JUNK FOOD – Il cibo spazzatura procura ansia, depressione e crisi di astinenza


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Cibo spazzatura procura ansia, depressione e crisi di astinenza

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Nuove informazioni sugli effetti prodotti dal consumo di cibo spazzatura. Il cosiddetto [B]junk food[/B] non solo può essere dannoso per la salute a causa degli alti contenuti di grassi, anche il cervello rischia e con esso si alzano le possibilità di [B]ansia, depressione e crisi di astinenza[/B].

Lo rivela una recente ricerca portata a termine dall’università di Montreal e pubblicata sull[I]’International Journal of Obesity[/I].

I risultati si riferiscono ad una sperimentazione eseguita sui topi da laboratorio. Questi sono stati divisi in due gruppi, il primo è stato nutrito con una dieta ricca di grassi, il secondo con alimenti più sani.

Come si può supporre, il primo gruppo è aumentato di peso, e questo risultato non è certo una sorpresa. Quello che di interessante è stato rilevato, invece, è il tasso maggiore di molecola [B]Creb[/B], “nota per avere un ruolo nella produzione di dopamina, che promuove sintomi di ricompensa”, ha spiegato Stephanie Fulton che ha coordinato lo studio.

Quindi il Creb è stato trovato in misura di gran lunga maggiore nei topi nutriti con un regime alimentare ricco di grassi e di calorie. “Questi animali – ha spiegato Fulton – hanno anche più alti livelli di corticosterone, un ormone associato con lo stress”.

La ricercatrice ha poi aggiunto che “i cambiamenti chimici riscontrati erano associati a sintomi depressivi: un cambio nella dieta causava sintomi di astinenza e maggiore sensibilità alle situazioni stress, portandoli in un circolo vizioso di alimentazione sbagliata”.

Insomma, dal numero ricerche precedenti, al quale si aggiunge anche questa, è chiaro che mangiare spesso alimenti da fast food fa male.

Se prima si poteva dire “pancia piena e spirito allegro”, ora viene introdotto un nuovo elemento di riflessione, quello del rischio che con troppi cheeseburger ci si trovi depressi, ansiosi e con sintomi di astinenza.

 

Per approfondire:

Cibo spazzatura fa più danni dei grassi animali e causa infiammazioni

Il cibo spazzatura o junk food, male per la salute e riduce il cervello

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fonte vitadidonna.org

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Patatine surgelate, il trucco per ridurre il rischio cancro


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Patatine surgelate, il trucco per ridurre il rischio cancro

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di Silvia Soligon (01/10/2012)

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Uno studio pubblicato sul Journal of Agricultural and Food Chemistry svela com’è possibile ridurre la quantità di acrilamide, sostanza potenzialmente cancerogena, presente nelle patatine fritte surgelate. Gli autori dello studio, guidati da Donald Motttram del Dipartimento di Scienze Alimentari e Nutrizionali dell’Università di Reading (Regno Unito), hanno spiegato che questa molecola si forma a causa della riduzione degli zuccheri e dell’amminoacido asparagina durante la preparazione delle patatine, ma che la riduzione del rapporto fra il fruttosio e il glucosio presente nei bastoncini di patata già tagliati può abbassarne i livelli finali.

In realtà questa molecola si forma naturalmente durante la cottura di diversi cibi. La sua produzione è inevitabile anche nel caso delle patatine fritte, ma stabilendo quanto ognuna delle diverse fasi della preparazione del prodotto surgelato contribuisce al suo accumulo è possibile minimizzarne le quantità finali. A giocare un ruolo fondamentale sono la fase iniziale di sbiancamento, il trattamento in una soluzione a base di glucosio e la frittura parziale. Questi tre passaggi, infatti, determinano la quantità di precursori dell’acrilamide presenti nelle patatine pronte per la frittura finale.

I ricercatori hanno monitorato in diverse fasi della cottura la presenza di acrilamide, aminoacidi, zuccheri, umidità e grassi e il colore di patatine pretrattate con diverse concentrazioni di glucosio e fruttosio. In questo modo è stato possibile mettere a punto un modello matematico che ha dimostrato che sia il glucosio, sia il fruttosio contribuiscono alla formazione di acrilamide e che le loro quantità predicono accuratamente il contenuto della sostanza cancerogena nella patatine pronte al consumo.

I risultati ottenuti confermano quanto già ipotizzato al termine di precedenti ricerche: minimizzare il rapporto fra fruttosio e glucosio nelle patatine pronte per la frittura può ridurre l’acrilamide che finisce nel piatto del consumatore.

