Farmaci che non funzionano: un moderno scandalo medico; di Ben Goldacre, guardian.co.uk

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Farmaci che non funzionano: un moderno scandalo medico

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DI BEN GOLDACRE, medico pediatra
guardian.co.uk

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I medici che prescrivono i farmaci non sanno di non fare quello che dovrebbero fare; lo stesso vale per i pazienti. Le case farmaceutiche, invece, sanno bene quello che fanno, ma non lo dicono. I farmaci sono testati da chi li produce nel corso di prove poco significative, eseguite su un esiguo numero di ‘strani’ pazienti poco rappresentativi, e analizzati con tecniche mal progettate, al punto che finiscono con l’esagerarne i benefici. E’ chiaro che queste prove finiscono con il favorire i produttori. Quando poi i test mostrano risultati sgraditi alle aziende farmaceutiche, queste hanno tutto il diritto di nasconderli ai medici ed ai pazienti: abbiamo quindi un’immagine distorta degli effetti dei farmaci.

Gli organismi di controllo hanno accesso a gran parte dei dati dei test effettuati (anche se non a tutti), eppure queste informazioni non vengono rese pubbliche a medici e pazienti, o ad altri enti pubblici governativi. Il risultato: prove distorte comunicate ed applicate in modo distorto.

Nel 2010, alcuni ricercatori di Harvard e Toronto trovarono tutti i test relativi a cinque importanti classi di farmaci: antidepressivi, per l’ulcera, ecc. – e presero in considerazione due dati fondamentali: erano positivi? Erano finanziati dalle industrie?

In totale esaminarono 500 test: l’85% delle prove finanziate dalle industrie risultavano positive, contro solo il 50% nel caso di test finanziati dal governo. Nel 2007, i ricercatori esaminarono tutti i test relativi a una statina. Questo tipo di farmaco, destinato ad abbassare il colesterolo, riduce il rischio di attacchi cardiaci e viene normalmente prescritto in grandi quantità.
Questo studio esaminò 192 test, sia attraverso il confronto tra diverse statine, sia confrontando una statina con un altro tipo di cura. Si scoprì che le prove finanziate dalle industrie avevano venti volte la probabilità di dare esiti positivi rispetto a test diversamente finanziati.

Com’è possibile questo? Come mai i test sponsorizzati dalle case farmaceutiche quasi sempre conducono a risultato positivi? A volte i test contengono in sé difetti di progettazione. O puoi confrontare il nuovo farmaco con un vecchio farmaco di cui già si conosce l’inefficacia – un farmaco già esistente somministrato a dosi inadeguate, forse, o un placebo che non fa assolutamente niente. Si possono poi scegliere i pazienti molto attentamente, puntando su quelli che già si sa che guariranno prima. Si può dare un’occhiata ai risultati a metà delle prove e fermare il test non appena si notino risultati positivi, senza completare tutto l’iter. Tutti questi trucchi e sotterfugi metodologici non sono che un insulto all’integrità delle informazioni. A volte le case farmaceutiche effettuano un gran numero di test, ma poi, quando si accorgono che i risultati non sono soddisfacenti, si guardano bene dal pubblicarli.

Dopo questo episodio, il MHRA e l’Unione Europea hanno modificato parte della legislazione in vigore, anche se non in modo adeguato. Hanno introdotto l’obbligo per le società di presentare i dati di sicurezza nell’utilizzo dei farmaci al di fuori delle loro autorizzazioni di commercializzazione; ma, cosa alquanto ridicola, i test effettuati al di fuori dell’Unione Europea, erano esenti da tale obbligo. Alcuni dei test condotti da GSK furono pubblicati parzialmente, ma questo, comunque, non basta: se vediamo solo un campione parziale di dati, sappiamo già che saremo sviati nelle nostre conclusioni. Abbiamo bisogno di tutti i dati per la semplice ragione che abbiamo bisogno di un gran numero di dati: le avvertenze spesso sono blande, sottili e difficili da interpretare. Nel caso della paroxitina, i pericoli nel suo utilizzo divennero chiari solo dopo che tutti i risultati di tutti i test condotti furono analizzati e confrontati.

Questo ci conduce al secondo ovvio difetto dell’attuale sistema: i risultati di questi test sono presentati segretamente ai regolatori, che si siedono e prendono una decisione con calma. Questo è l’opposto della scienza, che è affidabile solo perché tutti mostrano i risultati del loro lavoro, spiegano perché sono convinti che una cosa sia efficace e sicura, condividono i loro metodi e risultati e permettono ad altri di decidere se siano o meno d’accordo sul modo in cui i dati sono stati elaborati ed analizzati. E invece oggi permettiamo che la decisione sulla sicurezza e l’efficacia dei farmaci venga presa a porte chiuse, perché le società farmaceutiche hanno deciso di rivelare in modo discreto i risultati dei loro test solo ai regolatori. In questo modo, il lavoro più importante della medicina fondata su prove certe, viene svolto in modo occulto. E i regolatori, inoltre, non sono infallibili, e questo lo vedremo tra poco.

