QUANDO A VINCERE E’ SEMPRE IL VIL DENARO – 3D, vietato ai minori di 3 anni

Il Codacons chiedeva la messa al bando degli occhialini attualmente usati nei cinema e, in sostituzione, fossero imposti quelli ‘monouso’. Risultato? Il Tar ammette. si, che l’uso degli attuali occhialini non sia igienico (quindi raccomanda l’accurata disinfezione dopo ogni uso), ma anche che fanno male alla salute, ma solo ai bambini dai 3 anni in giù, abbassando la soglia che era fissata ai 6 anni… Strana giustizia, che guarda esclusivamente la ‘carta’ d’identità e non ha a cuore la salute della popolazione, ma solo del portafoglio dei notissimi pochi…

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3D, vietato ai minori di 3 anni

Il TAR del Lazio ha confermato la pericolosità degli occhialini da utilizzare al cinema, ma ha delimitato il rischio. Fanno male solo ai bambini più piccoli

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di Claudio Tamburrino

Claudio Tamburrino
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Roma – Gli occhialini 3D impiegati nei cinema saranno proibiti ai minori di 3 anni: si abbassa l’asticella del divieto prima prevista fino ai 6.
Il TAR del Lazio si è espresso sul ricorso presentato da Anec (Associazione Nazionale Esercenti Cinema) e da una sala cinematografica di Roma, con cui si chiedeva l’annullamento della circolare del Ministero della Salute e il parete del Consiglio Superiore di Sanità circa i limiti associati all’impiego degli occhialini necessari per vedere i film in 3D.

Il giudice amministrativo per la sentenza ha tuttavia deciso di attenersi a quanto comunicato dal Ministero della Salute, che fornisce indicazioni precise circa le informazioni che le sale cinematografiche devono dare al pubblico sia rispetto al tipo di prodotto si rispetto alla pulizia che devono condurre per assicurarne l’utilizzo.

Nella sentenza il Tribunale ha ribadito poi che vi sono rischi per la salute derivanti dall’utilizzo della tecnologia impiegata per la visione in tre dimensioni, ma ha abbassato l’età sotto la quale è proibito il suo impiego dai 6 ai 3 anni: un limite che rappresenta secondo il giudice “una totale garanzia per la salute dello spettatore della cinematografia 3D”.

Anec si è detta insoddisfatta della decisione e ha già annunciato l’intenzione di ricorrere in appello. Ad accogliere la sentenza favorevolmente è invece Codacons che parla di una decisione del TAR che vincola “le sale cinematografiche di tutta Italia ad attenersi a quanto stabilito dal Ministero, e quindi ad informare correttamente gli spettatori e seguire precisi protocolli di pulizia e disinfezione degli occhialini. In virtù di tale sentenza, i cinema che non si atterranno a tali indicazioni verranno denunciati nelle sedi competenti”. Il presidente dell’associazione dei consumatori Carlo Rienzi parla inoltre dell’opportunità di estendere tali precauzioni anche in altri ambiti: “Il divieto di utilizzo di occhialini per i minori di anni 3 deve essere esteso anche alle abitazioni private, dove il 3D è arrivato grazie ai televisori di ultimissima generazione”.

Il dibattito sulla tecnologia 3D resta peraltro aperto: in contrapposizione all’opinione del Ministero della salute italiana, si sono espressi negli ultimi tempi diversi studi e anche il presidente della Società Oftalmologica Italiana, Matteo Piovella, che ha detto che “gli occhiali 3D non comportano rischi per la salute, né per ipotizzati problemi agli occhi né per i rischi di contagio per la scarsa igiene”.

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Claudio Tamburrino

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Si sa ma non si dice: una storia di sesso e disabili e altro ancora


Yoshihiko Kumashino is a founder of NOIR, a nonprofit set up to support the sexuality of people with physical disabilities. The name is deliberately inspired by the noir genre. As well as holding educational seminars, NOIR works to improve disabled access to love hotels and brothels, and assists in the design of “barrier-free” sex toys.  – fonte
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Ringraziamo cordialmente Mimmo Gerratana per averci segnalato quest’altro molto interessante post sul controverso  (e per lo più ignorato) tema del sesso dei ‘diversamente’ abili’

Si sa ma non si dice: una storia di sesso e disabili e altro ancora

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Si sa (o si fa) ma non si dice. Un motto tipico della società borghese negli ultimi anni per la verità caduto piuttosto in disuso: con l’avvento della tv-spazzatura e dei social network su Internet ci sono sempre più persone (vip o meno) che mettono in piazza gli affari propri. Ma non in ogni campo o in qualsiasi situazione, beninteso: le “debolezze” non si espongono, tendenzialmente si cerca di dare di sé o del proprio mondo un’immagine il più possibile “vincente”, “di successo” (Berlusconi se ne va ma non se ne va: il berlusconismo resterà ancora; Moggi è stato condannato con altri coimputati, in pochi però condannano il purulento sebbene “prestigioso” sistema calcio). A meno che, invece, non si voglia suscitare comprensione o pietà. Il che, pensandoci un attimo, può anche essere un’altra strada per apparire “vincenti”: si è comunque riusciti ad attirare l’attenzione di qualcuno.