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fonte salute24.ilsole24ore.com

ANTICIPAZIONE DI LE MONDE – Mais ogm, dimostrata per la prima volta la tossicità / Un maïs OGM de Monsanto soupçonné de toxicité

Mais ogm, dimostrata per la prima volta la tossicità

Lo anticipa Le Monde: il mais testato è della Monsanto. Esperimento durato due anni. Nei maschi più frequenti problemi epatici e renali. Nelle donne i tumori mammarii

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Uno studio condotto da un biologo francese dimostrerebbe, per la prima volta, una corrispondenza – nei ratti – tra consumo di mais ogm e malattie come il tumore mammario nelle femmine, problemi epatici e renali per i maschi e – in entrambi i sessi – aspettativa di vita ridotta.

Ne dà notizia il quotidiano francese Le Monde, specificando che lo studio è stato sottoposto al giornale senza dare la possibilità, per questioni di tempo, di sottoporre le conclusioni al giudizio di altri esperti del settore. Tuttavia lo studio – firmato dal biologo Gilles-Eric Séralini – verrà pubblicato nel prossimo numero della rivista Food and Chenmical Toxilogy, dove è stato accettato in seguito a una peer reviw, ovvero la procedura di standard internazionale che consiste nel sottoporre uno studio e i suoi risultati a una comunità di esperti prima della pubblicazione su una rivista. Si tratta, insomma, di un progetto scientifico non “arrangiato”, come dimostrano anche i numeri – più di 200 i ratti sottoposti agli esperimenti per circa due anni – e al costo dell’operazione – circa 3 milioni di euro – sostenuta grazie al finanziamento di una fondazione, del ministero della ricerca scientifica francese ma anche di una associazione che si batte contro gli ogm (Criigen).

I biologi hanno selezionato 9 gruppi di 20 ratti. Il mais testato è il NK603 della Monsanto. L’esperimento è consistito nel nutrire un gruppo di ratti – composto da 20 esemplari – con il mais ogm. Il secondo gruppo – composto dallo stesso numero di esemplari – con il mais ogm associato al Round-Up che è un erbicida tollerato dal mais geneticamente modificato. A un terzo gruppo è stato somministrato solo il Round-Up. Il protocollo prevedeva inoltre il controllo della quantità delle sostanze ingerite: per cui i gruppi di ratti erano in tutto nove. Ai primi tre sono state somministrate le sostanze all’11%, Alla seconda “classe” di tre gruppi è stato somministrato il 22%. E alla terza “classe” il 33%.

Per vedere i primi effetti è stato necessario aspettare un anno. Nei maschi le necrosi del fegato sono state da 2,5 a 5,5 volte più frequenti rispetto al gruppo testimone. Sempre nei maschi, sono stati inoltre riscontrati problemi renali da 1,3 a 2,3 volte più frequenti. In tutti i gruppi studiati sono inoltre stati riscontrati tumori mammari a una frequenza maggiore, anche se non significativa dal punto di vista statistico.

Anche la mortalità è cresciuta in tutti i gruppi trattati. Se nel campione testimone la vita media dei maschi è stata di 624 giorni e 701 giorni nelle femmine, “Calcolato il periodo medio di sopravvivenza – scrivono gli autori – le cause della morte sono state ricondotte generalmente all’invecchiamento. Prima di questo periodo, nel gruppo-testimone sono morti spontaneamente il 20% dei maschi e il 30% delle femmine. Nei gruppi trattati con gli ogm questa percentuale è cresciuta rispettivamente al 50% e al 70%.

Gli scienziati osservano nel loro studio che gli effetti non cambiano significativamente in relazione alle dosi somministrate. Confermando quanto già studiato in ambito medico: e cioè che basta una esposizione anche non massiccia a un elemento negativo per il sistema ormonale per avere conseguenze sulla salute.

Secondo gli autori, dunque, ilRound-Up potrebbe comportarsi come un “disturbatore” del sistema endocrino. Questo però non spiega gli effetti riscontrati sui gruppi di ratti nutriti soltanto con il mais Ogm (senza erbicida). Secondo gli autori la costruzione del mais ogm comporta la modificazione di un enzima (si chiama ESPS sintasi) coinvolti nella sintesi degli amminoacidi aromatici che hanno un ruolo nella protezione della genesi del cancro. Il fatto che la produzione di questi amminoacidi sia ridotta potrebbe spiegare, secondo gli autori, le patologie osservate in modo più frequente nei ratti esposti al solo Ogm.

