Psicofarmaci: un tredicenne su 4 li assume, spesso senza prescrizione / VIDEO: Come gli psicofarmaci possono uccidere il vostro bambino – Versione Integrale

Errore Fatale: Come gli psicofarmaci possono uccidere il vostro bambino – Versione Integrale

Caricato da in data 24/giu/2011

Dai produttori dei premiati documentari “Macabri profitti: la storia mai raccontata degli psicofarmaci” e “Markeing della pazzia: ma siamo tutti matti?”, un lancinante nuovo documentario, che smaschera quanto devastanti – e fatali – per bambini e famiglie possano essere gli psicofarmaci.
Dietro alle macabre statistiche di decessi, suicidi, malformazioni di nascita e gravi reazioni avverse si trova il volto umano di questa epidemia globale: le storie personali di perdita e coraggio di coloro che pagarono il vero prezzo.
Gli psichiatri asseriscono che i loro psicofarmaci sono innocui per i bambini?
Una volta che avrete sentito cos’hanno invece da dire otto madri coraggiose, le loro famiglie, esperti del settore sanitario, consulenti farmaceutici e medici, vi rimarrà impressa una sola convinzione…
Quello degli psichiatri è uno spudorato ERRORE FATALE.

Sito web Comitato per i diritti umani:
http://it.cchr.org

DVD: http://www.libreriauniversitaria.it/errore-fatale-psicofarmaci-possono-uccide…

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Psicofarmaci: un tredicenne su 4 li assume, spesso senza prescrizione

Comunicato stampa del 27/04/2012

Tratto da www.giulemanidaibambini.org – 29 aprile 2012

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Studio dell’Università di Torino: psicofarmaci assunti dal 25% dei minori con amici e/o somministrati dai genitori senza alcuna prescrizione medica. Alberto Ugazio (SIP): “in assenza di patologia la terapia farmacologica non è assolutamente indicata”. Poma (Giù le Mani dai Bambini): “Appello al Ministro Balduzzi: allarme già rilanciato da noi nel 2009, ma l’Istituto Superiore di Sanità (ISS) e l’Agenzia del Farmaco (AIFA) continuano a sottostimare il problema”


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TORINO – Secondo i risultati di uno studio condotto dall’Università di Torino a cura della Dott. sa Roberta Siliquini – Professore Ordinario di Epidemiologia, Igiene Generale e Sanità Pubblica all’Università di Torino – un adolescente su quattro assume psicofarmaci a casa, su consiglio dei genitori, o fuori casa, in accordo con gli amici, quasi sempre senza prescrizione medica. Inizialmente, lo studio ha preso in esame una casistica di 600 soggetti, ma il progetto di ricerca prevede di arrivare a 2.000 casi esaminati entro la fine del corrente anno, alla ricerca di conferme per un trend che vari commentatori esperti definiscono “inquietante”.

Dopo la presentazione dei risultati preliminari della ricerca, il primo commento ufficiale è quello del Presidente della Società Italiana di Pediatria (SIP), il Dott. Alberto Ugazio, il quale ricorda che “l’automedicazione, o il fai da te, è quanto di meno auspicabile possa esserci per la salute dei nostri bambini. Inoltre, l’ansia è un sintomo che va valutato attentamente: se non indica una patologia, la terapia farmacologica non è assolutamente indicata”. Secondo la Prof. Siliquini, infatti, molte assunzioni improprie di psicofarmaci avvengono per scelta degli stessi genitori, che cercano in questo modo di “dare una risposta agli stati di disagio dei propri figli”.

“Un fenomeno inquietante, in continua crescita ovunque nel mondo, come anche nel nostro Paese – ha commentato Luca Poma, giornalista e Portavoce nazionale di “Giù le Mani dai Bambini”, il più rappresentativo comitato indipendente per la farmacovigilanza pediatrica in Italia (www.giulemanidaibambini.org) – che la nostra organizzazione aveva denunciato nel 2009, riprendendo i dati del ‘rapporto ESPAD’ che evidenziò già allora il 10% di minori che utilizzavano psicofarmaci con modalità “fai da te”.[1] I rischi sono molteplici – continua Poma – dagli effetti collaterali di queste molecole, che vanno dai problemi cardiaci anche gravi alla stimolazione di idee suicidarie, a seconda della classe farmacologica utilizzata, a quelli di carattere psicologico e pedagogico: stiamo permettendo la trasmissione ai nostri figli un modello sbagliato, ovvero che basta una pillola per risolvere qualsiasi problema. Tra l’altro questi prodotti – con buona pace delle norme stabilite dagli organismi sanitari di controllo – si reperiscono con estrema facilità su internet, pagando con un comune conto PayPal: sono perlomeno 7 anni che ci siamo messi a disposizione dell’Agenzia del Farmaco e dell’Istituto Superiore di Sanità una campagna seria di prevenzione su questo tema, che impegnerebbe ben poche risorse, ma il problema continua ad essere colpevolmente sottostimato. Ci appelliamo allora direttamente – conclude Poma – al Ministro della Salute Prof. Renato Balduzzi: non attendiamo che la situazione vada alla deriva, com’è già successo in USA e in altre nazioni, perché qui è in gioco il futuro delle nuove generazioni del nostro paese”.

