Rischi del trucco permanente: le 10 cose che nessuno vi dirà mai

 

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Rischi del trucco permanente: le 10 cose che nessuno vi dirà mai

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Di solito uso trattare argomenti molto più tecnici, legati in senso stretto a ciò che faccio praticamente in cabina. Ma questo mio pezzo, è dedicato ad un’informazione propedeutica riguardante il trucco permanente.
Penso quindi sia utile, per il professionista, ma soprattutto per il cliente finale, fare delle considerazioni di origine preventiva, su questa fantastica quanto pericolosa disciplina.
Non molto tempo fa, lessi su un notissimo quotidiano nazionale, un articolo intitolato esattamente come questo che state leggendo. L’intento dell’omonimo pezzo, era quello di dare dei consigli alle persone che intendevano sottoporsi ad un trucco permanente. Purtroppo però, il mio “occhio clinico”, non ha potuto fare a meno di risentirsi alla vista di così tante imprecisioni ed inesattezze. E’ in realtà questo episodio che ha costituito l’incipit del mio “vademecum per l’aspirante dermopigmentato”.

Iniziamo con una precisazione dei termini che spesso ricorrono in questo argomento (frequente la domanda: “Che differenza c’è  tra trucco permanente e trucco semipermanente?“), generando solo confusione. La differenza tra trucco semipermanente e trucco permanente non esiste! Le due definizioni indicano esattamente la stessa azione. Permanere vuol dire continuare ad essere o a stare, durare. Ossia indica un periodo relativamente lungo ma indefinito! Permanente non è un sinonimo di eterno o di infinito.
Da qui, la definizione di semi-permanenza, non ha senso. Cosa dovrebbe significare avere un trucco semipermanente? Avere un trucco, per la metà di un lungo periodo? Ma se non posso quantificare il lungo periodo, come faccio a stabilirne la sua metà?

Diciamo che, la parola semi-permanente, potrebbe spaventare di meno l’ignaro cliente, perché dà l’idea di un qualcosa che dura di meno, a prescindere. Ma in realtà non è così! La definizione “trucco permanente” basta perfettamente a descrivere coerentemente il comportamento, nonché l’esito, del trattamento in questione.

Volendo definire l’azione, che genera poi un trucco permanente, possiamo riferirci tranquillamente alla definizione più ampia è idonea usata per descrivere l’azione tatuatoria o più precisamente la dermopigmentazione. Cosa significa genericamente tatuare oppure dermopigmentare? Significa spingere nel derma una preparazione colorante sterile, attraverso un ago sterile non cavo.

Ritengo che questa definizione sia la più corretta per indicare genericamente tutte e tre le sottocategorie che si avvalgono della medesima azione, che sono: Dermopigmentazione estetica (micropigmentazione para-medicale), Dermopigmentazione visagistica (trucco permanente) e dermopigmentazione artistica (Body tattoo). Cambiano le modalità, i prodotti, le attrezzature, le motivazioni di chi si sottopone, le competenze di chi propone, ma l’azione rimane tale e quale!

Il trucco permanente è semplicemente un “tatuaggio” fatto sul viso! Una DERMOPIGMENTAZIONE fatta con pigmenti bioriassorbibili e con attrezzature e tecniche specifiche. Tutto qui!

Ho letto/sentito parlare “dell’inoculare pigmento”, “dell’iniettare colore” ecc. Purtroppo queste definizioni non fanno altro che creare ulteriore confusione a discapito della categoria, spingendo le persone a pensare che si tratti di tecniche di competenza esclusivamente medica! Infatti l’iniezione è una tecnica terapeutica consistente nell’immissione diretta dei farmaci nei tessuti o nel sangue, mediante siringa e ago cavo, nulla a che vedere con il trucco permanente. Ricordo che il T.P. può essere eseguito tranquillamente anche in tutti i saloni di bellezza in possesso dei requisiti igienico sanitari previsti dalle aziende sanitarie locali, nonché dalle Leggi regionali e linee guida ministeriali.

1. Controllare sempre l’attestato dell’operatore a cui si richiedono lavori di trucco permanente.

Sia il trucco permanente che la micropigmentazione para-medicale, devono assolutamente essere eseguiti da operatori abilitati ad esercere tale attività, quindi in possesso di una attestazione regionale valida ai sensi della legge quadro 845. Questo per dire che l’estetista, se non in possesso del titolo appena indicato, non può eseguire trucco permanente. La prima cosa da controllare quando andiamo a farci fare un T.P., è l’attestato dell’operatore che deve praticarcelo.

2. Controllare che l’operatore disponga di regolare licenza Igienico-Sanitaria

Seconda cosa è senz’altro la licenza igienico-sanitaria del centro, in questo documento (che dovrà essere affisso per legge), deve comparire in chiaro che il centro è autorizzato a svolgere servizi di trucco permanente, oltre che estetica, tatuaggio, ecc… .

3. Controllare che i pigmenti (preparazioni coloranti) siano monodose e sterili.

La terza cosa riguarda le preparazioni coloranti che l’operatore utilizzerà su di noi. Dovranno essere, per legge, monodose e sterili. Ciò significa che dovete esigere di vedere l’apertura della “bustina di colore” impiegata per l’effettuazione del vostro lavoro! Non solo, accertatevi anche che l’operatore butti subito dopo, la bustina o il flaconcino, nel secchio dei rifiuti! E’ importantissimo.

4. Assicurarsi che l’ago sia scartato davanti a voi (e, in generale, tutta l’attrezzatura utilizzata)

Quarta cosa, scontata ma doverosa. L’ago deve essere scartato davanti a voi, ma non solo l’ago! Pretendete massimo utilizzo di materiale sterile e monouso. Quindi, per esempio, anche il bicchierino per contenere il “colore” deve essere scartato davanti a voi. Niente delle cose poggiate sul carrello dell’operatore dovranno e potranno essere riutilizzate.

5. Attenzione a non far utilizzare su di voi una qualsiasi matita da trucco!

Massima allerta a non far utilizzare su di voi una qualsiasi matita da trucco per la simulazione delle forme da tatuare: sopracciglia, rima labiale e rima ciliare. Questo è un errore gravissimo, sotto innumerevoli aspetti! Tra i più importanti la non sterilità e la non biocompatibilità della pasta grassa della matita. Inoltre sotto l’aspetto tecnico, il rischio di viraggi di colore è molto alto.

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6. Controllate che le attrezzatture siano protette da pellicole plastificate.

Controllate che le attrezzature siano totalmente rivestite da pellicole plastificate protettive: Sedie dell’operatore, lettino, lente, carrello, dermografo, cavo e corpo macchina.

7. Controllate che vengano utilizzati i DPI (Dispositivi di protezione individuale)

Occhio al camice, ai gambali, alla mascherina, alla cuffietta, al paraschizzi dell’operatore! Questi si chiamano D.P.I. (dispositivi di protezione individuale), e devono essere nuovi! Se doveste notare macchiette sospette sui D.P.I., chiedete subito il perché: se la risposta non dovesse convincervi, fuggite via più veloci che potete!!!

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8. Assicuratevi che I guanti dell’operatore siano del tipo Monouso e Sterile.

Esistono due tipi di guanto. Quelli da ispezione, li riconoscerete solo dal fatto che vengono prelevati direttamente da una scatola, di solito di cartone. Non sono imbustati a coppia, ma sono tutti ammucchiati e lasciati all’aria aperta. Mentre i guanti monouso STERILI, imbustati a paia, vanno indossati appena prima di iniziare il lavoro e durante il lavoro. Per l’allestimento ed il disallestimento della postazione di lavoro possono essere usati anche guanti monouso da ispezione, il primo tipo. guanti per trucco permanente monouso per progettazione. L’importante è che l’operatore indossi i guanti sterili prima di iniziare a bucarvi!