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fonte globalist.it

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Un maïs OGM de Monsanto soupçonné de toxicité

Le Monde.fr | 19.09.2012 à 11h19 • Mis à jour le 19.09.2012 à 13h21

Par Stéphane Foucart

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Photo du film "Tous cobayes ?" de Jean-Paul Jaud.
Photo du film “Tous cobayes ?” de Jean-Paul Jaud. | Jean-Paul Jaud/J+B Séquences

Tumeurs mammaires chez les femelles, troubles hépatiques et rénaux chez les mâles, espérance de vie réduite sur les animaux des deux sexes… L’étude conduite par le biologiste Gilles-Eric Séralini (université de Caen) et à paraître dans la prochaine édition de la revue Food and Chemical Toxicology fait grand bruit : elle est la première à suggérer des effets délétères, sur le rat, de la consommation d’un maïs génétiquement modifié – dit NK603, commercialisé par la firme Monsanto – associé ou non au Round-Up, l’herbicide auquel il est rendu tolérant.

Les auteurs ont mis en place un protocole expérimental particulièrement ambitieux. Ils ont testé – sur un total de plus de 200 rats, et pendant deux ans – les effets d’un régime alimentaire composé de trois doses différentes du maïs transgénique (11 %, 22 % et 33 %), cultivé ou non avec son herbicide-compagnon.

Trois groupes ont également été testés avec des doses croissantes du produit phytosanitaire seul, non associé à l’OGM. Au total, donc, ce sont neuf groupes de 20 rats (3 groupes avec OGM, 3 groupes avec OGM et Roundup, 3 groupes avec Roundup) qui ont été comparés à un groupe témoin, nourri avec la variété de maïs non transgénique la plus proche de l’OGM testé, sans traitement à l’herbicide.

MORTALITÉ ACCRUE

 

La mortalité a été accrue dans l'ensemble des groupes traités.
La mortalité a été accrue dans l’ensemble des groupes traités. | Jean-Paul Jaud/J+B Séquences

Sur l’ensemble des groupes traités, les différences les plus significatives avec le groupe témoin apparaissent au bout d’environ un an. Chez les mâles, les congestions et les nécroses du foie sont 2,5 fois à 5,5 fois plus fréquentes. Ces derniers souffrent également 1,3 fois à 2,3 fois plus d’atteintes rénales sévères. Les tumeurs mammaires ont été également plus fréquemment observées dans tous les groupes traités, mais pas toujours de manière statistiquement significative.

 

Quant à la mortalité, elle a également été accrue dans l’ensemble des groupes traités. Dans le groupe témoin, la durée de vie des mâles a été en moyenne de 624 jours et de 701 jours pour les femelles. “Une fois la période moyenne de survie écoulée, toute mort a été largement considérée comme due au vieillissement, écrivent les auteurs. Avant cette période, 30 % des mâles et 20 % des femelles du groupe témoin sont morts spontanément, alors que jusqu’à 50 % des mâles et 70 % des femelles sont morts [prématurément] dans des groupes nourris avec l’OGM.”

Les auteurs de ces travaux notent que la majorité des effets détectés ne sont pas proportionnels aux doses d’OGM ou d’herbicide auxquelles ont été exposés les animaux. Cette absence de proportionnalité entre la dose et la réponse biologique – une petite dose peut produire des effets plus importants que des doses plus fortes –, est désormais bien documentée dans le cas des substances qui perturbent le système hormonal.

Selon les auteurs, le Round-Up pourrait donc se comporter comme un perturbateur endocrinien. Cependant, cela n’explique pas les effets mesurés sur les animaux nourris à l’OGM seul. Pour les auteurs, la construction génétique de l’OGM entraîne la modification d’une enzyme (dite ESPS synthase) impliquée dans la synthèse d’acides aminés aromatiques ayant un effet de protection contre la cancérogénèse. Le fait que la production de ces acides aminés soit réduite pourrait expliquer, selon les auteurs, les pathologies plus fréquemment observées chez les rats exposés à l’OGM seul.