Per media relation: 337/415305 – portavoce@giulemanidaibambini.org

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CLASS ACTION – “Non è vero che la Nutella è sana”: Una mamma americana piega la Ferrero / VIDEO: Nutella ‘Not A Healthfood’ Lawsuit


New York Daily News 2012-04-26: Bad news for people who thought they’d found their dream diet — Nutella is not a health food. Ferrero, the makers of the creamy chocolate and hazelnut spread, has settled two class-action lawsuits with consumers who sued over the… more »

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“Non è vero che la Nutella è sana”
Una mamma americana piega Ferrero

Il colosso alimentare si accorda con i consumatori Usa che hanno aderito alla class action innescata da una donna californiana: verranno rivisti gli spot che descrivono le qualità nutrizionali della crema. Il gruppo precisa: “L’accordo riguarda solo gli Usa”

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WASHINGTON – Che la crema spalmabile italiana più conosciuta al mondo non sia proprio un alimento amico della linea, lo sanno tutti. Ma questa volta la Nutella ha dovuto fare i conti con l’ira di una mamma californiana che è arrivata fino ai tribunali per contestare gli slogan pubblicitari sull’alimentazione “sana e nutriente”, innescando una class action che si annunciava molto pericolosa. E così la Ferrero Usa si è vista costretta a modificare gli spot e a pagare un risarcimento a un numero imprecisato di ricorrenti.

Tutto è nato dalla denuncia presentata nel febbraio scorso da Athena Hohenberg, madre di un bambino di San Diego, che ha accusato la Ferrero di promuovere la Nutella come “un esempio di colazione equilibrata, gustosa e sana”. Al contrario, ha affermato la donna “la Nutella non è né sana, né nutriente, ed è simile a tanti altri dolci e contiene livelli pericolosi di grassi saturi”. Secondo la donna gli spot pubblicitari della Nutella diffusi negli Usa non mettevano in rilievo tutti gli elementi nutrizionali della crema spalmabile, in particolare i grassi.

La Ferrero Usa, che ha raggiunto un accordo con i consumatori, si è impegnata a “modificare alcuni spot  pubblicitari sulla Nutella” e a rendere più esplicita la tabella nutrizionale sulla confezione. In un primo momento si era parlato di una multa di 4 dollari per ogni singola confezione di Nutella venduta negli Usa tra il 2008 e il 2012. Secondo alcune stime, ciò avrebbe significato un salasso da 3,05 milioni di dollari. Successivamente, Ferrero ha precisato che il risarcimento riguarda in realtà soltanto i singoli consumatori che hanno aderito alla class action.

Ferrero: “Contenzioso è problema solo americano”. “L’accordo transattivo raggiunto da Ferrero negli Stati Uniti è relativo al solo contenzioso nato dalla pubblicità trasmessa negli Stati Uniti e alla conformità di quest’ultima alle esigenze della legislazione americana”. Così la Ferrero chiarisce la vicenda. Il gruppo di Alba (Cuneo) sottolinea che “non vi è nessun tipo di necessità di correggere da parte dell’azienda i suoi comportamenti commerciali e pubblicitari negli altri paesi, né intervenendo sulla confezione del prodotto, né sul posizionamento di marketing”. L’azienda, poi, ha spiegato che le spese legali di un prolungamento di un contenzioso di questo genere negli Stati Uniti sono generalmente molto più elevate dell’impatto economico di un accordo tra le parti. La Ferrero ha, inoltre, evidenziato che “la cifra globale della quale si è fatta menzione sui media in relazione all’accordo transattivo è ancora aleatoria, perché il rimborso è di pochi dollari per consumatore ricorrente” e “il totale dei consumatori in questione non è ancora definito”. “L’utilizzo di Nutella a prima colazione con pane, latte e frutta nelle quantità suggerite – conclude la Ferrero – rimane un utilizzo raccomandato da numerosi studi scientifici di alta rilevanza internazionale nel quadro di una dieta equilibrata e gustosa, che come dice la pubblicità, fa più buona la vita”.

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Nutella ‘Not A Healthfood’ Lawsuit

Pubblicato in data 27/apr/2012 da

Via The Consumerist: “Remember last year, when various media outlets reported that the mother of a four-year-old child was suing the makers of Nutella for advertising it as a health food? Everyone thought that this was hilarious, because hey, lady, fat-laden choco-paste ain’t a health food. It’s time for us all to stop laughing now, because the class-action lawsuit has been settled for about $3 million, $2.5 million of which is going to consumers willing to admit that they can’t read a nutrition label…”.* Ana Kasparian and Ben Mankiewicz break it down on The Young Turks.

*Read more from Laura Northrup: http://consumerist.com/2012/04/theres-actually-a-settlement-in-nutella-health…

Perchè l’avocado aiuta a non invecchiare


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Perchè l’avocado aiuta a non invecchiare

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È bello e delizioso, e – anche se ha la scorza dura – l’avocado ha un cuore tenero e davvero gustoso. È ricco di grassi, ma di quelli buoni: i monoinsaturi, che proteggono dalle malattie cardiache e da alcuni tipi di tumori.

A dirlo è Nicholas Perricone, un noto dermatologo americano, che sottolinea l’importanza della presenza di questo frutto nella dieta. L’avocado ha quindi proprietà benefiche e, nello specifico, anti-invecchiamento simili a quelle dell’olio d’oliva, secondo lo studio svolto da Perricone e presentato al congresso dell’American Society for Biochemistry and Molecular Biology a San Diego in California. Questo frutto piriforme non dovrebbe mai mancare nell’alimentazione, insomma. Sarebbe l’olio di avocado, in particolare, quello utile come agente anti-invecchiamento: è in grado, infatti, di combattere l’effetto distruttivo dell’ossigeno dei radicali liberi. Questi innescano la reazione a catena che provoca la distruzione delle membrane cellulari, delle proteine e del DNA. Anche se posto così sembrerebbe dannoso per il nostro organismo, questo processo è parte delle conseguenze dell’invecchiamento, o – nel caso peggiore – degli effetti del tumore. I radicali sono molecole instabili, lo scarto, insomma, del metabolismo, e sono responsabili di tutte le malattie degenerative. Si formano naturalmente all’interno delle nostre cellule e aumentano anche a causa dell’inquinamento, del fumo e delle radiazioni. L’azione distruttiva dei radicali è indirizzata soprattutto verso i mitocondri, la centrale energetica delle cellule.