Le informazioni mancanti avvelenano “l’acqua di tutti”. Se non si eseguono tutte le prove necessarie, se si occultano i test che hanno dato esiti negativi, non saremo mai a conoscenza dei veri effetti delle medicine che prendiamo. Le prove, in campo medico, non sono semplicemente un astratto prurito accademico. Quando ci vengono date delle informazioni sbagliate, prendiamo le decisioni sbagliate, causando danni e sofferenze non necessarie, e anche la morte, a gente come noi.

Questa è una situazione talmente vergognosa e nascosta che anche il tentativo di documentarla pubblicamente diventa un’impresa quasi impossibile. Nel 2006 fu pubblicato un documento nel Journal of the American Medical Association (JAMA), uno dei più importanti giornali medici del mondo, che spiegava quanto era normale per i ricercatori che eseguivano i test finanziati dalle industrie rispettare il divieto di pubblicarne i risultati. Lo studio era stato condotto dal Nordic Cochrane Centre e presentava tutti i test che erano stati approvati a Copenhagen e a Frederiksberg. (Se ci domandiamo il perché della scelta di queste due città, si tratta di una ragione puramente pratica: i ricercatori chiesero il permesso in altri luoghi ma nel Regno Unito, in particolare, gli fu negato).

Questi test erano palesemente sponsorizzati dall’industria farmaceutica (98%) e le regole che disciplinavano la gestione dei risultati raccontavano di una vicenda oramai familiare a metà strada tra l’assurdo e lo spaventoso.

Per 16 dei 44 test, l’industria sponsor potevano accedere ai risultati a mano a mano che si accumulavano, ed in altri 16 test l’industria in questione aveva il diritto di interrompere le prove in qualsiasi momento, per qualsiasi ragione. Questo significa che una compagnia farmaceutica può accorgersi subito se un test si sta rivelando contrario e può interferire liberamente durante l’iter, distorcendone i risultati. Anche se lo studio veniva completato, se ne potevano liberamente occultare i risultati: erano applicati divieti di pubblicazione dei risultati in 40 test su 44, e in metà di questi 40 i contratti indicavano chiaramente che lo sponsor possedeva i diritti sui dati risultanti (e i pazienti allora? Verrebbe da chiedersi) e poteva dare o meno l’approvazione per la loro definitiva pubblicazione, o entrambe le due cose insieme. Queste restrizioni non erano per niente indicate nei documenti pubblicati.

Quando fu resa nota questa situazione nel JAMA, la LIF, l’associazione farmaceutica danese, rispose annunciando, nel Giornale dell’Associazione Medica Danese, di sentirsi “colpita e sdegnata per le critiche mosse”, che respingeva in modo assoluto. Fu chiesta un’indagine tra i ricercatori, senza però indicare da parte di chi e per che cosa. La LIF poi scrisse alla Commissione Danese sulle Scorrettezze Scientifiche, accusando i ricercatori del Cochrane di cattiva condotta scientifica. Non possiamo leggere questa lettera, ma i ricercatori ci dicono che le accuse erano molto forti – venivano accusati di aver distorto deliberatamente i dati – ma in modo vago, e senza documenti che sostanziassero tali affermazioni.

Commento: un grave problema, questo, molto frustrante per me come pediatra.

Ho rifiutato per anni di ricevere i rappresentanti di farmaci e di dare campioncini ai pazienti, non vado ai pranzi o ricevimenti del settore, non accetto e non uso le loro penne omaggio, poiché non voglio in nessun modo essere influenzato ed inconsciamente prendere per buone informazioni sbagliate, tranne che in quei rari casi in cui io abbia la possibilità di leggere informazioni corrette e veritiere.

Tendo a fidarmi solo di quegli studi che parlano di vecchi e provati farmaci generici (che usiamo spesso per i bambini) o quegli studi che mostrano che il farmaco in alcuni casi non funziona, anche se, statisticamente, è più difficile dimostrare un effetto che utilizzi un’ipotesi nulla…