 

Les tumeurs mammaires ont été plus fréquemment observées dans tous les groupes traités.
Les tumeurs mammaires ont été plus fréquemment observées dans tous les groupes traités. | Jean-Paul Jaud/J+B Séquences

UN BUDGET DE 3 MILLIONS D’EUROS

 

La publication de M. Séralini va sans nul doute relancer l’affrontement entre pro et anti-OGM. Et ce d’autant plus qu’elle est publiée dans une revue importante, ne publiant qu’après “une relecture par les pairs” (ou peer review), c’est-à-dire une expertise technique sur les résultats présentés. Cependant et de manière inhabituelle, Le Monde n’a pu prendre connaissance de l’étude sous embargo qu’après la signature d’un accord de confidentialité expirant mercredi 19 septembre dans l’après-midi. Le Monde n’a donc pas pu soumettre pour avis à d’autres scientifiques l’étude de M. Séralini. Demander leur opinion à des spécialistes est généralement l’usage, notamment lorsque les conclusions d’une étude vont à rebours des travaux précédemment publiés sur le sujet.

Or jusqu’à présent, de nombreuses études de toxicologie ont été menées sur différents OGM et sur différentes espèces animales, sans montrer de différences biologiquement significatives entre les animaux témoins et ceux nourris avec les végétaux modifiés. Cependant, la plupart de ces travaux, rassemblés dans une récente revue de littérature conduite par Chelsea Snell (université de Nottingham, Royaume-Uni) et publiée en janvier dans Food and Chemical Toxicology, ont été menés sur des durées très inférieures à deux ans, et avec un plus faible nombre de paramètres biologiques contrôlés chez les animaux. De plus, tous ou presque ont été financés ou directement menés par les firmes agrochimiques elles-mêmes.

Les travaux de M. Séralini – dont le budget s’est élevé selon lui à plus de 3 millions d’euros – ont, pour leur part, été financés par la Fondation Charles-Léopold Mayer, par l’association CERES (qui rassemble notamment des entreprises de la grande distribution), le ministère français de la recherche et le Criigen (Comité de recherche et d’information indépendantes sur le génie génétique), une association qui milite contre les biotechnologies.

En tout état de cause, cette nouvelle publication sera placée sous l’attention soutenue de l’ensemble de la communauté scientifique et des agrochimistes, qui y chercheront les biais possibles et les faiblesses expérimentales. Interrogé par Le Monde, M. Séralini s’engage à fournir à la communauté scientifique l’ensemble des données brutes de son expérience – ce que ne font pas les agrochimistes qui mènent ce type d’études –, afin qu’elles puissent être réanalysées par ses contradicteurs.

Stéphane Foucart

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fonte lemonde.fr

Un filetto stampato in 3D: ecco il futuro dell’alimentazione

Tutto molto bello, in apparenza, ma… mi chiedo: le proteine di sintesi che apporto nutrizionale possono dare?
mauro

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https://i0.wp.com/www.repubblica.it/images/2012/08/17/164725633-8ebe609d-5c84-4d4e-9e4f-f44c6f499557.jpg

Un filetto stampato in 3D
ecco il futuro dell’alimentazione

Il multimilionario Peter Thiel, tra i primi a scommettere sul successo di Facebook, si prepara ad investire sul cibo del domani. Non sarà più necessario uccidere un animale per mangiare una bistecca: una start-up statunitense assicura che avremmo bisogno solo di premere un bottone

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Vegetariani di tutto il mondo preparatevi: presto nella vostra dietà potrà esserci anche la carne. Peter Thiel, cofondatore di Pay Pal e tra i primi a scommettere sul successo di Facebook, ha deciso di investire sul cibo del futuro. Basterà premere un bottone e dare il via ad una stampante 3D per avere nel nostro piatto l’esatta copia della bistecca a cui siamo abituati: stesso gusto, stesse proteine, stessa consistenza. Apparentemente la differenza è solo una: non sarà necessario uccidere e allevare nessun animale.

Le prospettive del cibo artificiale vengono esplorate da tempo, ma l’applicazione della stampante 3D è una novità della Modern Meadow, una start-up statunitense che ha lanciato il progetto della ‘carne tridimensionale’. Alla loro idea si aggiungono le risorse, tra i 250.000 e i 350.000 dollari, che Peter Thiel ha assicurato tramite ‘Breakout Labs’, un fondo che promuove le tecnologie rivoluzionare e l’innovazione scientifica.

Le stampanti 3D sono già state utilizzate nel campo medico con gli impianti o per creare scarpe, armi e pezzi di biciclette. Secondo la Modern Meadow produrre un filetto non dovrebbe essere più difficile: “La carne è un tessuto post mortem, la vascolarizzazione del prodotto finale è meno critica di quello che avviene per le applicazioni mediche”. Per la fondazione Thiel è un modo per “avere sempre una fonte sostenibile di proteine animali per i consumatori di tutto il mondo.”