9. Diffidate di operatori troppo… “economici”.

Per quanto detto, considerando inoltre che un’abilitazione regionale costa circa 2.000 €, tenuto conto che un’attrezzatura a norma oscilla dai 2.000 ai 5.000 € ed aggiungendo che una buona formazione specifica può arrivare anche a costare 4.000 €, ritengo che un trattamento professionale di trucco permanente dovrebbe essere proposto ad un costo che si aggiri intorno ai 500 €. Su queste cose non ricercate l’affare a tutti i costi. Dubito fortemente che un operatore, avendo fatto un investimento nel proprio lavoro di circa 8.000 €, e chissà quanti sacrifici, vi possa proporre un trattamento a 150 €! Mi viene da pensare che da qualche parte abbia risparmiato…

10. Buon senso. Sempre.

I consigli che avete appena letto non sono stati esposti in ordine di importanza. Sono tutti importantissimi, vitali per alcuni aspetti! Forse però quest’ultimo punto è il più importante di tutti, ed è valido sia per chi propone il trattamento sia per chi lo riceve. Il cancro della nostra società è il -sempre più frequente- binomio Ignoranza-Azione. Valutate con calma, utilizzando il BUON SENSO.

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Vuoi saperne di più sul trucco permanente?

Consulta, su ennioorsini.com, la nuovissima pagina sul trucco permanente (o dermopigmentazione, o tatuaggio visagistico che dir si voglia) che ho scritto e pubblicato con l’intento di realizzare la risorsa più completa attualmente disponibile sul web: introduzione, tecniche, possibilità e applicazioni, con approfondimenti su labbra, sopracciglia, areola mammaria. Visita la pagina “Trucco Permanente”.

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fonte ennioorsini.com

Allergie alimentari: raddoppiate in 10 anni, nella Ue 17 milioni ne soffrono. Sotto accusa latte, uova e noccioline

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Allergie alimentari: raddoppiate in 10 anni, nella Ue 17 mln ne soffrono

E’ allarme per le allergie alimentari. Negli ultimi dieci anni il numero delle persone che ne soffrono è raddoppiato. I dati e la campagna dell’Accademia Europea di Allergia e Immunologia Clinica (EAACI)

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Situazione poco rosea, 17 milioni di persone, tra le quali 3,5 milioni con età inferiore ai 25 anni, in Europa soffrono di allergie alimentari. Sempre nell’ultimo decennio, i ricoveri ospedalieri causati da una reazione allergica sono aumentati di 7 volte.

L’innalzamento più veloce e consistete si registra tra giovani e bambini. Tra gli alimenti più incriminati ci sono il latte di mucca, le uova e le noccioline.

Cosa essenziale è informare ed educare le persone a riconosce i sintomi di un’allergia alimentare. Questo è l’obiettivo ambizioso della campagna lanciata dall’EAACI. Non solo riconoscere i sintomi, ma anche imparare ad intervenire in emergenza.

Cezmi Akdis, Presidente EAACI, ha spiegato che il primo impegno è la diffusione “degli Standard minimi internazionali per i bambini allergici a scuola che stabilisce i requisiti di base per la sicurezza”.

Akdis ricorda infatti che è proprio durante l’orario scolastico che si registra un terzo delle reazioni allergiche di maggiore gravità. La causa è proprio perché i bambini vengono in contatto con nuovi alimenti e, tra questi, non è raro che qualcuno possa procurare una reazione pericolosa.

Standard minimi internazionali nelle scuole, quindi, che Akdis auspica di poter redigere nei prossimi mesi.

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Per approfondire:

Allergie alimentari: cosa sono, i sintomi e come si curano

18 giugno 2012

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fonte vitadidonna.it

Gli olii cosmetici: nutrimento per la pelle

Gli olii cosmetici: nutrimento per la pelle

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Nel fisiologico processo di invecchiamento cutaneo la pelle va incontro gradualmente a formazione di rughe, più o meno precocemente e in modo più o meno evidente a seconda del tipo di pelle e delle “cure” che abbiamo dedicato ad essa. E’ noto infatti che la pelle grassa, pur essendo meno bella, è più resistente rispetto a quella secca, che è molto più sottile e trasparente, quindi più gradevole, ma anche molto più delicata e soggetta ad invecchiare. Per contrastare la tendenza alla formazione di rughe tutte le pelli possono essere aiutate, ma particolare cura si dovrà dedicare alla pelle secca. Un modo molto efficace di nutrirla, è quello di utilizzare direttamente sulla pelle alcuni olii cosmetici estratti da diverse piante, che hanno proprietà nutrienti, elasticizzanti, antirughe, tonificanti, a seconda della pianta da cui sono estratti. Essi possono essere applicati puri, o miscelati a fluidi in gel, all’acido jaluronico ad esempio, che ha un alto potere idratante, per facilitarne l’applicazione ed evitare l’effetto “unto”, così che il loro uso sia più piacevole e adatto anche per il giorno. Vediamo in dettaglio alcuni di questi olii.

OLIO DI ROSA MOSQUETA
Rosa mosquetaL’Olio di Rosa Mosqueta (Rosa affinis rubiginosa) che cresce spontanea nella regione Andina, ha un alto contenuto di acidi grassi essenziali polinsaturi (linoleico 41%, linolenico 39%), sostanze queste responsabili dei suoi effetti cosmetico-dermatologici, poiché sono indispensabili per i processi di rigenerazione delle membrane cellulari e quindi per il rinnovamento dei tessuti cutanei. Agli acidi grassi essenziali si aggiunge la presenza di acido Transretinoico, un isomero della Vitamina A, di cui è provato l’effetto ringiovanente sull’epidermide. Pertanto l’Olio di Rosa Mosqueta è efficace nel trattamento delle cicatrici (spesso le elimina del tutto, e comunque le leviga), delle smagliature (che attenua se ancora recenti, di colore rosato), delle scottature solari, delle macchie di vecchiaia, attenua le rughe di espressione, agisce sull’invecchiamento prematuro dei tessuti cutanei, sulla pelle secca e sciupata, e anche nella rigenerazione dei capelli. L’Olio di Rosa Mosqueta è molto sensibile all’aria, alla luce e agli sbalzi di temperatura, e va incontro quindi a un rischio elevato di alterazione, per cui è assolutamente necessario che sia di buona qualità e certificato, perché mantenga intatto tutto il suo contenuto di sostanze preziose per la pelle.

OLIO DI JOJOBA
JojobaL’Olio di Jojoba (Simmondsia chinensis) è stato impiegato per centinaia di anni dagli Indiani come rimedio universale nel trattamento della pelle. Si chiama olio, ma in realtà è una “cera liquida”. Mentre tutti gli altri olii di semi contengono nella loro molecola anche glicerina (trigliceridi), l’olio di Jojoba non contiene glicerina e la sua è una molecola lineare, non ramificata, e questo può spiegare la sua facilità di assorbimento da parte della pelle e la sua grande capacità di penetrare attraverso i piccoli pori dell’epidermide e gli interstizi del derma. Le proprietà di quest’olio sono apprezzabili per l’alta purezza, per l’assenza di odore, per la stabilità al calore e per l’alta resistenza all’irrancidimento, oltre che per la presenza di antiossidanti naturali: i tocoferoli. Il suo utilizzo è raccomandato in tutti i casi di precoce invecchiamento della pelle, in caso di pelle secca, che è la più esposta alla formazione di rughe per via della sua sottigliezza. L’olio di Jojoba va applicato ogni giorno sulla pelle pulita con leggero massaggio. Si può aggiungere qualche goccia di olio di Jojoba all’abituale crema da giorno. E’ consigliabile alternare quest’olio a quello di Avocado, per la sua azione tonica ed elasticizzante.