Non condivido le linee guida della mia professione, che non solo poggiano sulle stesse informazioni errate ma troppo spesso sono influenzate dall’industria. Secondo le direttive dell’AAP, io dovrei controllare il livello del colesterolo in tutti i miei pazienti tra i 9 e gli 11 anni, e in quelli di altre fasce di età ancora più giovani in caso di fattori di rischio – e se tale livello resta alto e le diete e l’esercizio fisico non aiutano a ridurlo, dovrei prescrivergli delle statine. E non importa che non esistano dei dati pubblicati (pure se falsi) che mi dicano che questa sia una buona idea! Io glielo controllo il colesterolo? No, ma mi sento obbligato a dirgli che l’AAP dice che dovrei, e che io non sono d’accordo, e che io non ho bisogno di un esame del sangue per dirgli semplicemente che una dieta a base di cibi-spazzatura e uno stile di vita sedentario siano comportamenti negativi, a prescindere dal livello di colesterolo. Se questo è alto e i genitori del bambino insistono per avere delle statine, gli dico di trovarsi qualcun altro che gliele prescriva, perché io non lo farò. Lascio decidere ai genitori. Finora, nessuno di questi genitori, da semplici diplomati a superlaureati, mi ha mai mandato a quel paese.

A volte le società europee si dimostrano attente almeno nelle loro direttive – un po’ più attente nel come interpretano le prove in loro possesso. Io, per parte mia, cerco di usare meno medicine possibile, anche se alla fine di ogni giorno mi accorgo di aver prescritto qualche medicina a qualche mio paziente. E’ difficile contrastare gli “intrugli” omeopatici quando non posso dire ai miei pazienti che sono sicuro che la mia “vera” medicina faccia esattamente quello che dovrebbe fare…e che forse gli “intrugli” omeopatici sono più sicuri.

Ben Goldacre è un medico pediatra e autore della colonna “Cattiva Scienza” nel Guardian, dedicata all’analisi delle sparate giornalistiche di argomento medico, dei prodotti di bellezza “miracolosi”, dei cosmetici pseudoscientifici e dei grandi gruppi farmaceutici multinazionali; spesso affronta anche temi come la medicalizzazione della vita moderna e della psicologia delle credenze irrazionali.

Fonte: www.guardian.co.uk
Link: http://www.guardian.co.uk/business/2012/sep/21/drugs-industry-scandal-ben-goldacre
21.09.2012

Traduzione per http://www.comedonchisciotte.org a cura di SKONCERTATA63

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fonte comedonchisciotte.org

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Patatine surgelate, il trucco per ridurre il rischio cancro


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Patatine surgelate, il trucco per ridurre il rischio cancro

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di Silvia Soligon (01/10/2012)

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Uno studio pubblicato sul Journal of Agricultural and Food Chemistry svela com’è possibile ridurre la quantità di acrilamide, sostanza potenzialmente cancerogena, presente nelle patatine fritte surgelate. Gli autori dello studio, guidati da Donald Motttram del Dipartimento di Scienze Alimentari e Nutrizionali dell’Università di Reading (Regno Unito), hanno spiegato che questa molecola si forma a causa della riduzione degli zuccheri e dell’amminoacido asparagina durante la preparazione delle patatine, ma che la riduzione del rapporto fra il fruttosio e il glucosio presente nei bastoncini di patata già tagliati può abbassarne i livelli finali.

In realtà questa molecola si forma naturalmente durante la cottura di diversi cibi. La sua produzione è inevitabile anche nel caso delle patatine fritte, ma stabilendo quanto ognuna delle diverse fasi della preparazione del prodotto surgelato contribuisce al suo accumulo è possibile minimizzarne le quantità finali. A giocare un ruolo fondamentale sono la fase iniziale di sbiancamento, il trattamento in una soluzione a base di glucosio e la frittura parziale. Questi tre passaggi, infatti, determinano la quantità di precursori dell’acrilamide presenti nelle patatine pronte per la frittura finale.

I ricercatori hanno monitorato in diverse fasi della cottura la presenza di acrilamide, aminoacidi, zuccheri, umidità e grassi e il colore di patatine pretrattate con diverse concentrazioni di glucosio e fruttosio. In questo modo è stato possibile mettere a punto un modello matematico che ha dimostrato che sia il glucosio, sia il fruttosio contribuiscono alla formazione di acrilamide e che le loro quantità predicono accuratamente il contenuto della sostanza cancerogena nella patatine pronte al consumo.

I risultati ottenuti confermano quanto già ipotizzato al termine di precedenti ricerche: minimizzare il rapporto fra fruttosio e glucosio nelle patatine pronte per la frittura può ridurre l’acrilamide che finisce nel piatto del consumatore.

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fonte salute24.ilsole24ore.com

ANTICIPAZIONE DI LE MONDE – Mais ogm, dimostrata per la prima volta la tossicità / Un maïs OGM de Monsanto soupçonné de toxicité

Mais ogm, dimostrata per la prima volta la tossicità

Lo anticipa Le Monde: il mais testato è della Monsanto. Esperimento durato due anni. Nei maschi più frequenti problemi epatici e renali. Nelle donne i tumori mammarii

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Uno studio condotto da un biologo francese dimostrerebbe, per la prima volta, una corrispondenza – nei ratti – tra consumo di mais ogm e malattie come il tumore mammario nelle femmine, problemi epatici e renali per i maschi e – in entrambi i sessi – aspettativa di vita ridotta.