Non solo un modo per diventare ricchi secondo quando dichiara Andras Forgacs, il co fondatore di Modern Meadow: “Se si guarda all’intensità delle risorse che si utilizzano per un hamburger ci si rende conto che siamo di fronte ad un disastro ambientale”. Insomma, secondo i promotori, l’idea avrebbe effetti positivi sia sul problema alimentare che su quello ambientale. Resta da chiedersi se gusto e cultura del cibo saranno d’accordo.

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fonte repubblica.it

STRANO MA VERO – Il cibo è davvero biologico? Te lo dice l’iPhone con Lapka

Il cibo è davvero biologico? Te lo dice l’iPhone!

Il cibo è davvero biologico? Te lo dice l’iPhone!

È un kit di 4 sensori in grado di testare il cibo che stiamo per mangiare

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Con tutti i pesticidi usati nel corso degli anni, l’inquinamento ambientale, i prodotti geneticamente modificati, le colture e gli allevamenti “pompati” con chissà quale diavolerie chimica o tecnologica, non sappiamo davvero più cosa compriamo e soprattutto cosa mangiamo. Uno strumento “investigativo” personale a misura di iPhone, quindi, non è un’idea malvagia.

Mangio o non mangio? – Non siamo i soli ad avere qualche dubbio sulla qualità del cibo che mangiamo. Anche Vadik Marmeladov, l’inventore di Lapka, deve aver avuto il sentore che qualcosa non andava in quello che ingurgitava. Lui però, a differenza nostra, si è dato da fare e ha progettato un kit di sensori speciali a misura di iPhone che, con lo zampino di un’applicazione sviluppata ad hoc, è in grado di valutare se un alimento è davvero biologico, o è solo un’etichetta per vendere di più e a un prezzo maggiorato.

Sentiamo un po’… – I quattro sensori, lavorando all’unisono, sono in grado di fare un check-up istantaneo al cibo. Basta collegarli all’iPhone, come una normale periferica, infilzare la sonda d’acciaio nell’alimento che desta qualche sospetto e aspettare il responso sulla concentrazione di nitrati, ossia quelle sostanze solitamente usate nei fertilizzanti chimici. Gli altri tre sensori non sono lì, ovviamente, per bellezza e, nel frattempo, misurano la temperatura, l’umidità ambientale, le radiazioni e le frequenze elettromagnetiche. So a cosa stai pensando… lo voglio anche io! Bene, sembra che il kit per fare la radiografia al cibo sarà disponibile entro l’anno al prezzo di circa 200 dollari. Neanche tanto…

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fonte jacktech.it

Dukan, Cattiva Dieta. E anche pericolosa

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Dieta Dukan

Ma lui mangia così?

Forse si, forse no. Di certo monsieur Dukan brinda, grazie a un business che fa soldi a palate. La sua dieta è l’ultima moda. Ma vi assicuriamo che è pericolosa.

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Rispolverata, infiocchettata e data in pasto al marketing. Un ottimo marketing. Ecco come fare di una dieta vecchia come il cucco ( la prima dieta iperproteica risale agli anni ’70) un libro best-seller da milioni di copie. La dieta Dukan, oggi tanto di moda, non è niente di nuovo: il solito regime a base di proteine che ciclicamente compare, entusiasma e sparisce. Lasciando i fan con analisi sballate e peso che ritorna. A differenza delle precedenti però quest’ultima dieta è strategicamente circondata di testimonial famosi. Fateci caso, prima della notizia che Kate Middelton l’avesse usata per arrivare in foema alle nozze (poco importa se è vero o no) in Italia nessuno la conosceva. Dopo il gossip, tutti quelli con un chilo di troppo si sono fatti almeno un giro sul sito di monsieur Dukan.

Chi è questo signore?

Osannato dai seguaci, ripudiato dai colleghi medici, Pierre Dukan sa far parlare di sé. Il medico francese, nato ad Algeri 71 anni fa, ha cominciato prescrivendo diete personalizzate fino al lancio, nel 2000, del suo libro “La dieta Dukan”; per nove anni circa il regime resta in sordina, poi nel 2009, grazie a una campagna marketing molto aggressiva e a un consistente investimento nel web, si diffonde ovunque. Si tratta di una dieta iperproteica (a base di carne, uova, pesce) , ipocalorica (a basso regime calorico, come tutte le diete), senza carboidrati ( pane, pasta, riso…). Una dieta – secondo i medici – così sbilanciata nei nutrienti, da essere pericolosa, sopratutto per ipertesi, persone che bevono poco, cardiopatici. Dukan però non sente le critiche e difende la sua battaglia, osteggiata – a suo dire – da case farmaceutiche e venditori di merendine. E fa soldi, vendendo libri, bacche, alimenti ad hoc. Chi ha ragione?

