mettere in cantiere la spesa di acquisto della macchina – conclude Catelli -. Chi fa grossi volumi e lavora sulla quantità è più scettico. La macchina, rispetto ad altre già esistenti, ha una marcia in più: possiamo controllarla in rete e intervenire in caso di cattivo funzionamento. Attualmente le macchine ad ozono sono manuali. Anche l’utilizzo dell’ozono non è nuovo. Ma i grossi colossi industriali chimici ne hanno sempre bloccato l’uso. In questo senso, sappiamo che non sarà facile far passare il nostro prodotto».

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NELLE MARCHE – “Impiantate protesi tossiche all’anca”, il tribunale del malato chiede i danni

“Impiantate protesi tossiche all’anca”, il tribunale del malato chiede i danni

Operazione di protesi di anca

Operazione di protesi di anca

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Ancona, 8 marzo 2012 – QUANDO si sono operati, pensavano di aver messo la parola fine alla loro sofferenza. Ma ora si ritrovano davanti il rischio di un nuovo travaglio di esami, interventi chirurgici e riabilitazione. Sono 22 a detta dell’Asur, i soggetti a cui l’Ortopedia dell’ospedale civile di Jesi ha impiantato protesi d’anca della De Puy, (azienda del colosso americano «Johnson & Johnson»), rivelatesi difettose tanto che la stessa azienda nel 2010 ha comunicato la necessità di ritiro dal commercio. «Ma al Tribunale del Malato — riferisce il presidente, Pasquale Liguori — sono approdate alcune persone che presentavano dei disturbi e che dopo aver richiesto di accedere alle cartelle cliniche, come da noi consigliato, hanno constatato come fosse stata loro impiantata proprio una protesi De Puy, anche l’anno scorso. Per questo procederemo con i nostri legali alla richiesta di risarcimento danni.
La De Puy si è detta disponibile a coprire le spese del nuovo intervento ma noi diciamo che ciò non può bastare. Abbiamo investito della questione l’Asur — spiega Liguori — invitandola a contattare i pazienti a cui sono state installate le protesi, così come disposto dalla direzione generale dei Dispositivi Medici per sottoporli sia ad esami del sangue per la ricerca del cromo e cobalto, sia per una ecografia».

E ieri l’Asur (Area vasta 2) replicava: «I pazienti interessati al riguardo sono complessivamente ventidue. Tutti gli interessati sono già stati avvertiti con lettera raccomandata e invitati a rivolgersi al reparto ospedaliero per i controlli del caso». Poi la precisazione che cozza però con la denuncia del Tribunale del Malato: «Ben prima che la società De Puy rilevasse problemi nelle proprie protesi d’anca prodotte, l’Ortopedia di Jesi già non impiantava più tale dispositivo». Ma Liguori dall’altra parte incalza: «La De Puy già ad agosto 2010 aveva inviato alle strutture sanitarie, ai medici e agli organismi istituzionali preposti di tutto il mondo, Italia compresa, una nota di richiamo nella quale evidenziava un tasso di difetto troppo alto delle protesi impiantate tra il 2003 e il 2010 comunicando quindi la necessità di ritiro delle stesse dal commercio (perché si sarebbero verificati scollamenti di componenti, sacche di liquido, spostamento e dolore, ndr). Perché allora poi non sono state ritirate e si è continuato anche negli anni successivi a impiantarle? A chi si deve imputare tale mancanza? A queste risposte cercheremo di dare un seguito di carattere legale». Infine l’invito «a tutti coloro che hanno subito un intervento di protesi d’anca a verificare se nella propria cartella clinica sia stato indicato il tipo di protesi installato e poi di contattarci per seguire l’evolversi della vicenda».

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Protesi all’anca Depuy, la Regione Marche procede alle verifiche

13 Marzo 2012

a cura della Redazione Salute

Italiaglobale.it

‘La Regione si e` prontamente attivata per effettuare un monitoraggio completo sui pazienti coinvolti, in modo da seguire l’evolversi clinico e legale della questione’. Lo afferma il direttore del dipartimento Salute e Servizi Sociali, Carmine Ruta, al termine della riunione dedicata alla vicenda delle protesi all’anca della DePuy. Nelle Marche risultano 47 protesi vendute alle strutture sanitarie regionali, di cui solo 41 impiantate su pazienti.

‘Dopo la circolare ministeriale del 24 gennaio 2012, che sollecitava un monitoraggio della situazione ‘ afferma Ruta ‘ abbiamo subito attivato il sistema sanitario regionale per trasmettere le disposizioni e le sollecitazioni del Ministero. Alle Aziende sanitarie, all’Asur e all’Inrca sono stati chiesti di avviare i controlli sui pazienti, di conoscere le revisioni effettuate e le motivazioni dell’eventuale sostituzione chirurgica delle protesi.