OLIO DI AVOCADO
AvocadoL’inevitabile fenomeno dell’invecchiamento cutaneo porta alla formazione di rughe, alla perdita di freschezza, morbidezza ed elasticità; questo processo è molto più rapido per le pelli secche e sensibili, che dovranno più delle altre essere nutrite. L’olio di Avocado (Persea gratissima) possibilmente alternato all’olio di Jojoba antirughe, serve per dare alla pelle il giusto nutrimento e a farle riacquistare tono ed elasticità. L’olio di Avocado, dotato di grande penetrabilità, trova indicazione quindi specialmente nel trattamento delle pelli rilassate, atone e spente; la sua specificità di azione ne fa una panacea cosmetica di eccezionale efficacia. La sua applicazione viene raccomandata sulla pelle pulita del viso, del collo e del decolleté in piccole quantità, meglio se la pelle è ancora umida e calda all’uscita da un bagno o di una doccia; infatti in questo momento i pori della pelle sono più aperti e massimamente recettivi verso i trattamenti cosmetici. Dopo un costante utilizzo a cicli di uno-due mesi, in alternanza con l’olio di Jojoba, con applicazioni giornaliere, si potranno osservare sicuramente evidenti risultati in tutte le pelli secche, asfittiche e un miglioramento dell’incarnato.

OLIO DI LIMONE
LimoneL’olio cosmetico di Limone (Citrus limonum) delicato ed astringente, è consigliato per trattare e migliorare la pelle del contorno-occhi. Questa zona infatti ha delle caratteristiche estremamente diverse da quella del resto del volto: è molto più sottile, più delicata, il derma è povero di collagene, l’ipoderma è privo di grasso. E’ per questo che facilmente lascia trasparire i segni del tempo, della stanchezza, dei dispiaceri, della carenza di sonno. Il contorno degli occhi è una zona fortemente vascolarizzata e dunque ogni disordine, sanguigno o linfatico, influisce inevitabilmente sull’aspetto della sua epidermide che può presentare piccole rughe, le cosiddette “zampe di gallina”, occhiaie o addirittura “borse”. L’olio cosmetico di Limone ci aiuta a migliorare la situazione contorno-occhi, utilizzandolo con costanza per almeno 20 giorni consecutivi, per tre o quattro volte l’anno. In caso di borse palpebrali i migliori risultati si ottengono se l’applicazione viene preceduta da un impacco tiepido di fiori di Camomilla o di Tiglio, o di un Tonico a base di uno di questi fiori. Esso va applicato ad occhi chiusi, perfettamente struccati, alla sera o in un attimo di relax della giornata, operando un leggero massaggio circolare. Dopo 20 minuti si può togliere l’eccesso con una salvietta.

OLIO DI GERME DI GRANO
Germe di GranoQuest’olio è un concentrato di Vitamina E, ed è raccomandato per compensare l’inaridimento della pelle secca e molto secca, per la sua azione idratante e nutriente. L’olio di Germe di Grano va a rinforzare il film idrolipidico insufficiente, o addirittura mancante; dunque risolve il problema della pelle opaca e che “tira”. Si consiglia di applicarlo sulla pelle pulita del viso in strato sottile ogni sera, in strato più generoso una volta alla settimana, in modo da creare un effetto-maschera; si toglierà l’eccesso con una salvietta dopo circa 15-20 minuti. E’ indicata l’applicazione in strato abbondante per circa 15 minuti su tutto il corpo, anche come emolliente e restitutivo alla sera e dopo un bagno di sole. Si suggerisce di aggiungerne qualche goccia all’abituale crema doposole per il corpo, e alla crema da notte per il viso. E’ sempre molto importante controllare che l’olio sia di provenienza garantita, puro, senza additivi, spremuto a freddo senza utilizzo di solventi, da agricoltura biologica, perché la sua efficacia sia assicurata.

OLIO DI MANDORLE DOLCI
Mandorla dolceE’ l’olio più tradizionalmente conosciuto e utilizzato in cosmesi per le sue proprietà emollienti, addolcenti, nutrienti e lenitive per l’epidermide degli adulti, ma anche per quelle delicate dei bambini e dei neonati. Se è di buona qualità viene ottenuto per pressione a freddo della mandorla dolce, senza uso di solventi chimici, e viene estratto e utilizzato così come si ottiene, puro. E’ raccomandato in tutti i casi in cui la pelle sia secca e disidratata, e va applicato con leggero massaggio su pelle pulita e possibilmente preparata con un impacco caldo-umido con una salvietta calda, o dopo un suffumigio. L’azione emolliente dell’Olio di Mandorle Dolci (Prunus communis) è in grado di attenuare il prurito in caso di morbillo, varicella ed eczema. Efficacissima poi è la sua proprietà antismagliature: fin dal 3° mese di gravidanza si consiglia la sua applicazione sull’addome, sul seno, su fianchi e cosce; inoltre, quando si segue un regime dimagrante, va applicato anche sull’interno delle braccia per prevenire efficacemente la comparsa delle antiestetiche smagliature che, una volta formate, difficilmente si possono eliminare! Quando la smagliatura è già comparsa infatti è dimostrato che, purtroppo, non c’è più niente da fare, trattandosi di una vera e propria lacerazione del derma. Quando le smagliature sono ancora recenti, di colore rosa o rossastro, si può tentare di attenuarle con applicazioni ripetute e costanti di Olio di Mandorle Dolci. Esso è un ottimo emolliente per tutto il corpo dopo il bagno o la doccia. La sua poliedricità di utilizzo lo vede protagonista anche nel trattamento dei capelli molto secchi, crespi, sfibrati dal sole e dalla salsedine: un impacco di 20-30 minuti sui capelli sciacquati con acqua dolce, prima dello shampoo, restituirà morbidezza alla chioma. Si può usare anche in spiaggia al posto del gel, per avere il cosiddetto “effetto bagnato”; in questo modo si proteggono i capelli dall’azione inaridente del sole e della salsedine, e i capelli sono così pronti per essere lucenti e morbidi per la sera, dopo un leggero shampoo. L’Olio di Mandorle dolci può essere anche miscelato con alcune gocce di olii essenziali, per ottenere un olio da massaggio personalizzato molto gradevole e nutriente per la pelle del corpo, e in questo modo acquista anche le proprietà trattanti dell’olio essenziale che si utilizza (ad esempio per dolori articolari, per massaggi ai muscoli degli sportivi, ecc).

OLIO DI CAROTA
CarotaQuando la pelle tende a diventare secca invecchia più precocemente, specialmente se la esponiamo per molto tempo al sole. Nel tentativo di raggiungere l’abbronzatura sono in tanti quelli che mettono a rischio la bellezza della propria pelle: le raccomandazioni di una giusta protezione solare non sono mai troppe. Chi vuole nutrire e proteggere la pelle e insieme ricevere i benefici del sole, può ricorrere all’olio cosmetico di Carote. La Carota, sia consumata fresca, sia assunta concentrata in perle di gelatina, sia utilizzata per via esterna, ha la capacità, grazie ai suoi pigmenti, di favorire l’abbronzatura e contemporaneamente di apportare benefiche vitamine liposolubili (vit. A in particolare), le più adatte a proteggere da eventuali danni tissutali; favorisce così l’aspetto levigato, tipico della pelle secca, ma apporta benefici a tutti i tipi di pelle.