Ecco come funziona

Chi la segue parlando di “attacco” e di “crociera” senza bisogno di traduzione, compra crusca d’avena macinata secondo un metodo speciale e considera normale mangiare due uova al giorno, ogni giorno. Quello della dieta Dukan sembra un mondo a sé stante, ma -in realtà – è solo un sistema avanzato per proporre una dieta proteica. Il programma per dimagrire si compone di quattro fasi consecutive. Ciascuna con le sue pecche. Eccole.

Proteine all’attacco

La prima fase è chiamata di “attacco”: si mangiano solo proteine pure, come uova, pesce, carne e latticini a basso contenuto di grassi. E già questa prima parte – anche senza essere esperti di nutrizione – fa storcere il naso: non farà male tanta carne? Senza snocciolare le numerose ricerche scientifiche che hanno dimostrato la seria correlazione tra un’eccessiva assunzione di carne e l’aumento di rischio di cancro al colon retto, è essenziale sapere che tutte le diete iperproteiche (e quella di Dukan non fa eccezione)provocano nell’organismo uno stato di intossicazione, appesantendo fegato e reni. E non basta: analizzando un menù di “attacco” abbiamo stimato che il colesterolo introdotto in una giornata è sette volte superiore alle assunzioni raccomandate.. Ma non solo. Queste diete hanno effetti negativi anche sulle abitudini alimentari: chi le segue, spesso smette di mangiare frutta, perché ricca di zuccheri semplici, banditi da Dukan. Eppure la frutta, con tutte le sue vitamine, è essenziale per il nostro organismo. Lo sa anche Dukan, che infatti, consiglia l’assunzione di un multivitaminico. Insomma non ci fa mangiare frutta, ma ci offre un surrogato. Che vende – casulamente – sul suo sito.

Poi si va in crociera

La seconda fase è detta “crociera”: oltre alle solite proteine (a proposito che fine hanno fatto i legumi, ricchi di proteine vegetali?) si possono mangiare verdurea basso tenore di zuccheri. Abbiamo analizzato uno dei menù proposti nel libro della dieta Dukan: anche in questa fase esiste un grosso squilibrio tra i macronutrienti. Mangiando così l’organismo non assume abbastanza fibra (salvo quella, e solo quella, che Dukan ci vende sul suo sito e prescrive quotidianamente), carboidrati né acidi grassi essenziali. In compenso si fa incetta di proteine grassi saturi e colesterolo. A differenza della prima fase (da seguire per 3 – 10 giorni), questa dura più a lungo (una settimana per ogni chilo da perdere). E rischia di farci più male.

Pronti al consolidamento

La fase di consolidamento dura 10 giorni per ogni chilo di peso perso. Qui riappaiono timidamente i carboidrati. Ma il regime non è ancora ottimale per il fisico. Sopratutto a lungo termine. Per perdere, per esempio, 10 chili si deve seguire il consolidamento per circa sei mesi. , senza contare eventuali ricadute che prevedono, a detta dell’autore, una ripetizione delle varie fasi.

L’80% riprende peso

Durante la stabilizzazione si devono seguire tre regole: un giovedì proteico, tre cucchiai di crusca Dukan al dì; l’abbandono dell’ascensore. Il pericolo di questa fase è che sostituisca un’alimentazione corretta. Sul sito è scritto nero su bianco: gli elementi del sistema Dukan aspirano a “radicarsi nei comportamenti quotidiani” e a “trasformarsi in abitudini”. Bisogna stare invece molto attenti: i regimi iperproteici, così squilibrati, illudono, perché fanno dimagrire velocemente. Altrettanto velocemente, però, il peso viene ripreso: secondo una ricerca francese l’80% delle persone recupera i chili persi entro un anno.
Non lo diciamo soltanto noi, del resto, ma lo dimostra la storia: negli anni ’60 dive e signore comuni impazzivano per la Atkins, che è stata la dieta madre di tutte le iperproteiche. Se avesse funzionato quella, oggi della Dukan non ci sarebbe stato bisogno.

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fonte articolo: test-Salute, supplemento al n.2 di Altroconsumo n°261 pag. 15-16-17

www. altroconsumo.it

SAPER BERE – Sai cosa c’è nel tuo calice?