Restano però certe condizioni che si preferisce tacere. Tuttora, per esempio, i malati di epilessia o i loro parenti hanno grossi problemi a parlarne. Così come dei disturbi mentali o di alcuni acuti stati di disagio. O delle sofferenze sessuali, per fare un altro esempio, come l’impotenza, l’anorgasmia o altro ancora.

Della sessualità degli anziani, poi, non si vuole né si vuole sentire parlare tout court. Sono individui ormai “inutili” nella nostra società dell’immagine (e quanti soldi succhiano poi alla previdenza…), non sono quasi mai “belli” (in particolare le donne: loro “devono” subire la caduta del desiderio in menopausa, è quasi un dogma; e in ogni caso diventano “ridicole” se invece il desiderio ce l’hanno, come è per tante). Tutt’al più collochiamo i vecchi nei comodi ruoli di soggetti da assistere o dei nonni, sostituti spesse volte delle baby-sitter.

Meno “belli” ancora sono i disabili. Anch’essi persone da compiangere più che da capire, da aiutare più che da cercare di far sentire “normali”, come tutti gli altri, esseri da accudire invece che interlocutori, portatori di bisogni più che di diritti. Meno che mai soggetti e oggetti di affettività o di… sì, di desiderio. Desiderio erotico, diciamolo chiaramente, anche se qualcuno storcerà il naso.

Disabili di ogni tipo, fisici o mentali, e per svariati motivi. Individui né “potenti” né “vincenti”, in apparenza. O meglio, “perdenti” anzitutto dal punto di vista dell’immagine. Una di quelle categorie di esseri, appunto, delle quali certe cose (la sessualità in primo luogo) non si dicono. Così viene forte l’impulso di tornare su questo argomento. Forse per via dell’età non più rosa, anzi decisamente matura ormai, della vecchiaia che si avvicina e con essa l’incubo della “decadenza”, della debolezza crescente…

Ma non solo. C’è anche una storia con gente conosciuta di persona, una di quelle che frullano nel cervello per mesi e mesi e prima o poi devono venire a galla. Se ne “deve” parlare, insomma. E’ la storia di una donna. Una signora adesso di circa sessant’anni e che a poco più di quaranta ha avuto un ictus che le ha tolto di fatto l’uso delle gambe, procurandole anche problemi di espressione verbale. Finita perciò su una sedia a rotelle. Assistita, oddio, più che ben assistita considerando che la famiglia ha discreti mezzi economici. Con i figli ormai adulti, praticamente fuori di casa, il marito si è dedicato a lei per non farle mancare le cure del caso, compresi cicli di rieducazione e di fisioterapia. In sintesi, le è sempre stato vicino dal punto di vista della solidarietà.

Solo che lei da un po’ di tempo ha scoperto una cosa. Lui, il marito, si incontra con un’altra donna. Certamente ci va a letto, ne ha le prove. E ne soffre. Si danna l’anima. I parenti, gli amici con cui ne parla (e che sanno tutto, compresi i figli) le rispondono però: ma che vai a pensare, non è proprio come dici tu; e anche se fosse vero, poi, non è che proprio ti tradisca… va be’, insomma, sì, forse va con un’altra ma in fondo lo puoi capire… e allora è meglio che ci passi sopra… Aggiungendo poi in separata sede: d’altronde che altro poteva fare, lui, poverino? Uno “sfogo” doveva pur cercarselo, no? Escludendo quindi a priori che abbia avuto o possa avere rapporti sessuali con la moglie; che invece con tutta evidenza li avrebbe voluti e li vorrebbe. O che provi desiderio per lei. Ma no, lei da anni è solo un “oggetto” da accudire. Praticamente un peso, ha bisogno solo di assistenza continua. Sì, anche di compagnia, di comprensione, è vero. Ma più di questo… E in ogni caso lui, sì, se ne dispiace, poverino. Ma che poteva fare… sostiene chi li frequenta.