Per fortuna, gli antiossidanti presenti negli alimenti – come nella frutta – riescono a contrastare l’aumento dei radicali. I più efficaci e quindi più consigliati sono il beta-carotene, le vitamine C ed E, gli oligoelementi selenio e zinco, possibilmente tratti da alimenti come legumi, verdura, cereali integrali e, appunto, frutta. Ma pare che proprio l’olio di avocado sia particolarmente efficace – se non di più rispetto ad altri frutti – in questo compito, neutralizzando anche i radicali mitocondriali. Sembra abbastanza? Eppure, questo frutto dal leggero sapore di nocciola contiene anche gli acidi grassi Omega 3 – ottimi alleati per la salute del cuore e del sistema nervoso – e diverse vitamine – B2, C e B6.

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“Falsus in Uno, Falsus in Omnibus”. L’enigma del Thimerosal nei vaccini

Mercury and Pregnancy – a Bad Combination

Caricato da in data 30/nov/2011

SafeMinds 2011 Flu Vaccine Video for OB/GYNs to promote awareness on dangers of mercury-containing flu vaccines for pregnant women and children.


leggi anche SafeMinds tries to frighten pregnant women into skipping the flu vaccine

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“Falsus in Uno, Falsus in Omnibus”

L’enigma del Thimerosal nei vaccini
By Paul G. King, PHD, CoMeD Science Advisor and Secretary; http://dr-king.com

Introduzione

La “sicurezza” nell’usare Thimerosal come conservante nei vaccini è come il proverbiale “castello di carte” che manca di un fondamento tossicologico scientificamente valido.

Come in qualsiasi struttura instabile, se una delle principali “carte” che tiene in piedi l’affermazione che il Thimerosal è sicuro viene a mancare, l’intera struttura è destinata a crollare.

Questo è il caso, in quanto è la prova (vedi sotto) che i risultati sono falsi in qualsiasi studio statistico sulla popolazione, supervisionato dal US Centers for Disease Control and Prevention (CDC), e/o gli studi o relazioni prodotte da chi è stato assunto dal CDC (Istituto di Medicina), collabora con (i consulenti e accademici), disciplina (i produttori di vaccini), influenza (i funzionari della sanità pubblica) o finanzia, mette in dubbio comunque tutti gli studi e i resoconti.

Inoltre, mina tutti i processi amministrativi (ad esempio, i processi del “vaccine court” tribunale speciale per i danni da vaccino) basati su questi falsi studi per giustificare le decisioni.

Un recente documento(1), ha ribadito questo pensiero affermando: “… gli stessi sforzi volti a produrre legittimità in questo tipo di controversie risulteranno controproducenti e utilizzati come prova di ingiustizia, il che ci aiuta a capire il perché risolvere una controversia scientifica in tribunale non significa necessariamente cambiare il pensiero di nessuno“, sulla base di: a) confondere le audizioni amministrative da parte dei “giudici speciali” e la “corte” sulle lesioni da vaccino e b) la percezione che i documenti scientifici fondamentali su cui questa “controversia scientifica” si basa sono “scienza provata”.

Questa osservazione conclusiva diventa la chiave di validità della “scienza” sulla quale si affida l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS).

I risultati chiave di uno studio in Danimarca differiscono dai fatti

Uno degli studi chiave che è stato ripetutamente utilizzato per “smentire” la prova di un nesso causale tra l’esposizione del bambino in via di sviluppo ai vaccini contenenti Thimerosal e l’”autismo” è, “Thimerosal and the Occurrence of Autism: Negative Ecological Evidence From Danish Population-Based Data”, che fu: a) scritto da Kreesten M. Madsen, Marlene B. Lauritsen, B. Carsten Pedersen, Poul Thorsen, Anne-Marie Plesner, Peter H. Andersen e Preben B. Mortensen, b) pubblicato sulla rivista Pediatrics (2003, 112: 604-606), e che, c) nell’abstract dichiarava: “l’interruzione della somministrazione di vaccini contenenti thimerosal in Danimarca nel 1992 ha portato ad un aumento dell’incidenza di autismo“.

Se l’incidenza e la diffusione dell’autismo in Danimarca, fossero realmente aumentati in modo significativo dopo che tutti i vaccini conservati con il Thimerosal sono stati rimossi dal programma di vaccinazione nel 1992, il risultato sarebbe la prova schiacciante che:

• non c’era legame causale tra l’esposizione al Thimerosal e il rischio di autismo, e

• la Danimarca avrebbe dovuto reintrodurre i vaccini conservati con Thimerosal poiché le conclusioni dello studio pubblicato avevano chiaramente indicato che i vaccini con Thimerosal hanno “soppresso” il rischio di autismo.