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Sai cosa c’è nel tuo calice?

Per vinificare si usano più di 600 sostanze. Molte indispensabili anche nel Doc e nel biologico. Ma spesso dannose per la salute. Ecco una breve guida per bere davvero ‘bene’

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di Agnese Codignola

13 luglio 2012

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Tutto fuorché una spremuta di uva invecchiata e profumata. Il vino, tra sostanze presenti naturalmente e sostanze aggiunte per ottimizzare la produzione, contiene più di 600 specie chimiche, in parte non del tutto note.

Per ottenere un buon vino ci vogliono infatti lieviti, enzimi, antischiumogeni, sostanze che stabilizzano e conservano, altre che esaltano aroma e colore, altre che filtrano e così via, moltissime delle quali indispensabili anche nel migliore dei Doc e persino nel vino biologico.

Ma, come tutte le sostanze chimiche, anche quelle contenute nel vino possono avere effetti sulla nostra salute. Per questo serve imparare a distinguere un vino non solo buono ma anche salutare, da uno che sarebbe meglio non bevessimo.

Una prima regola la fornisce uno dei massimi esperti mondiali in materia di vite e vino, Mario Fregoni, già ordinario di viticoltura all’Università Cattolica di Piacenza: «Il vino migliore è quello naturale, ossia quello cui non si aggiunge nulla che non sia già presente ».

In altre parole, meglio puntare sui vini in cui gli ingredienti sono già presenti nel succo d’uva lasciato fermentare come i tannini e che vengono rinforzati, aggiunti (sempre entro limiti ben precisi), e dove le sostanze di sintesi, assenti nell’uva, non entrano se non in minima parte, e in quel caso vengono indicate in etichetta.

Perché è ovvio che, con 600 sostanze chimiche in ballo, l’etichetta diventa un vero salvavita. E sarebbe bene che il consumatore potesse leggere tutti i componenti del prodotto che sta acquistando.
L’ottenimento di un buon vino, infatti, non può prescindere da una serie di passaggi che prevedono l’impiego di sostanze di vario tipo, alcune delle quali potenzialmente pericolose e quindi da segnalare.

INDISPENSABILI
La più nota e discussa delle sostanze che i consumatori ritrovano nel vino, è  l’anidride solforosa (SO2), gas somministrato in varie forme insieme ai suoi sali solidi, i solfiti.
Anidride e solfiti sono di norma aggiunte perché svolgono molteplici azioni antisettiche e antiossidanti necessarie a mantenere il vino integro e, soprattutto, a evitare che, una volta terminata la prima fermentazione, se ne avvii una seconda, che lo danneggerebbe irrimediabilmente. I produttori insomma li usano.

Anche se oggi sarebbe possibile evitare di aggiungernene. Il fatto interessante è che, aggiunti o no, il vino i solfiti se li genera da sé perché si formano durante alcune reazioni chimiche indotte da lieviti e batteri. E da qui nascono i problemi. Spiega Cinzia Le Donne, nutrizionista dell’Istituto Nazionale per la Ricerca sugli Alimenti e la Nutrizione (Inran): «I solfiti sono stati riconosciuti come responsabili di possibili reazioni pseudo-allergiche, che danno sintomi sovrapponibili a quelli che si osservano nelle allergie, ma senza che vi sia un coinvolgimento del sistema immunitario. Gli asmatici sono particolarmente sensibili nei confronti dei solfiti, e possono manifestare crisi respiratorie dopo l’assunzione più o meno gravi fino allo shock anafilattico. Nelle persone non asmatiche i sintomi possono essere soprattutto cutanei e gastrointestinali».

Perciò queste sostanze sono gli unici additivi inseriti nella Direttiva Allergeni della Ue, e se la loro concentrazione supera i 10 milligrammi per litro, la bottiglia deve recare la dicitura Contiene solfiti. Ma non deve essere detto nulla di più, e il consumatore resta nell’impossibilità di capire se di solfiti ce ne sono pochi grammi o dieci volte tanto.

La buona notizia è che «i solfiti nei vini normali si sono più che dimezzati negli ultimi anni», aggiunge Le Donne. Non solo, per chi vuole livelli ancora più bassi, resta il vino biologico che può definirsi tale se ha livelli inferiori di solfiti dei vini tradizionali.
Resta però il fatto che si tratta di sostanze presenti in molti altri cibi e bevande: birra, succo di limone, frutta essiccata, come in prodotti a base di carne o pesce e nei crostacei.