Le informazioni sono pervenute, ora abbiamo un quadro completo della situazione. Comunque le verifiche continueranno, in modo che tutte le persone coinvolte abbiano un supporto medico adeguato e un’assistenza clinica continua’. Il monitoraggio effettuato dalla Regione evidenzia che le protesi d’anca DePuy sono state vendute a cinque strutture ospedaliere marchigiane: Ospedale civile di Jesi (20 le protesi fatturate, di cui 17 impiantate), l’Ospedale civile ‘Fraternita` Santa Maria della Misericordia’ di Urbino (13 acquistate, 10 utilizzate), l’Inrca di Ancona (10 acquistate, 10 impiantate), la Casa di cura Villa Anna di San Benedetto del Tronto (utilizzate tutte le 3 protesi fatturate), il Polo ospedaliero di Loreto (impiantata la sola protesi acquistata). Nosocomi come l’Ospedale regionale di Torrette (Ancona) e Marche Nord di Pesaro, invece, non risultano tra gli acquirenti del modello segnalato dal Ministero.

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? – “Save the Mom”, un piattaforma “salva-famiglia”


Chissà quando una ‘app’ per loro.. – Photo from Progress Report ‘Marching for Women’s Rights in the Congo’, fonte

“Save the Mom”, un piattaforma “salva-famiglia”

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(red.) E’ stato lanciato giovedì 8 marzo, non a caso per la Festa delle Donne, un social network di ultima generazione dedicato alle famiglie. “Save The Mom” è una piattaforma che consente di organizzare e condividere gli eventi famigliari, aiutando mamma (e papà) a gestire la vita quotidiana tra spese, scuola, lavoro e faccende domestiche.
L’idea viene proprio da una mamma imprenditrice e dalle sue esigenze reali. È questa la storia di Sara Baroni che come tutte le mamme lavoratrici si trova a cercare di conciliare il mondo lavorativo con quello familiare. Da qui l’esigenza e l’idea, insieme al marito Marco Gafforini, di sviluppare un family organizer che permetta questo miracolo tecnologico.
La piattaforma collega i componenti del nucleo famigliare che possono così condividere il calendario dei propri appuntamenti, compresi gli impegni dei figli, dei nonni e i propri; la lista della spesa; la pagina check-in per visualizzare tutti gli spostamenti e i luoghi in cui ci si trova oltre a una bacheca per i messaggi di “gruppo”.
E’ un social network “riservato” per la sola famiglia, anche e soprattutto quella allargata, più difficile da gestire, che è un ottimo esempio di come la tecnologia sfrutti l’evoluzione della comunicazione, che ormai si basa su smartphone, web e iPad, per rispondere alle necessità di tutte le famiglie adattandosi alle loro diverse esigenze.
Tutte queste funzionalità saranno incluse nella prima release dell’8 marzo, ma l’idea è di far evolvere “Save the Mom” verso un vero e proprio social network, grazie alla costruzione di una community di mamme che possano confrontarsi per fornire sempre nuovi spunti utili al miglioramento del progetto nell’ottica sempre più diffusa del croudsourcing.
Il team di Save the Mom è formato da: Davide Dattoli, Milo Soardi, Marco Gafforini e Andrea Piovani. “Save the Mom” si è aggiudicato a dicembre 2011 il premio Mobile APPeal di Wind Business Factor, concorso che premia la creatività italiana nel mondo dei telefonini e fa parte di BizSpark Network di Microsoft, che seleziona le migliori Start up al mondo offrendo loro supporto professionale e assistenza al fine di accelerarne il successo.
Save the Mom, un vero e proprio family assistant, debutta sul canale Myself di Style.it, grazie a una partnership sull’Italia con Condé Nast.

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il sito di Save the Mom

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SCENARI DA ‘GRANDE FRATELLO’ – Farmaci ‘dispensati’ via wireless tramite microchip..

I farmaci del futuro? Si somministrano da remoto

Una azienda USA ha annunciato i risultati di una sperimentazione per la somminstrazione di farmaci utilizzando dispositivi wireless. E’ la strada che porta alla telemedicina

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Il mio parere..