Ne dà notizia il quotidiano francese Le Monde, specificando che lo studio è stato sottoposto al giornale senza dare la possibilità, per questioni di tempo, di sottoporre le conclusioni al giudizio di altri esperti del settore. Tuttavia lo studio – firmato dal biologo Gilles-Eric Séralini – verrà pubblicato nel prossimo numero della rivista Food and Chenmical Toxilogy, dove è stato accettato in seguito a una peer reviw, ovvero la procedura di standard internazionale che consiste nel sottoporre uno studio e i suoi risultati a una comunità di esperti prima della pubblicazione su una rivista. Si tratta, insomma, di un progetto scientifico non “arrangiato”, come dimostrano anche i numeri – più di 200 i ratti sottoposti agli esperimenti per circa due anni – e al costo dell’operazione – circa 3 milioni di euro – sostenuta grazie al finanziamento di una fondazione, del ministero della ricerca scientifica francese ma anche di una associazione che si batte contro gli ogm (Criigen).

I biologi hanno selezionato 9 gruppi di 20 ratti. Il mais testato è il NK603 della Monsanto. L’esperimento è consistito nel nutrire un gruppo di ratti – composto da 20 esemplari – con il mais ogm. Il secondo gruppo – composto dallo stesso numero di esemplari – con il mais ogm associato al Round-Up che è un erbicida tollerato dal mais geneticamente modificato. A un terzo gruppo è stato somministrato solo il Round-Up. Il protocollo prevedeva inoltre il controllo della quantità delle sostanze ingerite: per cui i gruppi di ratti erano in tutto nove. Ai primi tre sono state somministrate le sostanze all’11%, Alla seconda “classe” di tre gruppi è stato somministrato il 22%. E alla terza “classe” il 33%.

Per vedere i primi effetti è stato necessario aspettare un anno. Nei maschi le necrosi del fegato sono state da 2,5 a 5,5 volte più frequenti rispetto al gruppo testimone. Sempre nei maschi, sono stati inoltre riscontrati problemi renali da 1,3 a 2,3 volte più frequenti. In tutti i gruppi studiati sono inoltre stati riscontrati tumori mammari a una frequenza maggiore, anche se non significativa dal punto di vista statistico.

Anche la mortalità è cresciuta in tutti i gruppi trattati. Se nel campione testimone la vita media dei maschi è stata di 624 giorni e 701 giorni nelle femmine, “Calcolato il periodo medio di sopravvivenza – scrivono gli autori – le cause della morte sono state ricondotte generalmente all’invecchiamento. Prima di questo periodo, nel gruppo-testimone sono morti spontaneamente il 20% dei maschi e il 30% delle femmine. Nei gruppi trattati con gli ogm questa percentuale è cresciuta rispettivamente al 50% e al 70%.

Gli scienziati osservano nel loro studio che gli effetti non cambiano significativamente in relazione alle dosi somministrate. Confermando quanto già studiato in ambito medico: e cioè che basta una esposizione anche non massiccia a un elemento negativo per il sistema ormonale per avere conseguenze sulla salute.

Secondo gli autori, dunque, ilRound-Up potrebbe comportarsi come un “disturbatore” del sistema endocrino. Questo però non spiega gli effetti riscontrati sui gruppi di ratti nutriti soltanto con il mais Ogm (senza erbicida). Secondo gli autori la costruzione del mais ogm comporta la modificazione di un enzima (si chiama ESPS sintasi) coinvolti nella sintesi degli amminoacidi aromatici che hanno un ruolo nella protezione della genesi del cancro. Il fatto che la produzione di questi amminoacidi sia ridotta potrebbe spiegare, secondo gli autori, le patologie osservate in modo più frequente nei ratti esposti al solo Ogm.

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fonte globalist.it

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Un maïs OGM de Monsanto soupçonné de toxicité

Le Monde.fr | 19.09.2012 à 11h19 • Mis à jour le 19.09.2012 à 13h21

Par Stéphane Foucart

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Photo du film "Tous cobayes ?" de Jean-Paul Jaud.
Photo du film “Tous cobayes ?” de Jean-Paul Jaud. | Jean-Paul Jaud/J+B Séquences

Tumeurs mammaires chez les femelles, troubles hépatiques et rénaux chez les mâles, espérance de vie réduite sur les animaux des deux sexes… L’étude conduite par le biologiste Gilles-Eric Séralini (université de Caen) et à paraître dans la prochaine édition de la revue Food and Chemical Toxicology fait grand bruit : elle est la première à suggérer des effets délétères, sur le rat, de la consommation d’un maïs génétiquement modifié – dit NK603, commercialisé par la firme Monsanto – associé ou non au Round-Up, l’herbicide auquel il est rendu tolérant.