Di conseguenza, la quantità di sostanza che possiamo assumere tutti i giorni della nostra vita senza avere alcun effetto negativo sulla salute (la cosiddetta Dose giornaliera ammissibile, Dga) può essere facilmente superata anche con un vino che ne contiene livelli bassi. Le conseguenze allora si possono manifestare anche nelle persone che non hanno particolari problemi di allergie gravi, ma che, quindi, possono lamentare cerchio alla testa, nausea, vomito, senso di pesantezza.

Ma nel vino, come detto, c’è molto altro. Spiega ancora Le Donne: «Il vino contiene additivi e residui di contaminanti che possono essere nocivi per la salute». Sono utilizzati acidificanti, stabilizzanti, regolatori dell’acidità, attivatori della fermentazione, agenti antischiumogeni, conservanti, antiossidanti, vari coadiuvanti e solventi, enzimi, solo per citare le classi di composti più diffuse. Per molte di queste sostanze la legge indica un livello massimo di impiego, altre non hanno effetti sulla salute documentati (per esempio l’acido ascorbico) e quindi possono essere usati a seconda del bisogno del vinificatore.

PERICOLOSI
Non indispensabili ma quasi sempre presenti, sono le proteine delle uova e del latte, usate per la chiarificazione. Un tempo questo passaggio si faceva solo sul bianco, ma oggi viene fatto sempre, per evitare opacità e depositi. Aggiungendo i chiarificanti si forma una gelatina che funziona da filtro e che poi viene rimossa.

Proprio per questo alcuni specialisti ritengono che l’obbligo dell’indicazione in etichetta sia uno scrupolo eccessivo (in teoria dovrebbero rimanere solo tracce di uova e latte), ma altri sottolineano che le persone allergiche possono risentirne comunque, anche se le dosi usate non sono in grado di scatenare reazioni anafilattiche.

Come per tutti gli alimenti, poi, nel vino è possibile trovare contaminanti naturali come il piombo del terreno o l’ocratossina A, tossina prodotta da vari funghi, che possono costituire un rischio grave per la salute pubblica; per questo l’Unione europea ne stabilisce i livelli massimi, al fine di ridurne la presenza nei prodotti alimentari a quantitativi minimi. Oltre a ciò, sono sempre possibili residui di fitofarmaci, oggi sottoposti a stretto controllo lungo tutta la filiera produttiva ma molto usati.

ILLEGALI
Il 17 marzo 1986 una partita di vino adulterato con metanolo causa l’avvelenamento di decine di persone in nord Italia, con danni neurologici e cecità, e il decesso di ben 23 persone. Ancora oggi tutti ricordano il caso del vino al metanolo, che ha rappresentato forse il punto più basso delle adulterazioni italiane ma, purtroppo, non certo l’unico.

Più di recente, infatti, il pregiato Brunello di Montalcino è stato al centro di indagini e sequestri in tutta la Toscana (42 le aziende coinvolte), perché al posto del Brunello le aziende avrebbero venduto mix fantasiosi di altri vini di qualità inferiore.

Scorrendo le cronache poi, si trovano sequestri frequenti di vini con gradazioni alcoliche diverse da quelle previste, aggiunte di zuccheri diversi da quelli presenti nell’uva (pratica del tutto vietata in Italia ma usata quando si vuole fare del vino partendo da vinacce scadenti, quasi sempre importate da paesi lontani), che hanno bisogno di robuste lavorazioni per diventare commerciabili, ingredienti di sintesi quali liquidi di refrigerazione molto altro (coloranti, conservanti, aromi e additivi non permessi), proprio perché le sostanze presenti sono così tante che la fantasia dei truffatori si può scatenare. Si tratta però sempre, appunto, di truffe, contro le quali il consumatore può poco.

Diverso è il caso del vino di bassa qualità. Come individuarlo? «Il consumatore può affidarsi ai marchi certificati come i Doc, sui quali i controlli sono severi lungo tutta la filiera, perché nessun produttore oggi può permettersi il danno derivante da frodi, truffe, intossicazioni», spiega Fregoni: «Infine il prezzo: è meglio diffidare di quelli troppo bassi. Oggi si trovano in commercio bottiglie di vino che costano meno di due euro, ma di fatto è impossibile arrivare a prezzi così e il rischio che si tratti di vini ottenuti da vinacce comprate chissà dove e poi trattate anche con procedimenti illegali come l’aggiunta di zucchero è concreto. Meglio bere meno ma puntare sul sicuro».

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Scheda
Additivi, quali e perché

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fonte espresso.repubblica.it

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