OLIO DI CALENDULA
CalendulaL’olio di Calendula è un olio eudermico, riepitelizzante, cicatrizzante, particolarmente adatto per pelli stanche e rilassate. La pelle cambia con il passare degli anni, con il mutare delle stagioni, a seconda dello stato di salute fisica, peggiora con la tensione emotiva, migliora con il relax. In particolare dopo periodi di superlavoro, di stress eccessivo, di preoccupazioni, di sregolatezze alimentari può succedere che la pelle perda “tono”, si rilassi, diventi asfittica e opaca. Ha bisogno allora della sferzata di vitalità che l’olio di Calendula può dare. Esso può essere utilizzato puro, preferibilmente, oppure mescolato all’abituale crema da notte in tutti quei casi in cui si voglia rivitalizzare il tono e il colorito della pelle. Nell’applicazione non vanno dimenticati il collo e il decolleté. L’olio di Calendula è anche un grande alleato delle mamme: infatti lenisce e protegge delicatamente le pelli secche ed arrossate del neonato e del bambino; inoltre se usato precocemente evita le ragadi al seno della mamma che allatta, ed è anche capace di cicatrizzare velocemente quelle eventualmente già presenti. Si raccomanda il suo utilizzo anche in seguito a trattamenti cosmetici sbagliati o troppo aggressivi.

OLIO DI IPERICO
IpericoE’ un olio dalle proprietà cosmetiche eccezionalmente lenitive, emollienti e restitutive, per pelli screpolate e per le scottature. E’ conosciuto anche come “olio della casalinga”, infatti è l’olio cosmetico di elezione per il trattamento-urto della pelle delle mani. Le screpolature, gli arrossamenti e i tagli da freddo, o causati dalla trascuratezza o dalla fretta che impediscono, talvolta, di asciugarsi bene le mani dopo il lavaggio o dopo le normali faccende domestiche, il giardinaggio, la polvere, i detersivi, vengono ben trattati da questo olio veramente singolare. L’olio di Iperico esplica la sua benefica azione cosmetica in tutti i casi di scottature, sia quelle lievi accidentali che quelle solari. Nei casi più difficili si consiglia di ungersi bene le mani, prima di coricarsi, e di infilarsi un paio di vecchi guanti di cotone. Ripetere il trattamento per due notti di seguito: il piccolo sacrificio sicuramente ripagherà lo sforzo fatto e completerà l’azione dell’applicazione giornaliera della crema per le mani. Come per tutti gli olii cosmetici si raccomanda di scegliere, nell’acquisto, un olio puro, estratto senza solventi chimici, dal colore rosso rubino.

OLIO DI RICINO
RicinoL’Olio di Ricino (Ricinus communis) trova indicazione in cosmetologia soprattutto per migliorare i capelli e le ciglia. Un antico, ma sempre attuale ed efficace rimedio per infoltire e scurire le ciglia, è quello di stendervi con uno spazzolino un velo di Olio di Ricino prima di coricarsi, per diverse settimane. E’ inoltre un ottimo ristrutturante e rinforzante cosmetico dei capelli: si consigliano impacchi tiepidi sui capelli secchi, fragili, deboli, sfibrati per 3-4 volte al mese e sui capelli normali, se sfibrati e con doppie punte, per 1-2 volte al mese. Anche i capelli grassi troveranno beneficio da un impacco periodico di Olio di Ricino, se sfibrati e deboli. Naturalmente l’olio dovrà essere di ottima qualità, di prima spremitura a freddo, di colore paglierino chiaro, con un’acidità che non superi l’1%, in modo da contenere tutte le sostanze benefiche, indispensabili alla sua integralità come acido palmitico, stearico, linoleico, linolenico, ricinoleico, eccetera.

Dott.ssa Marina Multineddu

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L'erboristeria.com della Dottoressa Marina Multineddu

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fonte lerboristeria.com

L’inchiesta Storie di violenza/3 – Donne che denunciano: Ma che succede dopo? Parlano gli operatori

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Testata

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L’inchiesta Storie di violenza/3

Donne che denunciano: Ma che succede dopo? Parlano gli operatori

La determinazione di chi subisce stalking, i tormenti di chi è maltrattata in famiglia, l’enorme sommerso che ancora c’è
Forze dell’ordine, medici, avvocati. I racconti, le lotte, gli errori di chi sta in trincea

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«La pazienza è la nostra fatica quotidiana. Ci sono donne che tornano continuamente sui loro passi, con scuse incredibili. Decidono mille volte di riprovarci e altrettante di ripresentarsi al centro. Dopo quasi vent’anni io faccio ancora fatica a capire. Io mi arrabbio. Ma le operatrici per fortuna sono meravigliosamente tolleranti e sagge. Ogni volta accolgono come fosse la prima. La nostra porta è sempre aperta»

Alessandra Kustermann conosce le parole per dirlo e le trappole dell’animo femminile. Le delusioni non hanno impedito a questo medico-istituzione per Milano di continuare a credere nelle donne.

«Il grande allarme è nella coppia, lo leggiamo purtroppo ogni giorno»,

dice Kustermann, primario di ginecologia e ostetricia della Mangiagalli che nel 1996 ha fondato il Soccorso Violenza Sessuale, struttura diventata nel tempo piattaforma degli aiuti contro tutte le violenze: «È necessario far emergere l’enorme sommerso che ancora c’è, mettere in sicurezza le famiglie, per salvare la vita alle donne e proteggere quella dei bambini».

Far fronte all’emergenza silenziosa richiede investimenti, professionalità, grande organizzazione. Quanto sono preparati gli operatori a questo compito? Di sicuro molto più di un decennio fa, assicurano poliziotti, carabinieri, agenti municipali, avvocati, magistrati, medici e psicologi. Tutti, proprio tutti, concordano: la parola d’ordine è formazione, tema lasciato troppo a lungo all’iniziativa personale o alla buona volontà di singoli dirigenti.

Prendi Torino. La comandante vicaria per la sicurezza urbana Paola Loiacono ha colto al volo la possibilità di avere soldi da un bando pubblico e, a ottobre dell’anno scorso, si è inventata il progetto «Care and investigation». Un protocollo che aiuta, tra gli altri, carabinieri e polizia ad accogliere e trattare nel modo corretto la vittima di violenza.

«Porti la divisa e si presenta davanti a te una donna che afferma di essere stata minacciata, picchiata, maltrattata, perseguitata? Il protocollo ti accompagna in quello che devi dire e non dire, quello che devi fare oppure no — racconta Loiacono — le fonti di prova vanno acquisite, come scrivere il verbale, come qualificare il reato. Magistrati e avvocati hanno dato una mano sul fronte giuridico e un criminologo ha tenuto lezioni sulla gestione e ricomposizione dei conflitti».

«Quando si richiede l’intervento del questore o di un magistrato è fondamentale presentare una richiesta il più possibile documentata» spiega l’avvocatessa Francesca Garisto, da una vita consulente della Casa delle donne maltrattate e dello sportello donne della Cgil di Milano.

«Chi si occupa di queste vicende lo sa bene: l’aiuto è più efficace e accorci di molto i tempi se tu, avvocato, fai una parte del lavoro, cioè raccogli testimonianze, metti assieme eventuali sms, email, referti medici, vai a cercare se l’uomo in questione ha precedenti, sentenze di condanna specifiche… E comunque capita sempre più spesso di trovarsi davanti a persone preparate, soprattutto fra le forze dell’ordine anche se la materia della formazione è tutt’altro che strutturata e la violenza sulle donne è una piaga sempre più aperta».