Les auteurs ont mis en place un protocole expérimental particulièrement ambitieux. Ils ont testé – sur un total de plus de 200 rats, et pendant deux ans – les effets d’un régime alimentaire composé de trois doses différentes du maïs transgénique (11 %, 22 % et 33 %), cultivé ou non avec son herbicide-compagnon.

Trois groupes ont également été testés avec des doses croissantes du produit phytosanitaire seul, non associé à l’OGM. Au total, donc, ce sont neuf groupes de 20 rats (3 groupes avec OGM, 3 groupes avec OGM et Roundup, 3 groupes avec Roundup) qui ont été comparés à un groupe témoin, nourri avec la variété de maïs non transgénique la plus proche de l’OGM testé, sans traitement à l’herbicide.

MORTALITÉ ACCRUE

 

La mortalité a été accrue dans l'ensemble des groupes traités.
La mortalité a été accrue dans l’ensemble des groupes traités. | Jean-Paul Jaud/J+B Séquences

Sur l’ensemble des groupes traités, les différences les plus significatives avec le groupe témoin apparaissent au bout d’environ un an. Chez les mâles, les congestions et les nécroses du foie sont 2,5 fois à 5,5 fois plus fréquentes. Ces derniers souffrent également 1,3 fois à 2,3 fois plus d’atteintes rénales sévères. Les tumeurs mammaires ont été également plus fréquemment observées dans tous les groupes traités, mais pas toujours de manière statistiquement significative.

 

Quant à la mortalité, elle a également été accrue dans l’ensemble des groupes traités. Dans le groupe témoin, la durée de vie des mâles a été en moyenne de 624 jours et de 701 jours pour les femelles. “Une fois la période moyenne de survie écoulée, toute mort a été largement considérée comme due au vieillissement, écrivent les auteurs. Avant cette période, 30 % des mâles et 20 % des femelles du groupe témoin sont morts spontanément, alors que jusqu’à 50 % des mâles et 70 % des femelles sont morts [prématurément] dans des groupes nourris avec l’OGM.”

Les auteurs de ces travaux notent que la majorité des effets détectés ne sont pas proportionnels aux doses d’OGM ou d’herbicide auxquelles ont été exposés les animaux. Cette absence de proportionnalité entre la dose et la réponse biologique – une petite dose peut produire des effets plus importants que des doses plus fortes –, est désormais bien documentée dans le cas des substances qui perturbent le système hormonal.

Selon les auteurs, le Round-Up pourrait donc se comporter comme un perturbateur endocrinien. Cependant, cela n’explique pas les effets mesurés sur les animaux nourris à l’OGM seul. Pour les auteurs, la construction génétique de l’OGM entraîne la modification d’une enzyme (dite ESPS synthase) impliquée dans la synthèse d’acides aminés aromatiques ayant un effet de protection contre la cancérogénèse. Le fait que la production de ces acides aminés soit réduite pourrait expliquer, selon les auteurs, les pathologies plus fréquemment observées chez les rats exposés à l’OGM seul.

 

Les tumeurs mammaires ont été plus fréquemment observées dans tous les groupes traités.
Les tumeurs mammaires ont été plus fréquemment observées dans tous les groupes traités. | Jean-Paul Jaud/J+B Séquences

UN BUDGET DE 3 MILLIONS D’EUROS

 

La publication de M. Séralini va sans nul doute relancer l’affrontement entre pro et anti-OGM. Et ce d’autant plus qu’elle est publiée dans une revue importante, ne publiant qu’après “une relecture par les pairs” (ou peer review), c’est-à-dire une expertise technique sur les résultats présentés. Cependant et de manière inhabituelle, Le Monde n’a pu prendre connaissance de l’étude sous embargo qu’après la signature d’un accord de confidentialité expirant mercredi 19 septembre dans l’après-midi. Le Monde n’a donc pas pu soumettre pour avis à d’autres scientifiques l’étude de M. Séralini. Demander leur opinion à des spécialistes est généralement l’usage, notamment lorsque les conclusions d’une étude vont à rebours des travaux précédemment publiés sur le sujet.

Or jusqu’à présent, de nombreuses études de toxicologie ont été menées sur différents OGM et sur différentes espèces animales, sans montrer de différences biologiquement significatives entre les animaux témoins et ceux nourris avec les végétaux modifiés. Cependant, la plupart de ces travaux, rassemblés dans une récente revue de littérature conduite par Chelsea Snell (université de Nottingham, Royaume-Uni) et publiée en janvier dans Food and Chemical Toxicology, ont été menés sur des durées très inférieures à deux ans, et avec un plus faible nombre de paramètres biologiques contrôlés chez les animaux. De plus, tous ou presque ont été financés ou directement menés par les firmes agrochimiques elles-mêmes.