Escludendo pure, con questo, che lei possa avere ben altri bisogni, provare eccitazione, desiderio di intimità, voglie o, peggio che mai, avere fantasie erotiche. Una disabile? (Ma la domanda vale allo stesso modo per un maschio). Non scherziamo. Si crede davvero che una persona con handicap possa desiderare cazzo, fica, seni, natiche (chiamiamo le cose con il loro nome, per una volta), contatto della carne… ma anche, che so, tenerezza, intimità, complicità, gioco sessuale… amore? E ammesso che lo si creda, che cosa mai può pretendere un essere privo di “attrattive” fisiche (e in determinati casi mentali)? Meglio che non pensi ad argomenti simili, dicono in tanti, così alla fin fine soffre di meno.

Si sa (se lo si sa) ma non si dice. “Non si deve” dirlo. Benché in molte situazioni si faccia anche senza dirlo. Perché tanti, ma proprio tanti individui in queste condizioni se possono e vogliono si masturbano, eccome. O, nei casi più fortunati, vivono serene vite di coppia a tutti i livelli. Ma questo purtroppo non accade sempre, e allora capita che guardino al computer foto, video porno, leggano testi erotici. Come tante altre persone, del resto. Oppure parlano di sesso, in svariati modi e da tante angolazioni diverse. Come tutti. Anche della propria sessualità: basta guardare in giro libri, qualche videontervista in rete, siti, blog (www.occhiodellanima.it/ per esempio è davvero molto bello, oppure  www.disabili.com/ ma anche diversi altri siti, forum, pagine di social network, chat dedicate). Quindi almeno qualcuno lo dice, in realtà. Lo fa e lo dice. O lo dice e vorrebbe farlo.

Il problema però è che gran parte della società non ha occhi per vedere né orecchie per ascoltare. E in Italia forse meno che altrove. In alcune nazioni ci si pone il problema, quantomeno: in Svizzera ad esempio esiste fin dal 2009, riconosciuta dallo Stato, la figura professionale dell’assistente psicologico e sessuale per i disabili; altrove ci sono organismi privati che lavorano in questo campo o prostitute (pure uomini, in molti casi) che hanno fra i propri clienti persone affette da handicap. E perfino locali a luci rosse che le accolgono, alcuni per la verità anche qui da noi.

Soluzioni che come minimo dimostrano un approccio “laico” alla questione (e ogni riferimento alla predominanza della chiesa cattolica nella Penisola è puramente “casuale”), la volontà almeno di affrontare questo nodo. In Italia lavora in tale direzione la Federsex (aderente all’Associazione diritti e libertà), che in collaborazione con la Federazione diritti sociali lo scorso anno ha lanciato a partiti e rappresentanti istituzionali la proposta di istituire anche nel nostro Paese un servizio come quello svizzero, finalizzata ad abbattere, ha spiegato, “ogni tipo di barriera, non solo materiale, ma anche e soprattutto umana e sociale verso i portatori di handicap.” Ma ci sarà qualche deputato o senatore (in questa o nella prossima legislatura) che avrà il coraggio di intestarsi una simile battaglia di democrazia? Sì, di democrazia. E passi che i problemi dell’economia, la pessima legge elettorale, la devastazione del territorio sono molto urgenti; ma i nodi della “diversità” non lo sono da meno, dall’immigrazione alle identità sessuali, dalla libertà di decidere della propria morte ai diritti di chi socialmente è più debole.

Certo, soluzioni come quella proposta dalla Federsex possono apparire a taluni altamente positive, decisive perfino, e ad altri invece sembrare “fredde”, forse troppo “professionali” (appunto), perché si potrebbe obiettare che un disabile non ha diritto solo a soddisfare la propria sessualità (pur con tutta l’empatia, la vicinanza, l’affettività del caso, benché sempre nell’ambito di un “servizio”), ma anche a provare amore. E a riceverlo, soprattutto. Completo, mentale e fisico. Come ogni altro individuo, anziani compresi. Si potrebbe osservare insomma che la solidarietà da sola non basta. Ed è vero anche questo, in linea di principio.

Proposte che hanno i pro e i contro, in definitiva, come accade per ogni novità. Ma proprio perché di ipotesi si tratta, soluzioni del genere rappresentano né più né meno che strade da esplorare. Senza pregiudizi. E tenendo presente che sarebbero mere opportunità, non certo obblighi. Che ognuno cioè potrebbe sceglierle o decidere di rifiutarle. Ma perché possano diventare davvero reali opportunità bisogna, almeno in questo caso, “mettere in piazza” tutta la faccenda. Parlarne apertamente tutti, disabili e non, invece di fare finta (o illudersi o convincersi) che il problema non esiste.

Si sa, si fa e si dice: sarebbe bello e oltremodo utile, una volta tanto.

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UN DOCUMENTARIO ASSOLUTAMENTE DA VEDERE

SCARLET ROAD

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The upcoming SBS documentary Scarlet Road follows sex worker Rachel Wotton and her relationships with her disabled clients. SBS – fonte

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