Nella caserma torinese della vigilanza urbana è stata allestita una saletta per le audizioni protette: «Era doveroso rendere più sereno il clima intorno a chi ha già dovuto patire abbastanza».

Capita, per esempio, di imbattersi in uno dei cinquemila carabinieri (quasi tutti sottufficiali, comandanti di piccole stazioni) che hanno seguito il corso di formazione sullo stalking e sull’approccio alla vittima vulnerabile.

«Un’operazione a tappeto che l’Arma ha organizzato a partire dal 2009, che è servita a una formazione e a una sensibilizzazione di base e sulla quale stiamo facendo aggiornamenti continui» conferma il maggiore Anna Bonifazi, sezione di psicologia investigativa del reparto analisi criminologica di Roma, una delle insegnanti del corso assieme al tenente Francesca Lauria, sezione atti persecutori dello stesso Reparto.

La polizia ha in ognuna delle sue squadre mobili un team che si occupa della violenza contro le donne. A Milano il vicequestore aggiunto Alessandra Simone, dirigente della sezione reati contro la persona, ha imparato che preparazione e tempestività sono metà del lavoro. Dice che sono aumentale le denunce per la violenza in famiglia e che

«le vittime vanno sempre comprese mai compatite»

e che ha notato una differenza enorme fra le donne vittime di stalking, «determinate a chiudere la relazione» e quelle che subiscono maltrattamenti in famiglia, «che invece sono più tormentate e spesso ci ripensano, ritirano la querela».

Infine ci sono i presidi medici. Ma cosa succede a una donna quando arriva al pronto soccorso? Se il Codice rosa è già procedura avviata in Toscana, nei grandi ospedali del centro-nord l’attenzione è massima ormai da tempo.

«Quando arriva una donna con strane botte e ferite affermando di essere caduta dalle scale scatta subito l’allerta — racconta ancora Kustermann —. Sul tema è stata fatta una formazione specifica ai colleghi del pronto soccorso. Spesso queste donne sono accompagnate da uomini appiccicosi, enfaticamente premurosi, che non mollano un attimo la paziente e pretendono di parlare loro con i medici. Gli accompagnatori in questione vengono allontanati con un escamotage e nella stanza viene fatta entrare una psicologa. Accertati i fatti, viene offerto il percorso, l’aiuto logistico e legale. La denuncia non è obbligatoria per accedere ai servizi, è importante saperlo. Ma ancora più importante è sapere che dal quel momento non si è più sole».

Le tappe

«Aveva gli occhi pesti e io le dicevo: torna a casa»

Antonio, carabiniere: «La mia non era cattiveria, ma ignoranza. Ora, dopo i corsi di formazione, so come si fa. E non giudico più nessuna»

«Ma che gli hai detto per farti ridurre così?».
Antonio abbassa lo sguardo, è l’unico cedimento di un lungo colloquio. È la prima volta che racconta se stesso, è sorpreso che qualcuno gli chieda di sé. Però è un carabiniere, «un servitore» dice lui, e non si tira indietro. «Lo so, è una domanda terribile per una donna che bussa in caserma con un occhio nero. È come darle un’altra sberla, la più forte. Eppure non sapevo dire altro: “Su, tornatene a casa, fate pace”. Non era cattiveria la mia, era ignoranza. Oggi so dargli un nome: mancanza di competenze».

Antonio è figlio di contadini del Sud, arrivato a Milano con la terza media («una scarpa e una ciabatta»), il mito dell’Arma. «Come tanti miei colleghi, mi sarei precipitato fuori di casa in pigiama e senza pistola per catturare un rapinatore… Ma di maltrattamenti, di donne e bambini, che ne sapevo?».

Alla violenza familiare e sessuale ci è finito per punizione, dopo un litigio con il suo capitano. La pietra scartata. «Mi son ritrovato lì davanti a donne violentate e bambini abusati, orrore senza fine. Ho dovuto rimboccarmi le maniche, cercare di capire, leggermi libri, comprati a mie spese s’intende. Poi finalmente è arrivata la formazione. Lo scriva che la formazione è fondamentale». Anche se poi per questi uomini in trincea ci sarebbe bisogno di molto altro, anche di aiuto. «Ha ragione, a noi non ci si fila nessuno. Ci sono momenti terribili, ma lo psicologo è un lusso che non possiamo permetterci».

«Rischi di venir travolto dall’onda di dolore, quando una donna stravolta inizia a parlare. È una gran fatica non perdere il filo, la pazienza, la sua fiducia e riuscire a collocare gli eventi nel tempo e nello spazio. Operazione fondamentale per costruire una buona denuncia. Ci vogliono anche sei/otto ore di lavoro e due o tre colloqui».

«Mentre lei parla, un fiume in piena, qualche volta il pensiero corre a mia moglie, alle nostre molte diversità, alle mie rigidità, vorrei fosse fiera di me e le sono grato di essere una donna forte e libera» .

«Non giudico chi ho davanti, cerco di non farlo, ma non sono ancora riuscito ad accettare la lunga sopportazione di botte e insulti: ma come si fa a stare con certi animali? Certe volte mi sale la rabbia, quando ci sono di mezzo i bambini, divento duro, non sopporto incertezze e complicità. Poi so che la via più efficace, nel contrasto all’emergenza, resta quella di far sentire accolte e protette. Ci sono donne che i lividi più resistenti li portano nell’anima, ma che poi sanno reagire. È il momento più pericoloso, lui sente di uscire dall’orizzonte, sente che è per sempre e diventa più violento. Scatta a quel punto la protezione».

«Mi sento a posto se una donna lascia la caserma sapendo di non essere sola e di essere protetta. Subito dopo corro ad abbracciare le mie figlie, ne ho bisogno come l’aria. E infatti, scusi, devo scappare, non vorrei arrivare in ritardo al saggio di danza»

In treno verso casa, nell’hinterland, caldo africano, pendolari stipati, c’è ancora il tempo per conoscere se stessi, per quel che si può fare con un’intervista.

«Tante persone mi dicono grazie. Ma io non sono bravo, sono fortunato. Da una famiglia povera ho ricevuto un patrimonio: la dignità, mia e degli altri, da mettere sempre e comunque avanti a tutto. E il senso dell’onore».

Cos’è l’onore? «Il complesso di qualità morali. Non rida, lo so, sono un carabiniere, un uomo all’antica».

L’esperimento pilota

Un «codice rosa» al pronto soccorso

«Chiedimelo, ti prego chiedimelo…». La supplica è silenziosa, nascosta dall’occhio nero e dall’ennesima scusa di un barattolo volato giù dalla dispensa. «In anni di pronto soccorso ne ho viste troppe. Donne fragili e smarrite che vorresti trascinare fuori dall’inferno in cui vivono. Purtroppo non è facile riuscirci. Bisogna aspettare ed entrare nei loro silenzi. Tutte sperano che qualcuno faccia loro domande giuste». Vittoria Doretti è medico rianimatore a capo del «Codice rosa», il progetto — ideato dalla Asl 9 e dalla Procura di Grosseto nel 2010 — che riunisce in task-force medici, magistrati, infermieri, psicologi, assistenti sociali e forze dell’ordine.

Una squadra coesa che ha portato ottimi frutti a Grosseto — da 309 casi seguiti nel primo anno si è passati a oltre 500 (+63%) segnalati nel 2011 — e simili risultati nelle altre asl toscane che dal 2012 sperimentano il modello. Il progetto ha varcato i confini regionali in un virtuoso «effetto domino»: Torino ha già attivato il codice rosa e sono interessate a replicare l’esperienza Sicilia, Puglia, Calabria, Veneto e Lazio.