Tuttavia, i danesi non hanno reintrodotto il Thimerosal nei vaccini e la stima del 2004 (cioè più di un decennio dopo la rimozione del Thimerosal) sull’incidenza di autismo nei bambini danesi di età compresa tra 5 e 9 anni nel 1995-2000 era cambiata per diversi motivi, al punto di arrivare a circa 1 bambino su “1400”(2).

Al contrario, negli Stati Uniti, dove non è stato fatto alcuno sforzo per “rimuovere” dal mercato i vaccini con Thimerosal fino a dopo il 2000, l’ultima stima dell’incidenza(3) di “autismo” come anche i “disturbi dello spettro autistico” (ASDs) nei bambini di 8 anni nati nel 1999-2000(4) e sottoposti a controllo nel corso del 2008 è, in media, “1 su 88” nei distretti distaccati dalle aree di sorveglianza, dove, in alcuni stati (ad esempio, nel New Jersey e nello Utah), il tasso di incidenza è superiore al 2% (1 in < 50).

Come si può non capire che l’azione intrapresa dalla Danimarca, i suoi risultati e quelli negli Stati Uniti non sono compatibili con l’ipotesi che i vaccini con Thimerosal non hanno alcun effetto causale sul rischio e sull’incidenza di “autismo”?

La risposta è semplice: i documenti ottenuti recentemente dal CDC utilizzando il Freedom of Information Act (FOIA) hanno rivelato che, il “Mer 13-11-2002”, o successivamente, alcuni, se non tutti, gli autori dello studio danese citati in questa discussione e persone in contatto col CDC sapevano che “l’incidenza e la prevalenza” (di “autismo”) “erano ancora in diminuzione nel 2001“(5).

Perciò, il tasso di “autismo” è diminuito dopo la rimozione dei vaccini con Thimerosal.
Pertanto, l’affermazione nell’abstract dello studio “a seguito dell’eliminazione del Thimerosal dai vaccini in Danimarca nel 1992 ci fu ancora un aumento dell’incidenza di autismo“, era, ed è, nella migliore delle ipotesi, una dichiarazione problematica.

Ora, il controllo nel 2008 sul tasso di “autismo” nei bambini di 8 anni negli Stati Uniti (“1 su 88”) e quello del 2004 sui bambini danesi di età tra i 5-9 anni nel 1995-2000 (1 su “1400”) rende perfettamente l’idea – quando nel 1992 i vaccini con Thimerosal sono stati rimossi dal programma vaccinale danese, il tasso di autismo è cominciato a scendere e nel programma di vaccinazione del 2004, sembra aver contribuito soltanto a non più di una diagnosi di “autismo” su “1400” (dal momento che i danesi hanno cartelle cliniche di tutti i loro abitanti e questi dati sono stati citati da un importante centro danese di cure mediche, questo numero è una stima effettiva della popolazione(7) e non basato su un campione).

Così, con una prima approssimazione(6), il livello di esposizione al Thimerosal nei bambini di 8 anni che erano stati vaccinati nell’ambito dei programmi di vaccinazione (1999-2008) negli Stati Uniti e valutato nel 2008, ha probabilmente aumentato il tasso di “autismo” da più di 25 volte il livello che sarebbe stato osservato negli stessi bambini, se non avessero ricevuto dosi di vaccino con Thimerosal.

Dal momento che i danesi usano ancora il vaccino per il morbillo, parotite e rosolia (MMR) che contiene adiuvanti in alluminio a livelli simili a quelli del programma di vaccinazione negli Stati Uniti del 1999 e 2000, chiaramente i vaccini con Thimerosal sono un importante fattore causale per la grande disparità che c’è tra il tasso di “autismo” nel 2008 negli Stati Uniti e, il non apertamente riportato, tasso di incidenza e prevalenza di autismo in Danimarca, dove l’ultima stima calcolata dai dati pubblicati nel mese di ottobre 2010 sui bambini danesi nati tra il 1994 e 2004(7), era di 1 su 1272 (<7% del tasso dichiarato dal CDC per l’incidenza del tasso di “autismo”).

OMS – “Ora scegliete da che parte stare”

Viste le realtà descritte, sembra chiaro che l’OMS ha due percorsi su cui poter scegliere da oggi in poi.

Il primo è che l’OMS possa “improvvisamente” vedere la luce e sostenere la tesi “immediata” che vieta l’uso di Thimerosal e qualsiasi altro composto di mercurio nella fabbricazione di un vaccino o farmaco di altro tipo, oppure quello di continuare a far parte di quella schiera che “mente” sul fatto che il Thimerosal è “sicuro” rischiando così che tutti i paesi del mondo, scoprano la “menzogna” e non solo eviteranno l’utilizzo del Thimerosal, ma anche di qualsiasi altro vaccino – su questa base, se l’OMS, il CDC, i produttori di vaccini e i funzionari della sanità pubblica “mentono” sui danni causati dal Thimerosal nei vaccini, allora probabilmente “mentono” anche sulla sicurezza di tutti i vaccini – falsus in uno, falsus in omnibus – che indica che ogni persona che falsifica deliberatamente una materia non è credibile su qualsiasi questione.

Non sappiamo quale sarà la scelta dell’OMS, ma sappiamo quali saranno probabilmente i risultati logici dell’una o dell’altra scelta.

Ora, l’OMS deve scegliere il suo percorso, ma deve scegliere con attenzione dal momento in cui la “bugia” che è stata nascosta è stata rivelata e la verità si sta diffondendo rapidamente in tutto il mondo!

(1). Kirkland A. Credibility battles in the autism litigation. Social Studies of Science 2012Apr; 42(2): 237-261.

