Rettifica sul Caso della coppia curata a Creta. Riceviamo e pubblichiamo

Rettifica sul Caso della coppia curata a Creta. Riceviamo e pubblichiamo

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Spettl. le redazione,

come da prassi chiedo la pubblicazione sul vostro portale della presente rettifica, a completezza di informazione.

Grazie e buon lavoro

Francesco De Palo francesco.depalo@libero.it
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COMUNICATO STAMPA

CASO COPPIA CURATA A CRETA, IL DIRETTORE DELLA CLINICA SCRIVE A NAPOLITANO E RISPONDE ALLE ACCUSE: <NON CI HANNO MANDATO I DOCUMENTI CHE ATTESTANO LA MALATTIA. ORA LI QUERELIAMO PER DIFFAMAZIONE>

IRAKLION (Creta) – «Non ci hanno inviato alcun documento, del bimbo o del padre e non è neanche certo che la patologia sia stata causata da inconvenienti, noi invece abbiamo mandato il cariotipo. Adesso li quereliamo noi e doneremo l’eventuale risarcimento alla Fondazione ANT Onlus». Non ci sta il dottor Mattheos Fraidakis, direttore della Clinica Matera Fertility di Creta, a sottostare al fango gettato da una coppia italiana in cura presso la struttura ellenica.

«Definisco l’intera vicenda un tentativo, da parte della coppia, di bieca strumentalizzazione a fini pubblicitari ed economici, – sottolinea il ginecologo laureato al università La sapienza e specialista in fertilità assistita, con un’esperienza da ricercatore (dottorato ph.D) e lavoro presso l’IVF Unit di London Royal Hospital e London Bridge Hospital, – gravissima perché prodotta sulla pelle del proprio figlio. Senza alcun rispetto proprio per quella vita umana tanto agognata. Senza contare le e-mail di insulti che ci hanno rivolto».

Al legale della coppia, Filomena Gallo, è stato fornito il cariotipo della donatrice che esclude una responsabilità diretta della clinica (a riguardo si veda una pubblicazione scientifica sulle neurofibromatosi del prof. Paolo Balestrazzi, fondatore dell’ANF, il quale sostiene come nel 50% dei casi, la malattia viene ereditata da un genitore affetto che la trasmette alla metà dei suoi figli, altrimenti compare spontaneamente in figli di genitori sani).

«Non corrisponde assolutamente al vero, come sostenuto dalla donna nella medesima missiva, che “quando la clinica viene informata tutti si sono dati alla fuga”. E lo dimostrano le comunicazioni via e-mail. Un punto cruciale – sottolinea il dottor Fraidakis – perché si mette in dubbio il sostegno medico da parte della nostra struttura, come se il giuramento di Ippocrate fosse carta straccia. Passaggio che a questo punto ha creato sì a noi un evidente danno di immagine. Di cui ho dato mandato ai miei legali, al fine di ottenere un risarcimento che sarà mia cura, in caso di successo, destinare alla Fondazione Ant Onlus. Tra l’altro – aggiunge – ho comunicato personalmente con il console italiano qui a Iraklion per ben due volte, ma neanche lui aveva un idea chiara di come potevamo assisterla più di quanto avevamo già fatto».

Altro punto controverso: la coppia sostiene che “la clinica greca non trasmette ai medici italiani né la cartella clinica, né i documenti genetici della donatrice anonima; anzi ci liquida con scritti offensivi”. Falso, e lo dimostra la comunicazione mail della clinica al legale, con la documentazione del caso richiesta.

«Ciò che ci lascia sconvolti – conclude il ginecologo – è il tentativo di speculare sulla salute del proprio figlio. Utilizzare la mancanza di una norma a hoc in Italia, la legge 40 con tutti i suoi limiti, che consenta a chi ha tali necessità di poter avere un figlio, per fini pubblicitari e gettando fango su professionisti che vantano credenziali di tutto rispetto: tutto questo è aberrante.

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in allegato

LETTERA AL PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA ITALIANA GIORGIO NAPOLITANO

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Crete Fertility Centre

dr. Matteo Fraidakis

56, Arch. Makariou & Sof. Venizelou

Str. 712 02

Heraklion, Crete, Greece

Tel: +30 2810 245253,

+30 2810 396782-3

+30 2810 242902

e-mail::info@fertilitycrete.gr

Ill.mo Presidente

della Repubblica italiana

Giorgio Napolitano

Sono costretto a disturbarLa indirizzandoLe questa missiva in risposta al caso sollevato dai genitori del piccolo Andrea, nato a seguito del trattamento nella clinica cretese da me diretta e causa di insulti nei nostri riguardi e tentativi di strumentalizzazione, di cui ho già interessato i miei legali. Ma mi preme, per il rispetto che nutro verso la professione che svolgo e verso l’istituzione dalla S.V. rappresentata, precisare quanto segue.

Definisco l’intera vicenda un tentativo, da parte della coppia, di bieca strumentalizzazione (a fini pubblicitari ed economici), gravissima perché prodotta sulla pelle del proprio figlio. Senza alcun rispetto proprio per quella vita umana tanto agognata.

E lo dico candidamente, dal momento che posso produrre tutte le prove del caso, comprese comunicazioni via mail intercorse tra la clinica e il legale della donna, avv. Gallo, al quale è stata fornita il cariotipo della donatrice che esclude una responsabilità diretta della clinica (a riguardo allego una pubblicazione scientifica sulle neurofibromatosi del prof. Paolo Balestrazzi, fondatore dell’ANF, il quale sostiene come nel 50% dei casi, la malattia viene ereditata da un genitore affetto che la trasmette alla metà dei suoi figli, altrimenti compare spontaneamente in figli di genitori sani). Di contro a noi non hanno provveduto a inviare né gli esami del figlio per provare che è malato né gli esami del padre per appurare l’origine della malattia.

La coppia in questione, dopo ripetuti tentativi falliti, si è rivolta alla clinica cretese da me diretta per ovodonazione, dopo essere stati, senza successo, in una struttura cipriota. Anche a Cipro hanno denunciato la clinica in questione, forse per un loro abituale modus operandi speculativo ma lo scorso anno hanno perso la causa. La donna a seguito del trattamento a Creta è rimasta incinta e, dal momento che (come anche osservato da medici italiani) era una gravidanza a rischio, c’è stato un continuo ponte comunicativo con il sottoscritto e con la dott.ssa Anifantaki (l’embriologa). A rafforzare ulteriormente un rapporto umano che andava consolidandosi sempre di più, addirittura (come dimostrano le comunicazioni e-mail che allego) la dott.ssa Anifantaki per darle coraggio le aveva anche garantito che avrebbe fatto da madrina al nascituro.

Infatti il bimbo è nato regolarmente e ogni settimana la dott.ssa Anifantaki riceveva foto via e-mail dai genitori. Lo scorso anno la donna si è recata a Cipro per la causa contro la clinica locale, che però ha perso. E prima di far ritorno in Italia, la coppia è passata da Creta per un saluto con il bimbo e, dal momento che la coppia è disoccupata e versa in condizioni economiche proibitive, è stata ospitata in un albergo a nostre spese.