«Quando una donna si presenta in un centro antiviolenza ha già fatto venti passi in avanti. La difficoltà maggiore è proprio iniziare il percorso e per questo noi siamo al pronto soccorso dove, purtroppo, prima o poi tutte le vittime di violenza passano. Magari proprio accompagnate dal marito o compagno violento. Noi siamo lì proprio per riconoscere i loro silenzi dolorosi».

Il pronto soccorso è spesso troppo affollato. «La frenesia delle urgenze e le domande non sempre discrete spesso creano una barriera: le vittime non denunciano e i cosiddetti incidenti domestici crescono — aggiunge la Doretti —. Insieme a Giuseppe Coniglio (sostituto procuratore di Grosseto ndr) abbiamo stravolto le procedure per metterci nei panni delle vittime. Abbiamo costruito le condizioni migliori per ascoltare senza giudicare, anche se alla fine la donna deciderà di non denunciare».

Oltre al classico triage — i codici rosso, giallo e verde e bianco — gli infermieri, formati appositamente, assegnano il «rosa» alle presunte vittime di maltrattamenti. A questo punto entra in azione la task-force e le vittime (non solo le donne, a dir la verità, ma tutte le fasce più fragili come gay, anziani e minori) hanno un canale preferenziale e vengono assistite. Un percorso protetto che si svolge in una «stanza rosa»: «Sono i medici, infermieri, psicologi, assistenti sociali e i poliziotti in borghese ad andare da lei. Se si tratta di uno stupro — aggiunge la Doretti — i medici raccolgono subito le prove fondamentali per un eventuale processo. Sono formati, conoscono procedure e leggi. Ad ogni ora del giorno e della notte la task-force è sempre reperibile e collabora con i centri antiviolenza. La nostra regola è: non dire mai non è di mia competenza». Un impegno che sta crescendo, coinvolgendo tante figure come insegnanti, studenti e i farmacisti, altre sentinelle fondamentali.

«Inutile negare che non sia pesante: le storie di queste vittime ci restano dentro, soprattutto quando decidono di ritornare nelle mani del loro carnefice — racconta la Doretti — ma per noi è impossibile tornare indietro e fare finta di non vedere: ogni codice rosa, ogni silenzio rotto, è una piccola vittoria che ci ripaga della tanta fatica».

Per leggere le altre puntate di Storie di violenza (cliccate qui)
Le autrici: Laura Ballio, Alessandra Coppola, Corinna De Cesare, Carlotta De Leo, Giusi Fasano, Angela Frenda, Sara Gandolfi, Daniela Monti, Giovanna Pezzuoli, Paola Pica, Rita Querzé, Marta Serafini, Elena Tebano, Stefania Ulivi.
L’inchiesta continua su Twitter con l’hastag #nonsuccedeame

L’IMMAGINE:

E’ una delle 30 finaliste al concorso 2011
CREA UN ANNUNCIO PUBBLICITARIO DELLE NAZIONI UNITE “NO ALLA VIOLENZA CONTRO LE DONNE”

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fonte 27esimaora.corriere.it

ALIMENTAZIONE & SALUTE- Latte e latticini: Diamo un “calcio” al mito

Latte e latticini: Diamo un “calcio” al mito

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Debunking the calcium myth

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di Lorenzo Acerra – 7 giugno 2012

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Nel corso di trentacinque anni, dal 1975 al 2010, il fabbisogno di calcio è stato portato al triplo del suo valore reale. Il cavallo di battaglia che ha consentito all’industria del latte di fare la voce grossa in tutti questi anni vacilla.

Risultati preliminari presentati sull’American Journal of Epidemiology (Cummings 1997) sono poi stati confermati da Bischoff-Ferrari (2010) e Warensjo (2010): l’utilizzo degli integratori di calcio è associato con un raddoppio del rischio di frattura dell’anca. È la matrice proteica delle ossa, il collagene, che previene le fratture. Ossa che non sono flessibili, perché proporzionalmente inferiori in collagene rispetto alla parte dura e densa del solfato di calcio, possono frantumarsi di colpo.

Il fabbisogno consigliato di calcio di 1200, 1300 e in alcuni casi anche di 1500 milligrammi di calcio al giorno, dopo averci perseguitato per un paio di decenni, è stato ridimensionato perché si è scoperto che se l’introito di calcio supera il livello di 800 mg al giorno diventa causa di fratture ossee. I primi ad abbandonare il “paradigma del calcio” e ad abbassare la stima del fabbisogno a 700 mg al giorno sono stati gli organi di salute britannici (Institute of Medicine, 2011).

Ricercatori della Cambridge University nel 1995 fecero un piccolo tentativo di aumentare l’introito di calcio in donne del Gambia che ne consumavano solo 285 mg al giorno mentre allattavano. La cosa interessante è che rimanevano immutati sia il livello di calcio nel latte materno, sia i livelli di mineralizzazione ossea (Prentice 1995). Insomma i ricercatori dovettero prendere atto che il fabbisogno giornaliero di calcio è molto basso, circa 300 mg al giorno, superato il quale i livelli di calcio in più non portano benefici.

Interessante anche lo studio di Finch (1998) che tornava a calcolare il valore del fabbisogno medio secondo il vecchio modo, cioè in base all’efficienza di meccanismi di assorbimento attivo di calcio e il bilancio di perdite di calcio con urina, succhi digestivi e sudore. Cioè proponeva il metodo con il quale nel 1948 il fabbisogno di calcio era stato fissato a 300 mg (Food and Nutrition Board, US, 1948). Nel 1951 Hegsted aveva fatto presente che il fabbisogno di calcio è così basso, che non è possibile trovare popolazioni o individui che non arrivino a soddisfarlo già solo bevendo acqua o consumando cereali e verdure (Nicolls 1939, Kunerth 1939, Pittman 1939, McCance 1942). Fu osservato che diminuendo i livelli di calcio ingerito si verifica la situazione di quasi azzeramento dell’eliminazione di calcio. Si arriva al punto in cui quel calcio viene tutto ritenuto dall’organismo e viene persino riciclato (Nicolls 1939, Ellis 1933, Basu 1939, Potgieter 1940).

Quando invece l’apporto di calcio aumenta, gli organi emuntori si adoperano al loro meglio per eliminare la quota in eccesso che l’organismo si rifiuta assolutamente di assorbire (Leitch 1937, Owen 1940, Sherman 1920 e 1947). Gli ormoni presenti a livello intestinale agiscono in modo da limitare l’assunzione di calcio in circolo mentre quelli prodotti dalla tiroide si adoperano stimolando l’eliminazione del calcio dai tubuli renali. L’obiettivo è contrastare gli elevati livelli di questo minerale nel sangue che causano il fenomeno delle calcificazioni su muscoli e articolazioni in prima fila, ma anche tessuti vascolari e organi.

L’avremmo dovuto pensare da soli che qualcosa non quadrava, soprattutto con quel pressing assurdo che abbiamo dovuto subire sul fronte del consumo di latticini.

Infatti – PRIMO PARADOSSO – Fontana (2005) registrava uno stato di salute ossea ottima e un minor rischio di fratture ossee in persone crudiste vegane rispetto alla popolazione generale, nonostante un apporto complessivo di calcio non all’altezza dei numeri ritenuti necessari. Sarà stato anche un po’ merito della vitamina C di cui notoriamente sono ricchi i cibi crudi? La vitamina C favorisce diversi tipi di attività enzimatiche che sicuramente tornano utili alla matrice di base delle ossa, chiamato collagene, che è formato da proteine e silicio! Il collagene è ciò che rimane di un osso quando viene deprivato di calcio in un bagno d’acido. È questa matrice flessibile che impedisce le fratture.