(2). From Table 1, 5-9 Age Group, 1995-2000, Prevalence in 2000 (“71.44” per 100,000) in Goldman GS. Yazbak FE. An Investigation of the Association Between MMR Vaccination and Autism in Denmark Journal of American Physicians and Surgeons 2004 Fall; 9(3): 70-75

(3). Poiché questi dati sono basati su statistiche, i dati riportati come valori generali, sottostimano di molto il numero reale delle persone colpite nella popolazione interessata. Inoltre, la disparità dei tassi di incidenza tra i distretti sottoposti a statistica, va ad indicare chiaramente che alcuni distretti hanno un livello significativamente più alto di sottostima di altri distretti. Se il CDC avesse utilizzato un’altra fonte di indagine indipendente dalla fonte primaria, se avesse individuato i casi che erano comuni a entrambe le indagini e poi applicato in modo adeguato lo studio incrociato sulle statistiche, non solo avrebbe notato come la grande disparità tra alcuni distretti si sarebbe ridotta, ma l’accertamento corretto dei valori di incidenza, anche se fosse risultato più elevato, avrebbe stimato con più accuratezza il numero probabile dei bambini di 8 anni con una diagnosi di ASD.(4). In questo arco di tempo, tutte le formulazioni di vaccino per l'(DPT) Difterite, Tetano e Pertosse, Difterite e Tetano (DT e Td), tossoide del tetano (TT), Haemophilis influenzae di tipo b (Hib), epatite B (epatite B) , influenza, encefalite giapponese e vaccini contro la meningite meningococcica, che sono stati autorizzati dalla US Food and Drug Administration (FDA), erano conservati con Thimerosal.

(5). Vedere la copia dell’e-mail che include la relazione che rivela questa verità. La copia è inclusa in fondo all’articolo.

(6). Questa approssimazione presuppone che: a) i distretti con i più alti livelli di casi rappresentano più accuratamente il numero reale della popolazione rispetto a quelli con il numero più basso e b) la sottostima residua compensa eventuali differenze di definizione sull’uso in generale del termine “autismo” e ASD spectrum tra la Danimarca e gli Stati Uniti.

(7). Nel 2010, Pia Dhyr Olsen, un membro del Parlamento danese, ha chiesto al ministro della Salute danese Bertel Haarder di fornire i tassi di autismo ufficiali in Danimarca. Nel novembre del 2010, è stato risposto a questo parlamentare che le autorità sanitarie non avevano traccia di questi dati. Dai dati provenienti da un Associated Press USA (AP) alla presenza di ittero e autismo nei bambini danesi che sono nati tra il 1994 e il 2004, risulta che il tasso di “autismo” era di circa 1 nel 1272 [577/733, 826] (http://lubbockonline.com/health/2010-10-11/danish-study-jaundice-autism-newborns-raises-unanswered-questions, ultima visita nel 31 marzo 2011).

Traduzione:Ciao Marlene, io non sono attualmente in Università ma contatterò te e Poul domani per prendere una decisione. Cordiali saluti, Kreesten
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Cari Poul, Kreesten and Diane Schendel, in allegato vi invio la versione breve e quella completa del manoscritto sul Thimerosal e l’autismo in Danimarca… Devo dirvi che le cifre del manoscritto non includono gli ultimi dati del 2001. Ho soltanto quelli in formato cartaceo e sono in ufficio… ma l’incidenza e la prevalenza sono ancora in calo nel 2001. Non vedo l’ora di risentirvi. Cordiali saluti. Marlene

Fonte: CoMED Inc

tradotto da “La Leva di Archimede

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RAPPORTO OSSERVASALUTE 2011 – Meno cibi sani, più antidepressivi


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Solo una noticina: non avevamo certo bisogno di Osservasalute per scoprire che la popolazione (in generale) si stia alimentando male, la crisi economica colpisce, ormai, larghi strati sociali compresa la quasi scomparsa middle-class. Il junk-food (per molti) la fa da padrone, complici i prezzi stracciati e al di sotto di ogni comprensibile calcolo economico. Certo, al Mac con 2-3 euro riesci anche a mangiare, ma sai quello che mangi? Idem con patate (perdonatemi la citazione popolare) l’aumento dei consumi di antidepressivi, che tutto fanno meno che combattere la depressione. Anzi, a lungo termine la fanno aumentare, con pericolose propensioni al suicidio. Quanto alle cure fai-da-te, così sprezzantemente chiamate tutte le cure che non abbiano origine dalla medicina allopatica, è un chiaro ammonimento agli ‘stupidotti’ che preferiscono cercare vie alternative naturali (beneficiando dei principi attivi presenti in natura) alle cure propinate con prodotti di sintesi, quali sono tutti i medicinali ‘moderni’. L’intento, ancorché di bassa lega, è chiaro. Come è chiaro chi ci guadagni ad insistere nel voler far percorrere la strada del lento avvelenamento auspicato per la totalità delle masse da Big-Pharma. Io credo che, al di là di certi scorretti comportamenti alimentari di alcuni, spinti più dal bisogno che da una reale voglia di trascorrere il loro tempo in mezzo ai nauseanti odori dei fast-food ad ingurgitare cibi trattati con olio di cotone e quant’altro, oggi la gente si sia fatta più attenta alla propria salute ed alle vie più corrette da percorrere, sia di natura naturopatica che tradizionale.
Con buona pace di tutti gli ‘osservatori’, nostrani e non.

mauro salvi, naturopata

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RAPPORTO OSSERVASALUTE 2011

Meno cibi sani, più antidepressivi

L’indagine sulla salute degli italiani: si rinuncia a frutta e verdura per la crisi, aumentano sovrappeso e cure fai-da-te