Non corrisponde assolutamente al vero, come sostenuto dalla donna nella medesima missiva, che “quando la clinica viene informata tutti si sono dati alla fuga”. E lo dimostrano le comunicazioni via e-mail. Un punto cruciale perché si mette in dubbio il sostegno medico da parte della nostra struttura, come se il giuramento di Ippocrate fosse carta straccia. Tra l’altro il marito della donna, di nascosto dalla moglie, ha scritto una mail alla dott.ssa Anifantaki quasi per prendere le distanze dall’atteggiamento di sua moglie.

Altro punto controverso: la coppia sostiene che “la clinica greca non trasmette ai medici italiani né la cartella clinica, né i documenti genetici della donatrice anonima; anzi ci liquida con scritti offensivi”. Falso, e lo dimostra la nostra comunicazione mail al legale, con la documentazione del caso richiesta.

Ciò che ci lascia sconvolti è il tentativo di speculare sulla salute del proprio figlio. Utilizzare la mancanza di una norma a hoc in Italia, la legge 40 con tutti i suoi limiti, che consenta a chi ha tali necessità di poter avere un figlio, per fini pubblicitari e gettando fango su professionisti che vantano credenziali di tutto rispetto: tutto questo è aberrante.

Il Crete Fertility Centre che dirigo infatti è una clinica specializzata in trattamenti di fertilità assistita. Più di 2500 bambini sani, sono nati fino adesso in tutto il mondo dal Centro Fertilita di Creta in 20 anni di servizio: 45 in Italia e 9 in Australia sotto la mia cura, solo durante l’ultimo anno. Si applicano tutte le terapie che riguardano la fertilità assistita come Fivet, Ovodonazione, Tese, Pgd usando tecniche di avanguardia come Aha (laser assisted Hatching), Imsi, Isci e ultimamente anche il laser pulsatile. Un’apparecchiatura utile a controllare la vitalità degli embrioni subito dopo la fecondazione avvenuta in vitro e prima del trasferimento all’utero, con la finalità di individuare da parte dell’embriologo gli embrioni con maggiore probabilità di sopravvivenza. In questo modo vengono scelti e trasferiti gli embrioni più vitali. Viene applicata ai casi definiti difficili, ma inizierà a divulgarsi anche come tecnica di operazione standard.

Durante questo cammino ventennale il Centro Fertilità di Creta, vanta con orgoglio la collaborazione con Università londinesi, australiane e italiane e dei professori come il prof. J.G Grudzinskas, scienziato Australo-Inglese, uno dei pionieri del settore. Il sottoscritto, è medico ginecologo specialista in fertilità assistita e vanta un’esperienza da ricercatore (dottorato ph.D) e lavoro presso l’IVF Unit di London Royal Hospital e London Bridge Hospital, mentre il capo embriologo e responsabile di laboratorio dott.ssa Aliki Anifantaki è una tra i più qualificati professionisti in campo applicativo del tutto il paese.

Come si può appurare dalle mail che alleghiamo, non corrisponde al vero il fatto che “dalla clinica siano scappati tutti quando ho chiesto notizie” così come la donna asserisce e come riportato da molti organi di stampa italiani che hanno “cavalcato” la notizia senza effettuare riscontri o chiedere il nostro parere. Passaggio che a questo punto ha creato sì a noi un evidente danno di immagine. Di cui ho dato mandato ai miei legali, al fine di ottenere un risarcimento che sarà mia cura, in caso di successo, destinare alla Fondazione Ant. Tra l’altro ho personalmente risposto alle richieste di documentazione scientifica richiestami dall’avv. Gallo (di cui allego mail).

RingraziandoLa per l’attenzione che vorrà dedicare a queste righe, La saluto cordialmente, auspicando una rapida soluzione del caso. Ma soprattutto che, complice un vuoto legislativo senza dubbio da colmare, ciò non rappresenti l’occasione per episodi sgradevoli come questo, che minano la serenità professionale e umana di chi svolge con onestà il proprio compito lavorativo e di chi, influenzato da notizie fuorvianti, possa nutrire dubbi su condotte ed atteggiamenti.

Con stima

dr. Matteo Fraidakis

Lesbiche? Per lo Stato sono malate / La replica (piccata) del Ministero della Salute


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Lesbiche? Per lo Stato sono malate

Secondo i moduli del dicastero della salute il “lesbismo” è una vera e propria malattia. E non si tratta di una gaffe, ma di una classificazione vecchia di anni che rimarrà in atto ancora per molto tempo a causa dei ritardi burocratici

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di Tommaso Cerno

(05 aprile 2012)