IL SECONDO PARADOSSO – Con l’incremento del consumo di prodotti caseari nei paesi occidentali, anche l’incidenza di fratture ossee è aumentata nelle stesse proporzioni (Van Hemert 1990, Nydegger 1991, Fujita 1992, Lau 1993a, Parkkari 1996, Lippuner 1997, Lips 1997, Versluis 1999).

IL TERZO PARADOSSO – Inizialmente si tentò di giustificare l’aumento di fratture osse che arrivava puntuale in ogni nazione in corrispondenza dell’aumento di consumo di latticini, attribuendolo a differenze nella genetica. Poi però si vide che l’incidenza di fratture ossee aumentava anche nelle popolazioni africane, cinesi o indiane nel momento in cui i loro consumi di latte incrementavano (Smith 1966, Barss 1985, Abelow 1992, Ju 1993, Kin 1993, Russell-Aulet 1993, Lau 1993b, Rowe 1993, Feskanich 1997, Memon 1998, Ho 1999, Schwartz 1999).

IL QUARTO PARADOSSO – Feskanich e collaboratori hanno monitorato 75.000 donne per 12 anni, nel cosiddetto studio delle infermiere, dimostrando che non solo non esistono effetti protettivi del consumo di latte sul rischio di fratture, ma addirittura c’è un effetto deleterio (Feskanisch Harvard Nurses’ Health Study, 1997). La stessa osservazione fu fatta da Michaëlsson (2003) che monitorò oltre 60.000 donne in Scandinavia. Se ne parla in un recente articolo scientifico dell’Università della North Carolina: «Se escludiamo alcuni studi che sono troppo piccoli o quelli che sono stati impostati in modo viziato, i dati scientifici fino ad oggi raccolti non supportano affatto l’efficacia dei prodotti caseari nel migliorare la salute ossea.» (Lanou 2009)

IL QUINTO PARADOSSO – Un caso clinico di calcificazioni renali viene presentato dalla d.ssa Annemarie Colbin: «Una giovane studentessa universitaria doveva sempre andare all’ospedale per asportare calcoli e depositi di calcio dall’uretere (il piccolo tubicino che porta l’urina dai reni alla vescica). Una volta, dopo l’intervento, i medici collocarono un tubo dai reni alla vescica per permettere all’urina di transitare, mentre l’uretere doveva cicatrizzare. Ebbene nel giro di un paio di giorni ci furono nuovi depositi di calcio nel tubo che lasciarono sconcertati i dottori. Scoprii che beveva latte tutti i giorni e che in ospedale ne aveva consumato mezzo litro al giorno. Nessuno in ospedale aveva dato peso a ciò. Io invece le suggerii di smettere completamente di consumare latte. Quando la rividi alcuni anni più tardi, seppi che non aveva più avuto recidive del problema, e anzi aveva avuto un bambino e godeva di ottima salute.» (Colbin 2009)

IL SESTO PARADOSSO – La situazione di insufficiente mineralizzazione dell’osso non beneficiavano dall’integrazione del calcio secondo osservazioni di Hannon (1934), Liu (1935), Maxwell (1935), Steggerda (1946), Snapper (1950) and Hegsted (1951), Stearns (1951). Rileggendo gli studi degli esperti sul calcio tra gli anni 1920 e 1950, scopriamo che il fabbisogno di calcio è molto basso e che il nostro corpo ha una funzione di riciclo di calcio molto buona. Infatti le uniche possibili situazioni di carenza di calcio erano quelle imputabili a disturbi metabolici primari nei quali i mitocondri delle cellule non funzionavano più bene. Negli anni Ottanta nacque il “paradigma del calcio”, ovvero la comunità scientifica auspicò che potesse essere possibile ovviare ai danni alle ossa da cattiva alimentazione e accumulo di tossicità da metalli con un po’ più di calcio. Ma trent’anni dopo i più informati iniziano di nuovo a vedere la futilità di questa speranza.

Sembra proprio che aumentare l’introito di calcio con integratori o con latticini non migliori lo stato di salute delle ossa e che finisca invece per creare problemi di vario tipo, a volte anche gravi. Il dottor Richard Malter riporta il caso significativo di una paziente che, avendo letto dei pericoli dell’osteoporosi, iniziò a prendere supplementi di calcio. Entro pochi mesi iniziò ad avere episodi ciclici di depressione, insieme con episodi d’ingiustificata rabbia o attacchi di pianto. La paziente diventò persino suicida. Ad un certo punto incontrò il dottor Malter, che le dimostrò l’eccesso di calcio mediante un’analisi del capello. Poche settimane dopo aver preso atto di ciò e aver smesso di prendere calcio, gli attacchi d’ansia scomparvero, lo stato depressivo migliorò tantissimo e la salute mentale della paziente tornò alla normalità (Malter 1994).

Altri fatti rilevanti che il “paradigma del calcio nel latte” ha ignorato:

(1.) Quando il prof. Ralph Steinman nel 1961 modificò l’alimentazione base per topi che produceva solo 1 carie nella vita adulta aggiungendovi latte commerciale in gran quantità, il numero medio di carie saliva a 9.4!

(2.) Quando assumiamo nella dieta troppo calcio, ovvero è in atto la diffusione passiva del calcio, questo implica una ridotta capacità di assorbimento di magnesio. È il magnesio che regola gli ormoni responsabili di una buona salute ossea. È la carenza di magnesio che compromette gli enzimi che assicurano una buona salute ossea. L’eccesso di calcio provoca carenza di magnesio.

(3.) La carenza di magnesio riduce l’attività dell’enzima fosfatasi, essenziale per l’assorbimento del calcio nelle ossa. L’enzima fosfatasi contenuto nel latte è stato completamente distrutto dalla pastorizzazione. Per questo la salute ossea si riduce consumando il latte commerciale invece di quello crudo o materno, come dimostrano vari autori del secolo scorso: Pottenger (1939 e 1946), Sprawson (1934) e Steinman (1961). Per questo la rivoluzione del commercio del latte ha portato in tutte le nazioni un incremento del fenomeno delle fratture ossee!

FONTI BIBLIOGRAFICHE

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fonte disinformazione.it

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Overdose di antibiotici nell’allevamento industriale

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Overdose di antibiotici nell’allevamento industriale

Animali ingozzati con gli antibiotici per accelerarne la loro crescita, e spuntano batteri resistenti che finiscono nei nostri piatti. Provocano infezioni talvolta mortali che rappresentano un alto costo per il sistema sanitario. Ma il sovraconsumo di antibiotici rappresenta un guadagno di produttività per l’industria agroalimentare che, negli Stati Uniti, si rallegra della recente decisione dell’Agenzia dell’alimentazione di autorizzare il loro massiccio utilizzo nell’allevamento
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DI AGNES ROSSEAUX
Basta!

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Il consumo di antibiotici prescritti dai medici non è nulla se paragonato alla quantità ingerita con l’alimentazione. Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), la metà degli antibiotici prodotti nel mondo è destinata agli animali. Una somma che si alza all’80% negli Stati Uniti! Un rapporto della Food and Drug Administration statunitense(FDA) stima che gli animali da allevamento consumano 13.000 tonnellate di antibiotici l’anno anno [1]. Questo sovraconsumo favorisce lo sviluppo di batteri resistenti che possono essere rintracciati nei cibi in caso di cottura insufficiente. Alcuni ricercatori hanno mostrato, peraltro, che gli antibiotici non sono presenti solamente nella carne, ma anche nei cereali o nei legumi coltivate nel terreno fertilizzato col letame del bestiame.