Les travaux de M. Séralini – dont le budget s’est élevé selon lui à plus de 3 millions d’euros – ont, pour leur part, été financés par la Fondation Charles-Léopold Mayer, par l’association CERES (qui rassemble notamment des entreprises de la grande distribution), le ministère français de la recherche et le Criigen (Comité de recherche et d’information indépendantes sur le génie génétique), une association qui milite contre les biotechnologies.

En tout état de cause, cette nouvelle publication sera placée sous l’attention soutenue de l’ensemble de la communauté scientifique et des agrochimistes, qui y chercheront les biais possibles et les faiblesses expérimentales. Interrogé par Le Monde, M. Séralini s’engage à fournir à la communauté scientifique l’ensemble des données brutes de son expérience – ce que ne font pas les agrochimistes qui mènent ce type d’études –, afin qu’elles puissent être réanalysées par ses contradicteurs.

Stéphane Foucart

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fonte lemonde.fr

SALUTE – Sigarette elettroniche: L’European Respiratory Society (Ers) presenta uno studio che rivelerebbe che possono causare danni ai polmoni


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Sigarette elettroniche, dubbi degli esperti

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Sigarette elettroniche sì, sigarette elettroniche no. Mentre la Società europea di cardiologia conferma che le e- cig, come le chiamano gli americani, non hanno effetti nocivi sul cuore, l’ European Respiratory Society (Ers) presenta uno studio che rivelerebbe che possono causare danni ai polmoni.
La ricerca dell’università di Atene ha voluto affrontare la questione degli effetti a breve termine delle ‘e-cig’, su persone diverse: ha coinvolto 8 individui che non avevano mai fumato e 24 tabagisti, di cui 11 con funzione polmonare normale e 13 con Broncopneumopatia cronica ostruttiva (Bpco) o asma.
Ogni volontario ha utilizzato una sigaretta elettronica per 10 minuti. I ricercatori greci hanno poi misurato l’aumento della resistenza delle vie aeree (broncocostrizione) mediante una serie di test, compreso quello spirometrico.

I risultati hanno mostrato che, nei soggetti sani, c’è stato un aumento statisticamente significativo della resistenza delle vie aeree in media del 182-206%, che perdura per 10 minuti. Nei fumatori con spirometria normale, l’aumento è risultato in media pari a +176-220% e infine nei pazienti con Bpco e asma, l’uso di una e-cig sembra invece non avere un effetto immediato.

Tuttavia, avvisano gli esperti sebbene lo studio dimostri che le sigarette elettroniche possono causare un danno immediato dopo che sono state utilizzate, saranno necessarie ulteriori ricerche per capire se questo danno abbia anche effetti nel lungo termine.

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fonte farmacia.it

RICERCA – Donne felici grazie a un gene che l’uomo non possiede

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Donne felici grazie a un gene che l’uomo non possiede

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I ricercatori della South Florida University sono riusciti ad identificare in una sezione di Dna il gene responsabile del buonumore e della felicità, prende il nome di monoamine assidasi A (MAOA).

La scoperta è descritta in un articolo pubblicato su Progress in Neuro-psychopharmacology and biological psychiatry.

Quello che lo studio ha rilevato è un legame tra il MAOA e le reazioni del cervello con alcune sostanze associate agli stati d’animo come il buonumore, l’essere tranquilli e il senso di felicità.

Di fatto, spiegano gli studiosi, il gene è come un regolatore di serotonina e dopamina, dei neurotrasmettitori che hanno a che fare proprio con l’umore.

Per giungere alla conclusione, i ricercatori hanno arruolato 193 donne e 152 uomini. I dati raccolti indicano che l’azione positiva del MAOA è stata osservata solo sulle donne e non sugli uomini.

I partecipanti sono stati sottoposti ad uno screening genetico. Una volta rilevata la variazione del MAOA nei soggetti coinvolti, è stata creata una scala che misurasse il loro livello di felicità.

Henian Chen, lo scienziato che ha guidato la ricerca, ha spiegato che “questo è il primo gene della felicità per le donne”.

“Una bassa espressione del gene MAOA è correlata a stati d’animo sereni – ha aggiunto il ricercatore – una alta espressione invece è legata a stati negativi come l’alcolismo, i comportamenti aggressivi e antisociali”.

Per quanto riguarda gli uomini, Chen ha chiarito che la correlazione individuata nelle donne è invece assente negli uomini.