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Per quanto suoni strano, è ufficiale: per lo Stato le lesbiche sono “malate”. Non è l’ultima sparata di Carlo Giovanardi, né lo slogan omofobo di qualche facinoroso dell’ultradestra. Lo mette nero su bianco il modulo “Icd9-cm”, vale a dire l’elenco ufficiale delle patologie e dei traumi varato per decreto dal ministero della Salute. A pagina 514, capitolo 302, paragrafo “0″, è inserito il “lesbismo egodistonico”, classificato dunque a tutti gli effetti come malattia per gli enti pubblici, per l’Inps che sulla base di quegli elenchi certifica disabilità e invalidità, per Comuni e Regioni, ospedali e istituti di previdenza. E così scoppia il caso delle “lesbiche malate”, finora sfuggito perfino ai dirigenti di viale Trastevere. E si annuncia bufera a Montecitorio, fra interrogazioni già firmate dall’Italia dei Valori e proteste della comunità gay, incredula di fronte a quella che suona come l’ennesima discriminazione.
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Nel Paese della burocrazia elefantiaca accade anche questo. Mentre l’Oms (l’Organizzazione mondiale della sanità) ha cancellato l’omosessualità dall’elenco delle malattie il 17 maggio del 1993, in Italia sopravvive in un documento ufficiale quel riferimento alle donne omosex. Eppure la lista è stata aggiornata nel 2007 dall’allora ministro del Pd Livia Turco e poi ratificata, senza correzioni, dal ministro del Pdl Ferruccio Fazio nel 2009. Ma non è bastato.
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ARRIVA LA CONFERMA
Una drammatica svista? Una versione troppo datata? Una bufala? Macché. Basta telefonare all’Inps e domandare: “Scusi, dottore, qual è l’elenco delle malattie che usate per le pratiche?”. Un gentile dirigente conferma che è proprio il famigerato “Icd9-cm”, lesbiche incluse. Stessa cosa negli ospedali. E ancora all’ufficio legislativo della Regione. Fino al dicastero guidato da Renato Balduzzi . Sulle prime all’ufficio del ministro cadono dalle nuvole: “Non è imputabile a noi”, precisano. “Questo è ovvio”. Poi a viale Trastevere partono le verifiche. Si cerca il direttore generale. Si passano al setaccio i decreti. Finché arriva la conferma: “Il “lesbismo egodistonico” è presente nel testo in vigore”, spiegano. La ragione? “Quell’elenco è la traduzione di un documento dell’Agenzia federale americana. Un elenco, in effetti, già decaduto e sostituito da anni a livello internazionale dal modello successivo, appunto “Icd10″, dove il riferimento al lesbismo non c’è più”. Peccato che l’Italia non si sia ancora adeguata al nuovo testo, “perché la procedura è complessa”, aggiungono nell’entourage del ministro.
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Nel frattempo le lesbiche si dovranno tenere la loro malattia di Stato. Ma per quanto? Forse per anni. Non è dato sapere: “Ci stiamo adeguando, ma la tempistica è piuttosto lunga. La nuova classificazione modifica tutto, codici e procedure chirurgiche. Cancella il vecchio sistema e l’intero capitolo 302.0. Difficile dire quando entrerà in vigore anche in Italia”. Impossibile anche l’intervento riparatore in extremis. Un decreto, cioè, che cancelli la malattia di lesbismo in attesa del nuovo testo: “Non sono ammesse modifiche parziali del decreto, solo l’adozione del nuovo elenco Icd10″, precisano al ministero. “Quindi bisognerà aspettare”. Non i dipietristi, però, che già lunedì vogliono sollevare il caso in Parlamento con un’interrogazione di Silvana Mura, mentre il responsabile diritti civili dell’Idv, Franco Grillini, parla di “discriminazione di Stato inaccettabile”.
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OMOFOBIA RECORD
Anche perché fra traduzioni datate e vuoti legislativi, l’omofobia in Italia cresce. E nel 2011 segna un picco record. L’Unar, l’ufficio nazionale contro le discriminazioni razziali della presidenza del Consiglio, nella relazione di pochi giorni fa al Parlamento per la prima volta ha analizzato gli atti di violenza contro gay, lesbiche e trans. Con un primo dato allarmante. Fra le matrici della discriminazione l’orientamento sessuale sale al secondo posto dopo i motivi razziali con il 25 per cento dei casi. Un dato confermato dal Viminale, che dal 2010 ha attivato l’Oscad, l’Osservatorio per la sicurezza contro gli atti discriminatori guidato dal vicecapo della polizia,
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Francesco Cirillo. In un solo anno ha ricevuto 234 segnalazioni, il 40 per cento delle quali costituivano un reato, e ha portato a 32 arresti e 84 processi. E c’è pure un secondo dato preoccupante: “Una volta su quattro è la vittima dell’omofobia a fare la segnalazione, mentre nel 51 per cento dei casi è un testimone che denuncia”, spiegano all’Unar. Ecco che il fattore paura prevale. E che gay e lesbiche, spesso, sono costretti a tenere per sé la violenza e a digerire in silenzio insulti e mobbing. E questo perché spesso i genitori non sanno che il figlio è gay, oppure il problema di visibilità riguarda l’ambiente di lavoro, la scuola, gli amici, la squadra di calcio: “Un fattore che finisce per favorire l’aggressore omofobo, che si sente impunito e agisce quindi contro i gay”, spiegano alla presidenza del Consiglio.
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IL LICEO NON E’ PER GAY
I casi sono centinaia. Nei primi tre mesi del 2012 i telefoni della Gay Help Line di Roma sono diventati roventi. Di pochi giorni fa l’ultimo episodio in un famoso liceo romano. Marco (il nome è di fantasia) è uno studente di 15 anni. Un’insegnante l’ha apostrofato nel bel mezzo della lezione: “Qui non siamo in quelle discoteche da checca che frequenti tu”, ha detto dalla cattedra. Marco è uscito in lacrime e il caso ha fatto il giro della scuola, fino sul tavolo della preside: “All’insegnante è stato chiesto di restare a casa qualche giorno, magari fino a dopo le vacanze di Pasqua. Stessa cosa ha fatto Marco”, rivela un docente del liceo. “Un segnale di attenzione, ma anche un modo per insabbiare un atto che non ha giustificazione”. Anche perché Marco non ha molte via d’uscita. A casa ha lo stesso problema. Mamma sa tutto, papà no. E così deve inghiottire sorrisetti e insulti.
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Non è un fatto isolato. Nell’ultima rilevazione il 5 per cento delle richieste d’aiuto arriva da minorenni e il 74 per cento degli studenti racconta di aver subito almeno un episodio di bullismo omofobico. “Di questi il 36 per cento è avvenuto a scuola”, spiega Fabrizio Marrazzo, presidente di Gay Center che gestisce la linea amica.
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FAMIGLIA SI ANZI NO
Agostino e Ottavio convivevano da otto anni. Poi un giorno Ottavio, 28 anni, si sente male. Esami. Ricoveri. La diagnosi è terribile: linfoma di Hodgkin. All’ospedale Spallanzani, Agostino si presenta alla visita medica con Ottavio e riceve il primo rifiuto. “Il medico m’ha fatto allontanare, dicendomi che io non ero nessuno”, racconta. “Poi ho fatto amicizia con infermieri e medici di guardia. E loro, violando le regole, mi lasciavano passare. Sempre con l’incubo che arrivasse il primario”. Ci s’è messa pure la burocrazia. “Ottavio aveva dodici fratelli, ma nessuno s’è mai visto fra chi era all’estero e chi aveva altri impegni”, racconta Agostino. “Io ero l’unico che lo assisteva, ogni giorno, mentre aveva bisogno di tutto. Al lavoro non mi riconoscevano i permessi, perché non era un mio congiunto, e consumavo le ferie. Al tempo stesso, però, il Comune gli ha negato il sussidio perché nel modulo Isee veniva invece inserito anche il mio reddito”. Con una tragica beffa. Quando Ottavio è morto, la pensione di invalidità non era arrivata. “Io avevo fatto debiti e pagato le spese, come è ovvio. Ma quando arrivò l’assegno, andò ai fratelli”.
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BOTTE O LICENZIATO
Renato ha 22 anni. Lavora in un bar di Foggia. Tutto bene fino a una sera di gennaio quando il titolare origlia una telefonana: “Parlava con il suo ragazzo. Da quel giorno è cominciato un inferno”, racconta l’avvocato Antonio rotulei della rete Lenford, specializzata in diritti civili. “Ha subito insulti, vessazioni e violenze fisiche. Ho visto i lividi con i miei occhi. “O così, o te ne vai”, gli diceva il titolare”. Ma quando fascicoli e prove sono pronti, Renato fa dietrofront. “Renato mi chiese: “Mi garantisce che tutto resterà riservato? Nessuno sa che sono gay”. Io risposi che non poteva esserci la garanzia e così Renato ha rinunciato ad ottenere giustizia”.
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SEI GAY, NON GUIDI
Lo scorso maggio toccò a Cristian Friscina strabuzzare gli occhi di fronte a una lettera dalla motorizzazione di Brindisi. Diceva: “Gravi patologie potrebbero risultare di pregiudizio per la sicurezza della guida”. Con queste motivazioni Cristian si è visto negare il rinnovo della patente. Ma perché? La storia ha dell’incredibile. Alla visita di leva, nel 1999, raccontò ai medici di essere gay. L’Ospedale militare Bonomo di Bari verbalizzò e trasmise alla motorizzazione. Ed ecco che l’omosessualità “fa sorgere dubbi sulla persistenza dei requisiti di idoneità psicofisica prescritti per il possesso della patente”. E così a Cristian, che nel frattempo s’era trasferito a Bologna per studiare, riceve il “no” al rinnovo della patente.
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“FROCIO” DELLA PORTA ACCANTO
Peschiera Borromeo, periferia sud di Milano. Denis ha 38 anni e uno stipendio. Paga 750 euro al mese d’affitto. Mai un ritardo. Finché la ditta entra in crisi: cassa integrazione per 6 mesi, poi licenziato. E con il lavoro se ne vanno pure i buoni rapporti con la padrona di casa: “Cominciarono gli insulti al telefono: “frocio di merda, mi fai schifo”. Minacce ai genitori, l’auto tappezzava di cartelli e allusioni all’Aids”. Ecco che Davide si rivolge a un avvocato, ma dopo sei anni di causa il tribunale di Milano assolve la proprietaria: nel 2012 dire “frocio” non è un’offesa, scrivono i giudici. Sarà. n
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fonte articolo
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La replica (piccata) del Ministero della Salute