Un studio pubblicato dalla rivista medica Clinical Infectious Diseases nel 2011 rivela che la metà della carne di bue, di pollo, di maiale e di tacchino venduta nei grandi magazzini degli Stati Uniti contiene germi resistenti agli antibiotici (lo stafilococco MRSA). Lo scorso agosto 16.000 tonnellate di tacchino contaminate dalla salmonella – resistente ai medicinali – sono state ritirate dal gigante agroalimentare Cargill. Bilancio: un morto e un centinaio di ricoveri.

La Francia detiene il record di resistenza agli antibiotici

Si sta sviluppando una resistenza agli antibiotici. “Ogni anno 100.000 americani muoiono in ospedale per un’infezione batterica, e non è che la punta dell’iceberg. Il 70% di queste infezioni è resistente ai trattamenti utilizzati abitualmente“, ha affermato la deputata democratica Louise Slaughter [2], intervistata dal Guardian. La Francia detiene il record di resistenza agli antibiotici in Europa: il 50% per la penicillina e il 28% per la meticillina [3]. L’Unione Europea ha reagito nel 2006, vietando il consumo di antibiotici per aumentare la crescita degli animali. Negli allevamenti francesi vengono ancora consumate più di mille tonnellate di antibiotici ogni anno. Un studio dell’agenzia nazionale della medicina veterinaria ha valutato la presenza degli antibiotici in 67,7 mg per chilo di carne prodotta. Ha ricordato che gli “antibiotici recenti sono generalmente più attivi ed è sufficiente una somministrazione più ridotta“. La Germania non fa eccezione, con i polli industriali ingozzati di “antibiotici”.

Malgrado questa inquietante constatazione, negli Stati Uniti l’agenzia per l’alimentazione (Food and Drug Administration) potrebbe operare un’inversione di marcia “preoccupante“. Alla fine di dicembre, ha ritirato la promessa – che risale agli anni ’70 – di controllare l’utilizzo di due degli antibiotici più utilizzati: la penicillina e la tetraciclina. I produttori potranno continuare a somministrarla a piacimento ai loro animali. La FDA preferisce, invece, concentrare gli sforzi sulla “possibilità di riforma volontaria” da parte degli agricoltori. Questa decisione – pubblicata con discrezione nel registro federale (Gazzetta ufficiale) alla vigilia di Natale – “non deve essere interpretata come il segno che la FDA non ha alcuna preoccupazione sanitaria” sull’argomento, si è sentita obbligata di precisare. Un simpatico “;regalo di Natale dell’FDA alle fattorie industriali“, hanno ironizzato alcuni commentatori.

Venti miliardi di dollari l’anno a carico del sistema sanitario

Questa sovradosaggio di antibiotici ha un suo costo: ogni anno l’MRSA (stafilococco resistente alla meticillina) è responsabile del decesso di 19.000 pazienti negli Stati Uniti, e provoca sette milioni di visite dal medico o nei pronto soccorso, ha stimato Maryn McKenna, giornalista specializzata in salute pubblica: “Ogni volta che una persona contrae l’MRSA, i costi sanitari sono moltiplicati per quattro. La resistenza agli antibiotici è un peso enorme per la salute pubblica nella nostra società.” Un costo stimato in venti miliardi di dollari l’anno per il sistema sanitario statunitense.

Ma la lobby agroalimentare combatte anche la battaglia delle cifre: per la National Turkey Federation, gli antibiotici permettono di diminuire di un terzo il costo di produzione [4]. Gli antibiotici diminuiscono il tempo di crescita e sono necessari perché gli animali possono riuscire a vivere ammucchiati a migliaia nei porcili e nei pollai. Senza antibiotici, ci vorrebbero più infrastrutture agricole. E 175.000 tonnellate di cibo in più, un grosso danno per la produzione del tacchino negli Stati Uniti, affermano i professionisti del settore.

Sono gli argomenti che sembrano avere convinto la FDA a respingere ogni decisione per regolamentare il consumo di antibiotici. Probabilmente – in periodo elettorale -, per evitare un finanziamento massiccio da parte della lobby agroalimentare della campagna repubblicana. In gennaio, dopo aver subito una caterva di critiche, la FDA ha annunciato di voler limitare da aprile l’utilizzo di una categoria di antibiotici, le cefalosporine, per i bovini, i maiali e il pollame. Una buona iniziativa di comunicazione: i media hanno ripreso all’unisono questa decisione, sottolineando gli sforzi della FDA per “limitare l’uso degli antibiotici”. Ma si sono dimenticati di precisare che le cefalosporine rappresentano solo lo 0,5% degli antibiotici utilizzati nell’allevamento. I consumatori non hanno molto da rallegrarsi. E neppure potrà risolvere questo grave problema sanitario.

Note:

[1] Nel 2000 l’Istituto per la Salute animale, in rappresentanza dei produttori di medicinali veterinari, ha valutato il consumo di antibiotici nell’allevamento in 8.000 l’anno negli Stati Uniti.

[2] Autore di un testo di legge sulla resistenza agli antibiotici: “Preservation of Antibiotics for Medical Treatment Act”.

[3] Utilizzate rispettivamente contro il pneumococco e lo stafilococco dorato, i principali batteri all’origine degli infezioni nosocomiali. Fonte: Rapporto parlamentare, Ufficio parlamentare di valutazione delle politiche sanitarie, depositato il 22 giugno 2006.

[4] “Today at retail outlets here in the D.C. market, a conventionally raised turkey costs $1.29 per pound. A similar whole turkey that was produced without antibiotics costs $2.29 per pound. With the average consumer purchasing a 15 pound whole turkey, that would mean there would be $15 tacked on to their grocery bill“, Michael Rybolt, National Turkey Federation, audizione alla sottocommissione per l’allevamento della Camera dei Rappresentanti.

**********************************************Fonte: Overdose d’antibiotiques dans l’élevage industriel

08.02.2012

Traduzione per www.comedonchisciotte.org a cura di SUPERVICE

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fonte comedonchisciotte.org

Nelle donne aumenta cancro al polmone. Ma non è tutta colpa del fumo


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Nelle donne aumenta cancro al polmone: non è solo colpa del fumo

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di Silvia Soligon
(07/06/2012)

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Sempre più donne vengono colpite dal tumore al polmone e, a sorpresa, il fumo non è l’unico responsabile dell’aumento dell’incidenza di questa forma di cancro nella popolazione femminile. Secondo gli esperti che si sono incontrati durante il congresso annuale dell’American Society of Clinical Oncology di Chicago (Usa), infatti, il 20% dei nuovi casi diagnosticati colpisce i non fumatori e a dover fare i conti con questa patologia sono sempre più le giovani donne.

Più in generale, il 26% dei decessi a causa di un tumore è attribuibile al cancro al polmone. Lo scorso anno in Italia ne sono stati registrati 38 mila casi, destinati a diventare 45 mila nel 2020 e 51 mila nel 2030. Fra questi, le neoplasie associate al fumo – che rappresentano l’80% delle diagnosi – hanno caratteristiche diverse da quelle indipendenti da tabacco e nicotina. In particolare, il 50% delle donne non fumatrici che vengono colpite dal tumore al polmone è portatore di una mutazione nel gene codificante per il fattore di crescita Egfr.

Non per questo il vizio del fumo non deve essere più considerato un fattore di rischio per lo sviluppo di questo cancro. Insomma, l’aumento della sua incidenza nelle donne è ancora in parte attribuibile alla diffusione dell’amore per le “bionde” anche nel genere femminile.

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fonte salute24.ilsole24ore.com

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