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MILANO – Si rinuncia a un’alimentazione sana e a fare sport, aumenta l’uso di antidepressivi. È un quadro pesante quello che emerge dal Rapporto Osservasalute 2011, presentato a Roma, al policlinico Agostino Gemelli, e dedicato allo stato di salute e qualità dell’assistenza nelle regioni italiane. Ad essere in pericolo è la nostra salute e la causa principale si chiama crisi economica che porta a dover tagliare voci di bilancio familiare, in primis le “azioni preventive” di base come la buona alimentazione e l’attività fisica. Si rinuncia per esempio a frutta e verdura, che diventano un lusso per pochi: per la prima volta dal 2005 si registra un calo del numero di porzioni consumate al giorno (da 5,7% a 4,8%), dato che era rimasto grosso modo stabile fino al 2008; paradossalmente si mangia più sano nelle mense, che si confermano principali “fornitrici” di verdure, frutta e ortaggi. Alla base c’è meno disponibilità economica: secondo il Rapporto, la quota di famiglie a rischio povertà sale a una su quattro.

SUICIDI – Gli italiani cercano risposte rapide al moltiplicarsi dei disturbi, in aumento anche in funzione del carico psicologico legato all’incertezza: spesso lo fanno a spese proprie, per continuare a svolgere le funzioni quotidiane in famiglia e al lavoro. Risulta così aumentato il consumo di farmaci antidepressivi (cresciuto di oltre quattro volte in dieci anni, da 8,18 dosi giornaliere per mille abitanti nel 2000 a 35,72 nel 2010). Numerosi studi dimostrano che l’impatto sulla salute di una crisi economica è forte: potrebbe portare a un incremento dei suicidi e delle morti correlate all’uso/abuso di alcol e droghe. Per quanto l’Italia si collochi tra i Paesi europei a minore rischio di suicidio e il tasso di mortalità si sia ridotto nel tempo a partire dagli anni ’80, rispetto al minimo raggiunto nel 2006 (3.607 casi) nell’ultimo anno preso in considerazione si evidenzia una ripresa del fenomeno (3.799 casi).

TROPPO GRASSI – La salute degli italiani resta tutto sommato buona perché possono vivere “di rendita”, merito per esempio dell’ottima dieta mediterranea. Una rendita che però rischia di erodersi rapidamente: gli italiani sono sempre più grassi (nel 2010 il 45,9% degli adulti è in sovrappeso, contro il 45,4% del 2009), vecchi (aumentano le persone dai 75 anni in su, che rappresentano il 10% della popolazione contro il 9,8% della scorsa edizione del Rapporto) e soffrono sempre più di malattie croniche.

TAGLI – Per di più le scelte in ambito di politica sanitaria rischiano di peggiorare le cose. «Le ultime manovre economiche hanno portato al ridimensionamento dei livelli di finanziamento dell’assistenza sanitaria già dal 2012, all’introduzione di ulteriori ticket, a tagli drastici nei trasferimenti alle Regioni e alle municipalità dei fondi su disabilità, infanzia e altri aspetti che vanno a incidere sulla nostra salute» dice Walter Ricciardi, direttore di Osservasalute e dell’Istituto di Igiene della Facoltà di Medicina e Chirurgia dell’Università Cattolica di Roma. Peraltro i tagli non riducono l’inappropriatezza di molti interventi sanitari (quindi gli sprechi), né migliorano la qualità delle cure, anzi appesantiscono ancor più le liste di attesa. Nel triennio 2007-2010 l’effetto dei tagli ai servizi e ai farmaci ha portato a una diminuzione del 3,5% della spesa pubblica per i farmaci, determinando però un incremento della spesa privata per i soli farmaci del 10,7%. E nel futuro sarà sempre peggio: è stimato in 17 miliardi di euro nel 2015 il gap cumulato totale tra le risorse necessarie per coprire i bisogni sanitari dei cittadini e i soldi pubblici, che presumibilmente il SSN avrà a disposizione.

SPESA SANITARIA – La spesa sanitaria pubblica in rapporto al PIL, a livello nazionale, prosegue la sua crescita, passando dal 6,07% nel 2002 al 6,87% nel 2008. Si conferma anche la forbice Nord-Sud: la spesa va da un massimo di 10,46% della Campania a un minimo di 5,24% della Lombardia. La spesa italiana per la sanità è inferiore a quella di altri Paesi come Gran Bretagna, Germania e Francia, ma il suo valore è comunque allineato alla media dei Paesi Ocse. Anche nel 2010 il Sistema sanitario nazionale si conferma “in rosso” per 2,325 mld di euro. Dall’indagine arriva però un giudizio positivo in merito al funzionamento degli ospedali. Diminuiscono anche i giorni trascorsi inutilmente in ospedale: la degenza media, sostanzialmente stabile da anni, nel 2009 mostra un lieve decremento rispetto all’anno precedente (da 6,8 a 6,7 giorni). Per quanto riguarda poi la trasparenza delle Aziende ospedaliere sul fronte liste d’attesa, nel 2011 solo il 44% di esse pubblica online i dati. In tal senso regioni più virtuose sono a pari merito Piemonte e Friuli Venezia Giulia.