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Ministero della Salute

Orientamento sessuale egodistonico in icd-9-cm: precisazione Ministero salute

Comunicato n. 74 – 05 aprile 2012

In merito all’articolo “Lesbiche? Per lo Stato sono malate” apparso oggi sul sito web del settimanale L’Espresso, si precisa che il codice 302.0 dell’International Classification of Diseases 9 Clinical Modification (ICD-9-CM), ovvero lo strumento internazionale utilizzato per la definizione delle diagnosi e dei traumatismi nei ricoveri (usato in Italia per le Schede di Dimissione Ospedaliera) riporta la definizione di “orientamento sessuale egodistonico”.

L’orientamento sessuale egodistonico, secondo l’Oms, si ha quando l’identità di genere o la preferenza sessuale (eterosessuale, omosessuale, bisessuale o prepuberale) non è in dubbio, ma l’individuo desidererebbe che fosse diversa a causa di disordini psicologici e del comportamento associati.

E’ quindi del tutto evidente che non esiste alcuna classificazione come patologia di qualsivoglia orientamento sessuale: ogni affermazione in questo senso è totalmente infondata.

Il “lesbismo egodistonico” e la “omosessualità egodistonica” (quest’ultima definizione è presente non nell’elenco sistematico delle malattie ma nell’indice alfabetico) sono citati unicamente con lo scopo di indicare che essi vanno ricondotti nella categoria generale dell’orientamento sessuale egodistonico, e quindi identificati con il codice 302.0.

Si precisa che la versione italiana dell’ICD-9-CM recepisce la classificazione internazionale attualmente in uso negli Stati Uniti. Il Dipartimento della Salute del Governo americano ha predisposto l’adozione della nuova classificazione, denominata ICD-10-CM, che entrerà in vigore il 1 ottobre 2013. L’iter italiano di aggiornamento, quindi, sta avvenendo secondo la tempistica ordinaria e senza alcun ritardo burocratico.

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fonte

Si sa ma non si dice: una storia di sesso e disabili e altro ancora


Yoshihiko Kumashino is a founder of NOIR, a nonprofit set up to support the sexuality of people with physical disabilities. The name is deliberately inspired by the noir genre. As well as holding educational seminars, NOIR works to improve disabled access to love hotels and brothels, and assists in the design of “barrier-free” sex toys.  – fonte
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Ringraziamo cordialmente Mimmo Gerratana per averci segnalato quest’altro molto interessante post sul controverso  (e per lo più ignorato) tema del sesso dei ‘diversamente’ abili’

Si sa ma non si dice: una storia di sesso e disabili e altro ancora

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Si sa (o si fa) ma non si dice. Un motto tipico della società borghese negli ultimi anni per la verità caduto piuttosto in disuso: con l’avvento della tv-spazzatura e dei social network su Internet ci sono sempre più persone (vip o meno) che mettono in piazza gli affari propri. Ma non in ogni campo o in qualsiasi situazione, beninteso: le “debolezze” non si espongono, tendenzialmente si cerca di dare di sé o del proprio mondo un’immagine il più possibile “vincente”, “di successo” (Berlusconi se ne va ma non se ne va: il berlusconismo resterà ancora; Moggi è stato condannato con altri coimputati, in pochi però condannano il purulento sebbene “prestigioso” sistema calcio). A meno che, invece, non si voglia suscitare comprensione o pietà. Il che, pensandoci un attimo, può anche essere un’altra strada per apparire “vincenti”: si è comunque riusciti ad attirare l’attenzione di qualcuno.

Restano però certe condizioni che si preferisce tacere. Tuttora, per esempio, i malati di epilessia o i loro parenti hanno grossi problemi a parlarne. Così come dei disturbi mentali o di alcuni acuti stati di disagio. O delle sofferenze sessuali, per fare un altro esempio, come l’impotenza, l’anorgasmia o altro ancora.

Della sessualità degli anziani, poi, non si vuole né si vuole sentire parlare tout court. Sono individui ormai “inutili” nella nostra società dell’immagine (e quanti soldi succhiano poi alla previdenza…), non sono quasi mai “belli” (in particolare le donne: loro “devono” subire la caduta del desiderio in menopausa, è quasi un dogma; e in ogni caso diventano “ridicole” se invece il desiderio ce l’hanno, come è per tante). Tutt’al più collochiamo i vecchi nei comodi ruoli di soggetti da assistere o dei nonni, sostituti spesse volte delle baby-sitter.

Meno “belli” ancora sono i disabili. Anch’essi persone da compiangere più che da capire, da aiutare più che da cercare di far sentire “normali”, come tutti gli altri, esseri da accudire invece che interlocutori, portatori di bisogni più che di diritti. Meno che mai soggetti e oggetti di affettività o di… sì, di desiderio. Desiderio erotico, diciamolo chiaramente, anche se qualcuno storcerà il naso.

Disabili di ogni tipo, fisici o mentali, e per svariati motivi. Individui né “potenti” né “vincenti”, in apparenza. O meglio, “perdenti” anzitutto dal punto di vista dell’immagine. Una di quelle categorie di esseri, appunto, delle quali certe cose (la sessualità in primo luogo) non si dicono. Così viene forte l’impulso di tornare su questo argomento. Forse per via dell’età non più rosa, anzi decisamente matura ormai, della vecchiaia che si avvicina e con essa l’incubo della “decadenza”, della debolezza crescente…

Ma non solo. C’è anche una storia con gente conosciuta di persona, una di quelle che frullano nel cervello per mesi e mesi e prima o poi devono venire a galla. Se ne “deve” parlare, insomma. E’ la storia di una donna. Una signora adesso di circa sessant’anni e che a poco più di quaranta ha avuto un ictus che le ha tolto di fatto l’uso delle gambe, procurandole anche problemi di espressione verbale. Finita perciò su una sedia a rotelle. Assistita, oddio, più che ben assistita considerando che la famiglia ha discreti mezzi economici. Con i figli ormai adulti, praticamente fuori di casa, il marito si è dedicato a lei per non farle mancare le cure del caso, compresi cicli di rieducazione e di fisioterapia. In sintesi, le è sempre stato vicino dal punto di vista della solidarietà.