E’ probabile che nel cervello maschile, simili meccanismi neurologici siano tutt’ora ignoti. Secondo la ricerca, l’ipotesi è che “alti livelli di testosterone presenti negli uomini cancellano ogni possibile effetto del gene MAOA sul loro umore”.

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fonte vitadidonna.org

TUMORI – Domenico Biscardi, medico volontario: “Io uso il metodo di Bella in Africa”

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“Io uso il metodo di Bella in Africa”

Domenico Biscardi, 44 anni di Caserta, per sei mesi l’anno fa il medico volontario sull’sola di Sal, a Capoverde. Per curare i malati di cancro ha scelto il metodo Di Bella. Ci racconta i suoi successi anche quelli su un bimbo di 8 anni colpito da sclerosi multipla…

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Sei mesi l’anno fa il medico volontario a Capo Verde, a Murdeira. Gli altri sei lavora a Caserta. Domenico Biscardi, 44 anni, medico e farmacista, ha “esportato” il metodo Di Bella sull’arcipelago portoghese, cinquecento chilometri dall’Africa.

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E ha stilato una sua casistica di pazienti guariti, “discutibile se guardiamo ai mezzi diagnostici perché qui possiamo fare solo ecografie e ago aspirato, non diamo i nomi ai tumori – ammette – ma quel tipo di analisi qui non ha senso: quel che conta è bloccare il male”. E in parecchi casi ci riesce.

Biscardi fa la spola, Caserta- Murdeira da sei anni. Ha contribuito a fondare la onlus Apocrianca, associazione senza scopo di lucro, formata da alcuni medici che come lui “hanno scelto di andare dove ci sono più malattie che cure”, facendo il volontario da sempre (“anche quando ero uno studente-lavoratore”) ha visto con i suoi occhi che in Africa “i tumori non si curano. Se c’è un chirurgo bene, ma finisce lì. E se il chirurgo non c’è, finisce anche prima”. Si è sposato con Dilma, capoverdiana, che fa l’assistente sociale e lavora (gratis) con lui nella clinica di Murdeira, “perché qui gli ospedali si fanno pagare anche i cerotti, due, cinque euro, non di più. Io faccio le diagnosi al ribasso (ossia dico che si tratta di malattie poco costose) così i pazienti spendono poco e poi li curo fuori senza chieder nulla. Per questo abbiamo creato la onlus, qui c’è bisogno di tutto, dall’Italia ci arrivano le medicine e gli strumenti indispensabili”.

Sul sitowww.apocrianca.com cliccando sulle fiammelle accese si scoprono storie di Capoverde, sono tanti flash sulla povertà estrema: le famiglie vivono in case di latta, dormono su materassi per terra, quando va bene, a fare il muratore, si mettono insieme 150 euro al mese. Sì, perché ai capoverdiani arrivano solo le briciole di quella ricchezza creata dalle grandi imprese turistiche straniere (che, per effetto di una legge locale, per i primi dieci anni di attività non pagano le tasse).

Parliamo del metodo Di Bella, perché ha deciso di esportarlo a Capoverde?
“Ho fatto per anni il volontario in Kenya, affiancavo i veterani, bravi chirurghi come Robero Faccin che da 20 gira per l’Africa e trascorre dieci ore al giorno in ambulatorio. I medici del posto non sanno riconoscere un tumore (e io ero preso dal fatto di non riuscire ad alleviare le sofferenze di tutta questa gente…) nello stesso tempo se vuoi curare a Capoverde devi saper fare tutto, affrontare le ferite da pallottola, le infezioni, le dipendenza da alcool e droga, però, ripeto, per il cancro non c’è cura. Io avevo seguito la vicenda Di Bella, negli anni della sperimentazione e quando, sei anni fa, ho deciso di impegnarmi a Murdeira, sono andato a lezione da Giuseppe Di Bella, il figlio del professore. Da lui ho imparato l’importanza di somministrare un principio attivo in un preciso momento del giorno, che cosa si può mescolare e che cosa no, l’azione degli enzimi epatici, il blocco dei fattori di crescita e così via…”

Ma quanto si ammalano di tumore gli africani?
“Come noi. Perché mangiano cibo inquinatissimo… quest’angolo è diventata la spazzatura del mondo e non mi riferisco al fatto che non si fa la raccolta differenziata ma che affondano carichi di ogni genere… i risultati si vedono.”

Ovvero?
“Si pescano pesci che dopo un’ora o due che sono morti sprigionano luce fosforescente, ormai non è più vero il detto ‘sano come un pesce’…”

Quindi i più frequenti sono i tumori del tratto digerente?
“Dopo i melanomi sì, ma ci sono anche quelli della mammella, della prostata, dell’ovaio”.