POPOLAZIONE – Il Rapporto analizza anche l’andamento della popolazione italiana: si riscontra un aumento rispetto al biennio 2008-2009 imputabile sostanzialmente alla componente migratoria. Le regioni che non crescono sono Basilicata (-2,6‰) e Molise (-1,6‰). Il tasso di fecondità totale è passato da 1,42 del 2008 a 1,41 del 2009 e le prime stime sul 2010 sembrano confermare questo trend. Il Rapporto mostra la tendenza incessante all’invecchiamento della popolazione italiana. Nel 2010 la popolazione in età 65-74 anni rappresenta il 10,3% del totale, e quella dai 75 anni in su il 10%. Aumentano gli anziani soli: oltre uno su quattro (28,3% della popolazione con 65 anni e oltre) viveva solo nel 2009 (rispetto al 27,8% del 2008). La Liguria presenta il valore massimo (34,1%), le Marche quello più basso (22,9%). Migliora la speranza di vita: nel 2010 la speranza di vita alla nascita è di 84,4 anni per le donne e 79,2 anni per gli uomini. Nelle Marche gli uomini vivono più a lungo (80,1 anni), mentre per le donne è la provincia autonoma di Bolzano (85,5 anni) quella con la sopravvivenza media maggiore.

SOVRAPPESO – Continua a crescere, anche se di poco, la percentuale di italiani che ha problemi con la bilancia: nel 2010 oltre un terzo della popolazione adulta (35,6%) è in sovrappeso, mentre una persona su dieci è obesa (10,3%). Nel periodo 2001-2010, è aumentata sia la percentuale di coloro che sono in sovrappeso (33,9% vs 35,6%) sia quella degli obesi (8,5% vs 10,3%). Confermata la differenza Nord-Sud: le regioni meridionali presentano più persone in sovrappeso (Molise 41,8%, Basilicata 41%) e obese (Basilicata 12,7%, Puglia 12,3%) rispetto alle regioni settentrionali (sovrappeso: PA di Trento 30,9% e Lombardia 31,4%; obese: PA di Trento e Liguria 7,8%).

ALCOL E FUMO – Siamo ben lontani dalla vittoria nella lotta all’alcol. La percentuale dei consumatori a rischio è pari al 25% degli uomini e al 7,3% delle donne; tra gli 11-18enni tale percentuale raggiunge, nel 2009, il 17,7% dei maschi e l’11,5% delle femmine. Nonostante le campagne anti-tabagismo e un’aumentata consapevolezza dei rischi, nel nostro Paese fuma ancora una persona su 4, perlopiù giovani di 25-34 anni. Gli uomini smettono più delle donne: nel 2010 fuma il 29,2% uomini, circa 2 punti percentuali in meno rispetto al 2001; invece le donne non smettono di fumare, la percentuale di fumatrici si mantiene invariata (16,9% sia nel 2001 sia nel 2010). Il vizio è diffuso, soprattutto, tra i soggetti di 25-34 anni (uomini 39,7%; donne 24,4%).

MALATTIE DEL CUORE – La mortalità per malattie ischemiche del cuore (in primis infarto e angina pectoris) rappresenta ancora la maggiore causa di morte (circa il 13% della mortalità generale e il 33% del complesso delle malattie del sistema circolatorio). Tali malattie colpiscono quasi il doppio degli uomini rispetto alle donne. Circa il 28% dei decessi nel nostro Paese è dovuto al cancro e, a causa dei processi di invecchiamento della popolazione, un numero crescente di individui ha la probabilità di contrarre la malattia nel corso della vita. Nella fascia 0-64 anni, il tumore del colon-retto (al Centro-Nord) per gli uomini e il tumore della mammella per le donne sono quelli a più elevata incidenza.

Redazione Corriere Salute

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Un giorno per la Terra. Dieci azioni concrete per provare a salvarla


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Un giorno per la Terra
Dieci azioni concrete per provare a salvarla

Case ecologiche e scelta dei pesci «poveri»
Occorre diminuire il consumo di carne e scegliere cibi biologici

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di Fulco Pratesi

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(Epa/De la Pena)(Epa/De la Pena)

L’ odierna Giornata mondiale della Terra è densa di significati, anche perché si celebra a due mesi dalla grande ricorrenza di Rio+20, legata al ventennale dello storico Summit di Rio de Janeiro del 1992, in cui quasi tutti i Paesi del mondo si accordarono per dare inizio a un forte impegno di salvaguardia del Pianeta.
Per non ricalcare le generali e meste considerazioni sul degrado, il quale, nonostante dichiarazioni e denunce, prosegue imperterrito, vediamo cosa ognuno di noi, causa e vittima del global warming , può cercare di fare per allontanare il superamento dei 2° centigradi di temperatura globale, considerato un limite invalicabile per la salute della Terra.
Se moltiplichiamo un nostro atto, anche il più innocente possibile, per i 60 milioni di italiani o per i 7 miliardi di terrestri, esso può contribuire pesantemente al paventato tracollo, così come il battito d’ala della farfalla in Brasile può scatenare (secondo il famoso paradosso di Edward Lorenz) uragani in Texas.