Solo che lei da un po’ di tempo ha scoperto una cosa. Lui, il marito, si incontra con un’altra donna. Certamente ci va a letto, ne ha le prove. E ne soffre. Si danna l’anima. I parenti, gli amici con cui ne parla (e che sanno tutto, compresi i figli) le rispondono però: ma che vai a pensare, non è proprio come dici tu; e anche se fosse vero, poi, non è che proprio ti tradisca… va be’, insomma, sì, forse va con un’altra ma in fondo lo puoi capire… e allora è meglio che ci passi sopra… Aggiungendo poi in separata sede: d’altronde che altro poteva fare, lui, poverino? Uno “sfogo” doveva pur cercarselo, no? Escludendo quindi a priori che abbia avuto o possa avere rapporti sessuali con la moglie; che invece con tutta evidenza li avrebbe voluti e li vorrebbe. O che provi desiderio per lei. Ma no, lei da anni è solo un “oggetto” da accudire. Praticamente un peso, ha bisogno solo di assistenza continua. Sì, anche di compagnia, di comprensione, è vero. Ma più di questo… E in ogni caso lui, sì, se ne dispiace, poverino. Ma che poteva fare… sostiene chi li frequenta.

Escludendo pure, con questo, che lei possa avere ben altri bisogni, provare eccitazione, desiderio di intimità, voglie o, peggio che mai, avere fantasie erotiche. Una disabile? (Ma la domanda vale allo stesso modo per un maschio). Non scherziamo. Si crede davvero che una persona con handicap possa desiderare cazzo, fica, seni, natiche (chiamiamo le cose con il loro nome, per una volta), contatto della carne… ma anche, che so, tenerezza, intimità, complicità, gioco sessuale… amore? E ammesso che lo si creda, che cosa mai può pretendere un essere privo di “attrattive” fisiche (e in determinati casi mentali)? Meglio che non pensi ad argomenti simili, dicono in tanti, così alla fin fine soffre di meno.

Si sa (se lo si sa) ma non si dice. “Non si deve” dirlo. Benché in molte situazioni si faccia anche senza dirlo. Perché tanti, ma proprio tanti individui in queste condizioni se possono e vogliono si masturbano, eccome. O, nei casi più fortunati, vivono serene vite di coppia a tutti i livelli. Ma questo purtroppo non accade sempre, e allora capita che guardino al computer foto, video porno, leggano testi erotici. Come tante altre persone, del resto. Oppure parlano di sesso, in svariati modi e da tante angolazioni diverse. Come tutti. Anche della propria sessualità: basta guardare in giro libri, qualche videontervista in rete, siti, blog (www.occhiodellanima.it/ per esempio è davvero molto bello, oppure  www.disabili.com/ ma anche diversi altri siti, forum, pagine di social network, chat dedicate). Quindi almeno qualcuno lo dice, in realtà. Lo fa e lo dice. O lo dice e vorrebbe farlo.

Il problema però è che gran parte della società non ha occhi per vedere né orecchie per ascoltare. E in Italia forse meno che altrove. In alcune nazioni ci si pone il problema, quantomeno: in Svizzera ad esempio esiste fin dal 2009, riconosciuta dallo Stato, la figura professionale dell’assistente psicologico e sessuale per i disabili; altrove ci sono organismi privati che lavorano in questo campo o prostitute (pure uomini, in molti casi) che hanno fra i propri clienti persone affette da handicap. E perfino locali a luci rosse che le accolgono, alcuni per la verità anche qui da noi.

Soluzioni che come minimo dimostrano un approccio “laico” alla questione (e ogni riferimento alla predominanza della chiesa cattolica nella Penisola è puramente “casuale”), la volontà almeno di affrontare questo nodo. In Italia lavora in tale direzione la Federsex (aderente all’Associazione diritti e libertà), che in collaborazione con la Federazione diritti sociali lo scorso anno ha lanciato a partiti e rappresentanti istituzionali la proposta di istituire anche nel nostro Paese un servizio come quello svizzero, finalizzata ad abbattere, ha spiegato, “ogni tipo di barriera, non solo materiale, ma anche e soprattutto umana e sociale verso i portatori di handicap.” Ma ci sarà qualche deputato o senatore (in questa o nella prossima legislatura) che avrà il coraggio di intestarsi una simile battaglia di democrazia? Sì, di democrazia. E passi che i problemi dell’economia, la pessima legge elettorale, la devastazione del territorio sono molto urgenti; ma i nodi della “diversità” non lo sono da meno, dall’immigrazione alle identità sessuali, dalla libertà di decidere della propria morte ai diritti di chi socialmente è più debole.

Certo, soluzioni come quella proposta dalla Federsex possono apparire a taluni altamente positive, decisive perfino, e ad altri invece sembrare “fredde”, forse troppo “professionali” (appunto), perché si potrebbe obiettare che un disabile non ha diritto solo a soddisfare la propria sessualità (pur con tutta l’empatia, la vicinanza, l’affettività del caso, benché sempre nell’ambito di un “servizio”), ma anche a provare amore. E a riceverlo, soprattutto. Completo, mentale e fisico. Come ogni altro individuo, anziani compresi. Si potrebbe osservare insomma che la solidarietà da sola non basta. Ed è vero anche questo, in linea di principio.

Proposte che hanno i pro e i contro, in definitiva, come accade per ogni novità. Ma proprio perché di ipotesi si tratta, soluzioni del genere rappresentano né più né meno che strade da esplorare. Senza pregiudizi. E tenendo presente che sarebbero mere opportunità, non certo obblighi. Che ognuno cioè potrebbe sceglierle o decidere di rifiutarle. Ma perché possano diventare davvero reali opportunità bisogna, almeno in questo caso, “mettere in piazza” tutta la faccenda. Parlarne apertamente tutti, disabili e non, invece di fare finta (o illudersi o convincersi) che il problema non esiste.

Si sa, si fa e si dice: sarebbe bello e oltremodo utile, una volta tanto.

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UN DOCUMENTARIO ASSOLUTAMENTE DA VEDERE

SCARLET ROAD

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The upcoming SBS documentary Scarlet Road follows sex worker Rachel Wotton and her relationships with her disabled clients. SBS – fonte

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Sesso e disabili: il vero handicap sta nei diritti

Sesso e disabili: il vero handicap sta nei diritti

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Nel bel film “Tornando a casa” (1978), di Hal Ashby, la protagonista femminile fa l’amore con ex militare rimasto mutilato in Vietnam. In uno dei capolavori di Ingmar Bergman,”Il silenzio” (1963), una donna gravemente ammalata si masturba pur sapendo di essere vicina alla morte. Scene ritenute scabrose, che fecero anche un certo (o un notevole) scandalo ai tempi dell’uscita delle pellicole, ma che ponevano (o proprio perché lo ponevano) un interrogativo che tuttora trova risposte sporadiche o parziali, credo, riguardo alla sessualità di persone disabili.

Oddio, non sta certo a me sostituirmi a un portatore di handicap (sia esso fisico, sensoriale, mentale, da trauma o da malattia; e qualcuno considera erroneamente e fraudolentemente in questo novero, dal punto di vista della capacità erotica, anche le donne in menopausa) e rivendicare in sua vece un diritto; perché di diritto si tratta, oltre che di una pulsione come in ogni essere umano: ci sono tanti individui in tali condizioni che questo lo fanno già, a voce alta e in numerose sedi. Ma ho la netta impressione che nel sentire comune queste legittime prese di posizione cadano piuttosto nel vuoto: a prestare loro orecchio sono in genere solo altri disabili oltre a medici, sessuologi, operatori sociali. Almeno, per quel poco che ne so.