I melanomi…? Ma le pelli scure non dovrebbero essere naturalmente protette dal sole?
“In teoria sì, ma di fatto, con il buco dell’ozono gli africani si ammalano soprattutto di melanoma…”.

E lei cura i melanomi con il metodo Di Bella?
“Certamente e, quando la lesione è all’inizio e non ci sono metastasi, ho ottimi risultati applicando il disinfettante iodopovidone, penetra nelle cellule e uccide le maligne”.

Quanti tumori ha affrontato con il metodo Di Bella?
“Al momento ho in cura una trentina di persone. In alcuni casi ho visto risultati sorprendenti dopo pochi mesi, senza intervento chirurgico. Una ragazza di 19 anni, all’inizio del 2008 si è presentata con perdite al seno, ghiandole linfatiche già intaccate e metastasi epatica (l’ago aspirato rivelò: carcinoma a piccole cellule).
Dopo sei mesi di cura continuativa, il tumore si era ridotto del 90%, abbiamo ripetuto per 2 volte la terapia per un mese e oggi prende solo retinoidi, vitamina E, argento colloidale (potente antivirale che abbino spesso alla terapia)”.

Ma chi paga le cure e da dove vengono i farmaci?
“Facciamo delle grandi collette, ordino le medicine a Bologna, devo ringraziare un sacco di persone, ognuno ci mette del suo, dal corriere navale a quello terrestre…”.

Altri casi?
“Tumore alla tiroide in donna di 35 anni, alla prostata in un uomo di 43, carcinoma epatico in 46enne…”

Il tumore al fegato è quasi sempre una sentenza di condanna… a che stadio era?
“Tre centimetri per due e mezzo le dimensioni, con falda di versamento: dopo otto mesi di cura lesione ridotta dell’80%, il paziente è ancora in terapia…”.

Chi critica il metodo Di Bella dirà sicuramente che questi non erano tumori…
“L’ago aspirato e le ecografie dicono che lo sono, poi come le ho detto, qui importa arginare il male… pensi che ho avuto un sorprendente risultato su un bambino di 8 anni malato di sclerosi multipla (la diagnosi è stata fatta in un centro di ricerca per malattie genetiche del Portogallo). Era già a uno stadio molto avanzato della malattia, su una sedia a rotelle con paralisi degli arti inferiori, in più erano già comparsi i movimenti involontari di braccia e testa. Ebbene, dopo sei mesi di terapia notammo diminuzione dei movimenti involontari, forza nelle braccia e roteazione delle caviglie (prima completamente immobili)… penso che fermare il processo di degenerazione nervosa sia una cosa fondamentale”.

Anche a Caserta lei applica il metodo Di Bella?
“Sì, lì ho tutti i documenti clinici che provano la regressione del cancro. La mia storia più bella? Tumore all’utero al terzo stadio in una giovane donna che rifiutò l’intervento… è guarita ed è diventata mamma”.

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fonte laleva.org

Tumori. La chemioterapia può favorire la proliferazione di cellule cancerogene farmaco-resistenti

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Tumori. La chemioterapia può favorire la proliferazione di cellule cancerogene farmaco-resistenti

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(ANSA) – WASHINGTON, 6 AGO – La chemioterapia mirata a distruggere le cellule cancerose nei pazienti colpiti da tumore puo’ avere un effetto inverso al desiderato, ossia aumentare i rischi di una ‘ricrescita veloce’ della neoplasia che a quel punto non risponde piu’ ai trattamenti . A fare la “completamente inattesa scoperta” e’ stato un team di scienziati del Fred Hutchinson cancer center di Seattle: i ricercatori hanno osservato che la chemioterapia non solo come e’ noto uccide le cellule che si dividono velocemente – ossia quelle cancerose – ma crea al tempo stesso danni nelle cellule sane,inducendo la secrezione della proteina WNT16B che ‘sostiene’ la crescita delle cellule tumorali. Il meccanismo osservato in campioni di tessuto sia sano che malato prelevati da pazienti colpiti dai tumori della prostata, del seno e delle ovaie, consiste nella aumentata secrezione della proteina da parte delle cellule sane che circondano il cancro. La “WNT16B” viene quindi ‘agganciata’ dalle cellule tumorali che inziano a crescere nuovamente. “L’incremento di questa proteina e’ stato un risultato decisamente inatteso – ha detto l’autore della ricerca Peter Nelson – ma i nostri test mostrano che ‘WNT16B’, una volta secreta, interagisce con le cellule tumorali vicine causandone la crescita, l’invasione di aree circostanti e la resistenza a future terapie”. “I nostri risultati – si legge nel rapporto pubblicato su ‘Nature Medicine’ – illustrano come siano i danni nelle cellule sane causati dalla chemioterapia che possono contrbuire direttamente al ritorno del tumore”.(ANSA)

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fonte unita.it

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