Lungi da me il voler fare il ‘processo alle intenzioni’. Però, nemmeno Nobel quando inventò la dinamite pensava ad un suo uso criminoso.. Questi microchips, finora dimostratisi nelle sperimentazioni animali causa di insorgenza di tumori, oltre ad essere corpi estranei e, quindi, soggetti a situazioni di ‘rigetto’ nella sostanza possono (dico possono, se ne esiste la volontà) essere strumenti di controllo individuale (e non solo della salute, quindi) ma, peggio ancora, il mezzo idoneo per la ‘soppressione’ di soggetti socialmente indesiderati. Quali? Chiunque. Io, tu, i tuoi cari, i tuoi amici.. Tutti coloro che vengano, in un modo o nell’altro, considerati ‘indesiderati’. Fantascienza? Mica tanto. La possibilità di rilascio di oltre duecento ‘sostanze’ farmacologiche porta ad immaginare come non sia così difficile, a distanza, combinare un ‘mix’ di tipo letale, nel breve, medio o lungo termine. Sembra che gli americani abbiano imboccato questa strada e che, nel 2013, una gran massa di individui avrà impiantati questi dibolici aggeggi.

M.S.

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La compagnia statunitense MicroCHIPS, specializzata nello sviluppo di dispositivi elettronici per il mondo medicale, ha annunciato i risultati di un trial clinico incentrato sulla sperimentazione di un microchip impiantabile nell’organismo umano per la somministrazione di farmaci controllabile via wireless da remoto.

L’idea di realizzare un dispositivo di questo genere nasce circa 15 anni fa ad opera dei professori Robert Langer e Micheal Cima del MIT, che hanno collaborato con gli scienziati di MicroCHIPS per concretizzare l’idea e poterla testare nel mondo reale. I risultati del trial sono stati pubblicati su Science Transational Medicine e rappresentano il primo passo verso una nuova era di “telemedicina”, ovvero la possibilità di fornire assistenza medica a distanza.

Nel corso del 1999 il team del MIT ha pubblicato su Nature le prime scoperte in questo ambito, fondando in seguito MicroCHIPS che ha lavorato per raffinare i progetti dei chip aggiungendo loro un sistema di sigillatura ermetica ed un sistema di riliascio in grado di operare in modo affidabile all’interno di un tessuto vivente.

Il trial su pazienti ha preso il via in Danimarca a gennaio 2011. I chip sono stati impiantati con una procedura ambulatoriale, previa anestesia locale, della durata di trenta minuti e sono rimasti all’interno dei pazienti per una durata di quattro mesi. Gli impianti sono stati utilizzati per somministrare un farmaco contro l’osteoporosi a sette donne di età compresa tra i 65 e i 70 anni. I chip utilizzati nello studio hanno stoccato 20 dosi del farmaco, sigillate singolarmente in piccole riserve delle dimensioni della punta di uno spillo. I piccoli serbatoi sono ricoperti da un sottile strato di platino e titanio, che si fonde quando viene applicata una corrente elettrica, causando così il rilascio del farmaco.

“E’ possibile controllare la somministrazione da remoto, si possono somministrare farmaci multipli” ha commentato Langer. “La disciplina è molto importante nelle terapie farmacologiche e può essere difficile per i pazienti accettare una terapia che prevede l’iniezione di farmaci in autonomia. Con questo sistema si evita il problema e si apre la strada ad un futuro dove si possono avere terapie farmacologiche pienamente automatizzate”.

I risultati del trial hanno mostrato che il dispositivo ha potuto somministrare dosaggi comparabili a quelli delle iniezioni, senza che vi fossero effetti collaterali negativi, e che gli effetti sui pazienti sono stati molto simili a quelli dei farmaci somministrati con metodi tradizionali. MicroCHIPS sta ora lavorando allo sviluppo di impianti in grado di contenere centinaia di dosi per singolo chip.

Dal momento che i chip sono programmabili, è possibile pianficiare in anticipo la somministrazione dei farmaci, oltre che la gestione da remoto tramite una comunicazione radio che si appoggia su una speciale frequenza denominata MICS – Medical Implant Communications Service. Attualmente il dispositivo opera ad una distanza di pochi centimetri, ed i ricercatori stanno lavorando ad un nuovo modello in grado di operare ad una maggiore portata.

MicroCHIPS ha inoltre intenzione di cercare l’approvazione per altri trial clinici, sperimentando la possibilità di utilizzare questi sistemi anche per la cura di altre patologie, nel momento in cui avrà ultimato la realizzazione di un impianto capace di accogliere un maggior numero di dosi. L’azienda ha inoltre sviluppato un sensore in grado di monitorare i livelli di glucosio, che potrebbe essere combinato con il sistema di rilascio per realizzare un impianto in grado di adattare i trattamenti a seconda delle condizioni del paziente.

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18/02/2012

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