Una volta si tendeva a tenere nascosto l’handicap di un familiare o di una persona cara. Oggi è un po’ diverso: li si mostra, e ci si mostra con loro, sollecitando considerazione, assistenza, welfare, la soddisfazione di bisogni primari e non solo. A maggior ragione in un periodo di tagli selvaggi soprattutto allo stato sociale, con carenze sempre più gravi, non ultima quella degli insegnanti di sostegno nelle scuole, e servizi demandati al volontariato, laico ma specialmente religioso. Ma un periodo, pure, nel quale si parla con crescente frequenza (e giustamente, c’è da sottolineare) di diritti fondamentali, costituzionali, messi a rischio da comportamenti e da scelte dei nostri governanti, e quindi a maggior ragione da salvaguardare e valorizzare. Principi per cui vale la pena battersi.

Tutto giusto, tutto sacrosanto. La protezione, l’assistenza e resto. Tutto tranne il sesso, però. Di quello sembra che in apparenza (a dire degli “altri”, i “normali”) loro non abbiano alcun desiderio e nemmeno bisogno. Di quello non si parla e tantomeno si interrogano loro, i disabili, i “portatori” di questa istanza ineludibile (per chiunque). Anzi, accade piuttosto di frequente, al contrario, che giustifichiamo una moglie o un marito che avendo il coniuge disabile cerchino sesso altrove: deve pur sfogarsi, poverino/a, se no come vive? Pur assicurando alla persona cara tutto l’aiuto e tutta la solidarietà di questo mondo. Accade spesso, sì e penso di poterne parlare a ragione avendone avuto qualche esempio abbastanza vicino.

Il nodo è che non si riesce tuttora a fare a meno, o meglio non si rinuncia a considerare il portatore di handicap esclusivo “oggetto” di aiuto e anche di pietà, invece che “soggetto” portatore di diritti. I diritti a cui ognuno di noi ha diritto. Anche e soprattutto quello di fare sesso. A volte perché si pensa che non siano belli da vedere (spesso, davanti a un discorso simile, magari appena accennato, la prima reazione che si sente – che ho letto e sentito – è: “Che schifo. Ma come puoi pensare a una cosa del genere?”): corpi imperfetti, deformi, mancanti di qualcosa, espressioni del viso non usuali, pensieri devianti, perfino desideri inconsueti… Altre volte perché si ritiene che in presenza di una malattia, di una limitata capacità di iniziativa e di movimento, muoiano la bellezza (specie quella patinata, artificiale, iper-curata oggi tanto di voga, che omologa aspetti quanto modi di vestire) e anche la pulsione. “Ma insomma, come potrebbero fare, poi…”. Come se il sesso fosse fatto solo di acrobazie da kamasutra, viene da rispondere. Come se non esistessero le carezze, innumerevoli forme e gradi di intensità del contatto fisico: per fortuna nell’eros non ci sono (o non dovrebbero esserci) limiti all’ispirazione e all’inventiva. Che non farebbe male, tra parentesi, nemmeno ai “normodotati”. Anche se tuttavia mi è capitato di sentire qualcuno insistere, con la preoccupazione negli occhi: “Metti che poi venisse loro in mente pure di procreare…”. Uno scempio. Uno scandalo.

Meglio non parlarne, allora. Che l’argomento resti al più limitato alle discussioni degli specialisti, fra gli “addetti ai lavori”. L’importante è che non si veda, che non si mostri. Al solito: proprio come per gli omosessuali, i transessuali, i “diversi” in genere. Ancora più importante, e peggio ancora, è che il diritto al sesso non si rivendichi pubblicamente. C’entrerà anche la preponderante presenza della Chiesa cattolica, qui in Italia, oltre a quella cura ossessiva del corpo nella quale in tanti cercano una sorta di “immortalità”? Attraverso la quale sentirsi “potenti” ed esorcizzare l’inevitabile decadenza del corpo nel tempo? Un fatto è che all’estero questo problema è stato posto e qualche soluzione si è pure escogitata. In nazioni come la Svizzera, la Svezia, la Germania, l’Olanda, la Danimarca, la Gran Bretagna, perfino la Spagna, sono nate vere e proprie organizzazioni che forniscono ai disabili assistenti sessuali, in alcuni casi prostitute o gigolò ma in maggioranza personale addestrato e specializzato in campo sanitario e sociale: infermieri/e, fisioterapisti/e, massaggiatori/trici e quant’altro.

Si potrebbe obiettare, certo, che si tratta spesso di prestazioni a pagamento. Ed è vero, a quanto ho avuto modo di appurare: il che rende “di classe” (riservato a chi ha sufficienti mezzi economici) un diritto che invece dovrebbe essere alla portata di tutti. Benché in qualche Paese sembra che questo servizio sia finanziato dalla cassa mutua. Ma si tratta in ogni caso di una soluzione, inutile negarlo, che ha il merito di portare alla luce un discorso fino a pochi anni fa considerato un vero e proprio tabù. Che invita a discutere. Soprattutto a pensarci. A tenerlo presente. Tutti. O almeno, dovrebbe. Tenendo presente che sono i “difetti”, e non certo le “perfezioni”, a rendere particolare una persona. A farla “unica”, in una parola. Potrà suonare come un discorso soltanto teorico o, peggio, letterario, me ne rendo conto: “Fai presto a dirlo tu, che non ti ci trovi…”. Ma chi può affermare con assoluta certezza che ognuno in fondo non abbia il suo handicap, i propri limiti fisici o mentali? A cominciare dall’età che avanza, spesso, o dal semplice ma sconvolgente disagio di stare al mondo. In “questo” mondo. Oppure la nevrosi, lo stress, le varie forme di depressione, i piccoli e grandi malanni quotidiani…

La verità, si potrebbe concludere, è che quando si parla di disabili viene fatto di pensare che il vero handicap sono i diritti. Non solo i loro, quelli di tutti. E tutti. Quei diritti spesso negati qui in Italia e per i quali non soltanto vale la pena, ma è sempre più urgente battersi. Per contribuire a cambiare davvero (anche alla luce delle speranze suscitate dalle recenti elezioni) l’andazzo delle cose.

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Il sesso dei disabili e l’abbraccio di una madre

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Il sesso dei disabili e l’abbraccio di una madre

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di Simone Fanti

Ho una confessione da fare… anche i disabili fanno sesso. Eh eh l’ho messa sul ridere, ma la sessualità e la disabilità sono un tabù per la società. Questa volta non scriverò io (ne avevo già parlato qui), lascerò, com’è giusto che sia in un blog, la parola ad Ann, una mamma coraggio e alla sua lettera.

«…Il post (quello su Quasi amici) arriva a puntino: proprio stamane l’insegnante di sostegno di mio figlio si è lamentata del fatto che se una compagna di classe passa vicino alla carrozzina, il mio ragazzo l’afferra per il braccio, non la lascia andare etc etc. «La pulsione sessuale è terribile» mi dice come se fossi un’anima bella che non se ne è accorta che il figlio è cresciuto. Ovviamente le ho risposto in modo brutale sconcertandola. Avrà fatto pure il suo addestramento come sostegno con allegato corso “psicologia del disabile” in 12 lezioni ma… non può comprendere proprio tutto perché non lo vive.