Accanto a comportamenti virtuosi nella vita di tutti i giorni tesi a risparmiare energia (muoversi in bicicletta o a piedi, non usare scaldabagni elettrici, moderare riscaldamento e condizionamento, coibentare l’abitazione, installare pannelli solari, consumare meno acqua eccetera) un settore in cui si può contribuire alla sostenibilità globale è quello dell’alimentazione.
Come spiega il WWF, che lancia oggi la piattaforma «One Planet Food» (http://alimentazione.wwf.it), la produzione di cibo per un’umanità che ha superato i 7 miliardi e continua a crescere, è una delle cause più importanti del degrado della biosfera.
I 130.000 ettari di foreste persi ogni anno per la produzione di olio di palma, soia e foraggi per il bestiame in continua crescita, per sopperire all’incessante richiesta di carne, e gli stock ittici sovrasfruttati per il 29% e a rischio di declino per il 52% impongono all’umanità (se vorrà mettersi al riparo da un futuro oscuro e preoccupante) di imboccare stili di vita che, garantendo un’alimentazione equilibrata e disponibile per tutti, non produca sprechi e devastazioni.
A livello di comportamenti individuali, questi sono i 10 consigli «Salva-Pianeta a tavola» che il WWF propone:

1) Acquista prodotti locali. Secondo la Coldiretti, un chilo di arance importate dal Brasile brucia 5,5 kg di petrolio e libera 17,2 kg di CO2 in più di quelle siciliane;

2) Scegli i prodotti di stagione;

3) Diminuisci i consumi di carne, che contribuisconoall’inquinamento globale (ogni italiano ne mangia 87 chili all’anno);

4) Scegli i pesci giusti e non i più cari e pregiati (ne consumiamo 25,4 chili all’anno);

5) Privilegia i prodotti biologici che non richiedono l’uso di combustibili fossili e di pesticidi;

6) Riduci gli sprechi, mangiando tutto quello che hai acquistato; 7) Evita di comprare prodotti con troppi imballaggi;

8) Preferisci i cibi semplici della nostra insuperabile gastronomia tradizionale;

9) Bevi l’acqua del rubinetto (è ottima!);

10) Cerca di non usare cucine e forni elettrici che divorano molta energia.

Fulco Pratesi

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REGOLE SEMPLICI E CHIARE – Cambiare alimentazione si può. Ma come?

Cambiare alimentazione si può. Ma come?

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di Filippo Ongaro

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Se c’è un campo della medicina dove si continua a discutere senza apparentemente raggiungere conclusioni definitive è quello della nutrizione. Per molte persone questo si traduce nel non sapere come cambiare le proprie abitudini alimentari pur comprendendo di commettere degli errori. Facciamo solo alcuni esempi: il latte fa bene o male? Mangiamo troppe proteine o troppi cereali? I grassi fanno tutti male? E lo zucchero che problemi crea? Essere vegetariani o vegani significa automaticamente mangiare sano? Esistono cibi cattivi e cibi buoni o per non ingrassare basta mangiare meno e consumare di più?
Le domande sono complesse ma le risposte che vengono date sono spesso faziose, a volte non scientifiche e altre volte così datate da riflettere le conoscenze scientifiche di qualche decade fa e non le attuali.
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Eppure a guardare bene, le risposte ci sono e sono anche piuttosto chiare. Per esempio l’Università di Harvard, che risulta sempre ai primissimi posti delle classifiche internazionali delle università (le stesse che purtroppo non vedono nemmeno un ateneo italiano in posizioni degne di nota) ha le idee molto chiare su cosa sia un’alimentazione sana e con altrettanta chiarezza ha riassunto queste linee guida in un semplice piatto che rappresenta l’ideale di un pasto bilanciato. E’ uno schema facile da rispettare con un minimo di buona volontà.
In primo luogo i ricercatori dell’Harvard School of Public Health ci indicano che alla base della nostra nutrizione non ci devono essere i cereali, ma le verdure che devono costituire assieme alla frutta grosso modo metà di un pasto ideale. Meglio se le variamo molto seguendo la stagionalità in modo da garantirci i nutrienti più adatti per ogni stagione. L’altra metà del piatto va suddivisa nuovamente in due. Da un lato inseriamo una moderata porzione di cereali integrali che ci aiutano a raggiungere l’introito di fibra che serve per la salute del tratto intestinale senza incidere negativamente sulla regolazione della glicemia come fanno invece i cereali raffinati e ancora di più gli zuccheri.
Nell’angolo rimanente del piatto inseriamo invece le proteine: pesce, carni magre e legumi a scelta a seconda dei gusti e della propensione ad assumere o meno carni di origine animale. Tra le proteine l’uso di uova va limitato a 3-4 volte alla settimana mentre insaccati e carni processate devono essere un’eccezione. Come condimento, soprattutto per noi italiani, non deve mancare l’olio extravergine d’oliva.  Infine aggiungiamo almeno 1.5-2 litri di acqua e qualche tè o caffè senza zucchero. Si possono usare noci e semi naturali come snack e un moderato uso di vino rosso, se non si è alla ricerca di una riduzione di peso, è concesso.
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Gli esperti di Harvard sconsigliano invece l’uso di alte dosi di latte e derivati limitando questi alimenti al massimo a 1-2 porzioni al giorno. Il calcio si assume a sufficienza da verdure, legumi e frutta secca e l’uso  eccessivo di latte è stato associato a varie malattie.
Uno studio pubblicato l’anno scorso sul New England Journal of Medicine suggerisce che non è solo quanto mangiamo e quanto consumiamo a determinare se ingrassiamo o meno ma anche la tipologia di alimenti che ingeriamo. Quindi gli alimenti non sono tutti uguali, anche a parità di calorie.
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Sempre i ricercatori di Harvard ci ricordano che una dieta sana associata al non fumare e allo svolgere attività fisica regolare può prevenire l’82% degli infarti, il 70% degli ictus, circa il 90% dei casi di diabete di tipo II, il 70% di tumori del colon e una buona percentuale di altri tumori. Anche un piccolo cambiamento nel tempo produce grandi risultati.

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