«Una madre della mia sottotribù invece mi ha insegnato parecchio. Lo scorso settembre mi ha telefonato alle due di notte chiedendomi di andarla a prendere in una certa via e di portare la macchina grande con il mio tagliando perché era con suo figlio e carrozzina. Quando arrivo la trovo per strada con due tutori dell’ordine imbarazzatissimi e rossi come peperoni. Carico in macchina figlio, carrozzina e madre e andiamo in un locale del centro ancora aperto dove mi racconta quello che le è successo.

Il figlio è maggiorenne, lei è divorziata e il padre si è rifatto una famiglia completa di due figli sani ancora pargoli. Così è toccato a lei provvedere perché la nuova moglie… non gradisce. Indagini lunghe e discrete presso colleghi e amici per trovare una “casa” con una tenutaria e ragazza disponibile, ovviamente a prezzo maggiorato. Per un pò va bene e il ragazzo è felice e la ragazza è “fissa”.

Purtroppo quella sera arriva una incursione. Lei è seduta vicino all’entrata con un libro di matematica (è insegnante), i suoi bravi capelli brizzolati e la figura pesante dei suoi anni. Sconcerto dei tutori dell’ordine neanche avessero visto un gatto in un canile. Poi una delle tutrici dell’ordine arriva trafelata “c’è di là un ragazzo che chiede della mamma”. La mia amica si alza e dice “mbeh penso che dovrei vestirlo se c’è qualcuno che mi aiuta”. Panico tra i custodi della legge. Alla fine permettono alla “ragazza fissa” di aiutare la madre.

Poi bisogna portare tutti, clienti e ragazze, in centrale dove verranno identificati mentre la tenutaria viene arrestata. Sono pronti due furgoni di sotto. La mia amica propone di seguirli con il figlio con la propria macchina ma i tutori rifiutano. Allora come far salire il ragazzo, ormai molto agitato, sul furgone? Altro panico e intanto la maitresse blatera che lei fa un buon servizio sociale e che aiuta i bisognosi, vedete c’è pure il povero disabile etc. Alla fine due forzuti tutori scaraventano ragazzo e carrozzina sul furgone delle ragazze che lo accolgono con boati, urla e risate.

In Centrale arriva subito il magistrato che messo al corrente della particolarità non sa che pesci pigliare. E qui la mia amica mi racconta un colloquio surreale:
– dove è suo marito? Io non ho marito, mi ha lasciato, pochi disabili hanno il padre.
– ma lei non ha un fratello o un amico per queste cose? No sono figlia unica e questa faccenda non si delega agli amici. Il resto lo tralascio e dico solo che non ho mai riso tanto in vita mia.

Si Simone c’è da ridere perché nella vita normale ci sono i mariti e gli amici, che spariscono nella vita con un disabile. Perché certi argomenti sono da uomini normali, ma le madri dei disabili a volte devono comportarsi da uomini, che lo vogliano o no. E uomini stessi, quelli che fanno le leggi, quelli che comandano, quelli che ci abbandonano a noi donne e madri diverse, non lo capiscono.

Anche se c’è un danno cerebrale, i nostri figli crescono e gli ormoni quelli sono. I danni cerebrali a volte provocano modifiche fisiche significative (bava alla bocca, incapacità di camminare) ma la voglia di affetto, di un abbraccio, di un rapporto c’è sempre. Però nessuno dei normali si sofferma su questo problema: per tutti il disabile è un “infelice” (come si diceva una volta) e non un essere umano con i suoi sentimenti e i suoi bisogni. Forse si considera il disabile un angioletto puro, a volte brutto da vedere (altro che i puttini del Mantegna!) ma comunque un qualcosa amorfo e non un qualcuno.

Ho l’impressione, poi, che molta gente non si renda conto che i nostri figli debbano farsi la barba come tutti e dobbiamo fargliela noi e così per tante altre cose. Ho l’impressione, invece, che molta gente pensi che quando i nostri figli sono in casa si fanno la barba da soli, mangiano da soli e vanno in bagno da soli. E queste cose, elementari e sgradevoli, raramente vengono fatte vedere per l’intero in un film, mitico per tutti “il figlio della luna”.

E allora come invocare la società perfetta, come meravigliarsi dello sconcerto e dell’imbarazzo di un normale quando nessuno gli scaraventa la realtà sotto il naso. Una realtà elementare: un disabile ha bisogno di tutto ma proprio di tutto, senza ipocrisie e senza repulsione, e senza neppure “distinguo” tra padre e madre perché Madre Natura non fa sconti anche quando fa un torto.

Più che invocare una società perfetta non sarebbe meglio spingere tutti noi a una riflessione più concreta, meno moralistica, più veritiera? E diciamolo “più naturale”! E infine, finale come in tutti i film che si rispettino: la mia amica ha trovato un’altra “casa”, il figlio sembra contento della “nuova ragazza”, non ha avuto conseguenze, l’ex marito non ha saputo niente e il 14 febbraio ha ricevuto un mazzetto di roselline. Forse c’è qualcosa pure per lei da parte di qualcuno di quella sera. Perché spesso quello che si nega ad un disabile si nega anche alla madre».

Queen Ann

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Ossitocina: l’ormone dell’amore

Ossitocina: l’ormone dell’amore

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Dr.sa Paola Romitelli

Il Prisma, Sito di Psicologia

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L’ossitocina è un ormone prodotto in una delle parti più antiche del cervello che viene rilasciato dall’ipofisi. Questo ormone, spesso chiamato “ormone dell’amore”, ci fa stare bene!

L’ossitocina viene prodotta in molteplici situazioni sociali: nel favorire il parto e l’allattamento, durante le dolci interazioni tra persone che si amano, nel preludio dell’atto sessuale e nell’orgasmo sia maschile che femminile.

Sembra che durante un orgasmo la presenza dell’ormone nel sangue sia presente in una quantità cinque volte superiore rispetto ai livelli normali. L’ormone, una volta liberato sprigiona i suoi effetti benefici: regola la temperatura corporea, controlla la pressione sanguigna, alza le difese immunitarie.

Ma, una delle cose più importanti è che l’ossitocina viene sprigionato, e fa da “collante”, nei legami affettivi che si instaurano tra le persone, infatti:

Il ruolo dell’ossitocina

Ossitocina

Interazione sociale positiva

Attivazione di afferente sensorie da parte di stimoli non fastidiosi↓

Ossitocina

Stimolazione di effetti antistress

Stimolazione dell’attaccamento e del legame

Stimolazioni mentali, sensoriali o condizionati ripetitivi non fastidiosi

Ossitocina

Promozione della salute

(Adattato da Uvnas-Moberg 1998)

E’ importante stimolare la produzione di ossitocina fina dalla nascita, i genitori hanno un ruolo fondamentale.

Quando un genitore prende in braccio suo figlio dolcemente, o quando lo stringe a sé per consolarlo o quando lo aiuta a superare una difficoltà o quando giocano insieme divertendosi o anche quando il genitore ascolta attivamente le preoccupazioni di suo figlio, la produzione di ossitocina è molto alta.

Abbracciate i vostri figli! Anche se loro, a volte, sembrano non volere le vostre coccole!

In ambito psicologico, le terapie relazionali e le terapie corporee, riducono l’angoscia stimolando la produzione di ossitocina. Infatti queste modalità terapeutiche vanno a compensare la mancanza di relazioni sociali positive che magari la persona in quel momento non sente di avere o non ha.

Un altro modi di liberare ossitocina è attraverso le immagini, addirittura in alcune ricerche si è dimostrato che bambini abbandonati spesso hanno delle allucinazioni positive o dei ricordi sensoriali che ne stimolano la produzione.

Gli effetti positivi dell’ossitocina sono stati scoperti anche grazie a delle ricerche che hanno evidenziato le conseguenze della mancanza dell’ormone in alcuni animali:

– iniezioni di ossitocina nel cervello di animali aggressivi, riducono tali comportamenti (Panksepp, 1998). L’ossitocina, infatti, è un neutralizzatore dell’acelcolina che se presente a livelli alti può risultare tossica producendo atteggiamenti aggressivi;

– alcuni sperimentatori hanno scatenato un comportamento materno in topi da laboratorio non gravidi, mentre hanno inibito il comportamento materno iniettando nelle stesse zone del cervello delle sostanze che bloccano l’ormone: le mamme topo tendevano a trascurare i piccoli fino a dimenticarsi di recuperarli se si allontanavano;

– I topi maschi, privati dell’ormone, tendono invece ad avere disturbi sociali e mostrano amnesia sociale.

Queste scoperte fanno luce anche su alcuni disturbi come l’autismo e la sindrome di Asperger, patologie caratterizzate da una notevole difficoltà in ambito sociale.

In alcune ricerche è stato dimostrato che ragazzi con autismo ad alto funzionamento a cui è stata somministrata ossitocina, non solo aumentavano i significati emotivi del linguaggio ma mostravano anche una riduzione di comportamenti ripetitivi.

Ed ecco che la produzione di ossitocina diventa fondamentale! La somministrazione di ossitocina avviene per via venosa e intranasale, ma la sicurezza dei trattamenti deve essere ancora accertata prima di passare allo studio su pazienti in età infantile (Hollander, 2006).

Dr.sa Paola Romitelli

Bibliografia

Odent M., Abbracciamolo subito!, Edizioni Red 2006

Uvans-Moberg K., Oxytocine may mediate the benefits of positive social interactions and emotions, Psychoneuroendocrinology, 1998.

Sunderland M., Aiutare I bambini a superare lutti e perdite, Erickson 2003.

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L’ALTRA META’ CHE VA IN CIELO – In Italia una donna uccisa ogni tre giorni. L’Onu parla apertamente di “femminicidio”

L’Onu:  in Italia ormai è “femminicidio”

Rashida Manjoo, responsabile per la violenza contro le donne, usa un termine nato per descrivere gli eccidi in Messico. Ogni tre giorni in Italia una donna viene uccisa per mano del proprio partner

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di Pierangelo Sapegno 

IoDonna online – 23 febbraio 2012

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LE NOSTRE INCHIESTE L'Onu: in Italia ormai è femminicidio Foto Olycom

Alla vigilia dell’8 marzo l’Italia farebbe bene a interrogarsi. Ma davvero siamo un Paese che perseguita la donna? Il dipartimento delle Pari opportunità ha addirittura pensato di istituire la figura di un avvocato specializzato nella sua difesa. E Rashida Manjoo, la relatrice speciale delle Nazioni Unite sulla violenza contro le donne, ha appena parlato di femminicidio: «È la prima causa di morte in Italia per le donne tra i 16 e i 44 anni». Femminicidio è un neologismo ed è una brutta parola: significa la distruzione fisica, psicologica, economica, istituzionale della donna in quanto tale. Wikipedia scrive che «avviene per fattori esclusivamente culturali: il considerare la donna una res propria può far sentire l’aguzzino legittimato a decidere sulla sua vita».
È un termine coniato ufficialmente per la prima volta nel 2009, quando il Messico è stato condannato dalla Corte interamericana dei diritti umani per le 500 donne violentate e uccise dal 1993 nella totale indifferenza delle autorità di Ciudad Juarez, nello Stato di Chihuahua. C’erano cadaveri straziati buttati nella monnezza o sciolti nell’acido: secondo alcune denunce si sarebbero macchiati di questi orrori anche uomini delle forze dell’ordine. Certo, in Italia non siamo arrivati a questi livelli. Però, si tratta di delitti trasversali a tutte le classi sociali.

Stefania Noce, femminista del Movimento studentesco, è stata uccisa a Catania dal compagno laureando in psicologia che lei diceva di amare «più della sua vita». A marzo di un anno fa nella periferia romana è stato trovato il tronco del cadavere di una donna mutilato: il caso è stato archiviato subito anche dai giornali. Come se volessimo tutti chiudere gli occhi davanti a questo orrore. Rashida Manjoo nella sua relazione ha detto che «la violenza domestica si rivela la forma più pervasiva che continua a colpire le donne in tutto il Paese, come confermano le statistiche: dal 70 all’87 per cento dei casi si tratta di episodi all’interno della famiglia».
C’è chi sta peggio, l’abbiamo capito: dieci Paesi del Sudamerica, a cominciare dal Messico. Ma nel mondo cosiddetto civilizzato dell’Europa siamo messi davvero male. I numeri sembrano quelli di una strage. Nel 2010 le donne uccise in Italia sono state 127: il 6,7 per cento in più rispetto all’anno precedente. Dati in continua crescita dal 2005 a oggi, e solo dal 2006 al 2009 le vittime sono state 439. Secondo l’associazione «Casadonne» di Bologna, si tratta di «un fenomeno inarrestabile».

Nei primi mesi del 2011, le statistiche parlano già di 92 donne uccise. Nella stragrande maggioranza dei casi gli assassini sono all’interno della famiglia, mariti (36 per cento), partner (18), parenti (13), ex (9), persino figli (11). Come se non bastasse, poi, «i dati sono sottostimati perché non tengono conto delle donne scomparse, dei ritrovamenti di donne senza nome o di tutti quei casi non ancora risolti a livello personale». Anche secondo una ricerca della Regione Toscana il fenomeno «è drammaticamente in crescita», e solo nel 2005 si è registrato in Italia un omicidio in famiglia ogni due giorni, e in sette casi su dieci la vittima era una donna. Ogni tre giorni una donna in Italia viene uccisa per mano del proprio partner. Secondo i dati della Polizia e dell’Istat una donna su 4, nell’arco della vita, subisce violenza, e negli ultimi nove anni, ha stabilito un rapporto dell’Eurispes, «il fenomeno è aumentato del 300 per cento». Le Nazioni Unite sostengono che «in 125 Paesi del mondo le leggi penalizzano davvero la violenza domestica e l’uguaglianza è garantita».

L’Italia, purtroppo, sembrerebbe far parte degli altri 139 Paesi. Davvero siamo messi così male? A sentire la coordinatrice della Commissione Pari opportunità del Consiglio Forense Susanna Pisano pare proprio di sì: solo il 6 per cento delle donne italiane denuncia la violenza subita. «La nostra è una piaga silenziosa e nascosta», dice. Non è solo una questione di costume, ma anche di diritto, come spiega bene, in fondo, la recente sentenza della Cassazione secondo la quale gli autori di uno stupro di gruppo non meritano il carcere. E non è un caso, alla fine, che proprio in Italia stia per nascere la figura di un avvocato specializzato solo nella difesa delle donne. Aspettando l’8 marzo…

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