Le protesi al seno compiono 50 anni, un compleanno tra luci ed ombre

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Le protesi al seno compiono 50 anni, un compleanno tra luci ed ombre

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Sono passati 50 anni da quando le prime protesi furono impiantati in un seno femminile, 50 anni dalla prima mastoplastica additiva. Da sempre le donne avevano tentato di supplire alle “carenze” di madre natura, e rimpolpare décolleté troppo scarni, ma sempre con metodi non risolutivi. Reggiseni (peraltro quest’ultimo indumento compie, a sua volta, il secolo di vita, dall’invenzione del primo prototipo) imbottiti e cuciture ad hoc possono certo andare bene per una serata speciale, ma poi basta spogliarsi per tornare come prima. Un seno prorompente, dunque, è sempre stato un po’ il sogno proibito delle ragazze (e dei loro uomini), e dalla primavera del 1962, ad oggi, quel sogno è diventato realtà.

Cambiare seno si può, “indossando” delle protesi. Ma vediamo la storia della prima mastoplastica additiva mai effettuata.

Protesi al seno, la storia del primo intervento

Per parlare dei primi impianti artificiali per aumentare la misura del seno femminile, dobbiamo tornare indietro al 1962, e fermarci in Texas, USA. Qui, il chirurgo Franck Gerow del Jefferson Davis Hospital di Houston, prendendo in mano una sacca piena di sangue e manipolando il materiale plastico della busta, si ritrovò a provare la stessa sensazione del toccare un seno femminile. Fu questa esperienza sensoriale che gli fece venire in mente l’idea di usare delle protesi morbide da impiantare nelle mammelle per aumentarne il volume. La prima operazione (di prova), venne effettuata su una cagnolina, Esmeralda, ma già nella primavera dello stesso anno (esattamente mezzo secolo fa), una fortunata, giovane donna, fece da “cavia” umana per la prima mastoplastica additiva.

Protesi al seno, la prima fu Timmie

Si chiamava Timmie Jean Lindsay, aveva all’epoca 30 anni, e fu la prima donna ad entrare in sala operatoria con una taglia di reggiseno, e uscirne con un’altra, nello specifico, passò da una seconda ad una terza abbondante. In realtà la ragazza aveva chiesto un altro intervento estetico ai medici, ovvero la rimozione di un tatuaggio, fu però posta davanti all’opportunità di rifarsi il seno, e non ci mise molto ad accettare, nonostante si trattasse di un vero e proprio salto nel buio. L’intervento venne effettuato dal dott. Gerow, in collaborazione con il collega Thomas Cronin, fu realizzato usando già delle protesi al silicone, e Timmie reagì benissimo, senza segni di rigetto e con grande soddisfazione. Ora quella giovane donna ha più di 80 anni, e così ricorda l’esperienza: “Pensavo che i miei seni sarebbero rimasti alti e sodi per sempre. Ma non è andata così. perché come quelli normali tendono a scendere verso il basso con l’avanzare dell’età”. Questo è fisiologico, infatti ancor oggi si consiglia di effettuare delle revisioni e dei controlli delle protesi dopo i 10 anni dall’intervento, proprio perché se è vero che il silicone (di buona qualità), non scade, comunque il corpo umano invecchia e cambia forma.

Protesi al seno, 50 anni tra luci ed ombre

E veniamo alle note dolenti dei nostri giorni. A 50 anni dalla prima mastoplastica additiva, possiamo tranquillamente affermare che il bilancio di questo richiestissimo intervento estetico è in bilico tra luci ed ombre. Se è pur vero che ha dato l’opportunità a tante donne di superare dei propri complessi di inferiorità legati alla misura o all’aspetto dei loro seni (anche se noi riteniamo che piuttosto che sul difetto fisico, si dovrebbe lavorare su come vincere le insicurezze a livello psicologico), è altrettanto cristallino come questa operazione si sia trasformato in un business lucrosissimo che troppo spesso aggira anche le minime regole di prevenzione e prudenza. Il caso delle protesi PIP è in tal senso emblematico: impianti di qualità scadente, in grado di lacerarsi e provocare infiammazioni e persino tumori alla mammella, venivano impiantate anche dai migliori chirurghi plastici. Ma non è solo questo il problema, non sempre, infatti, queste operazioni estremamente costose, vengono eseguite con i doverosi controlli, con quella perfetta igiene e con i tempi tecnici necessari per evitare qualunque complicazione. E così, accade anche che una mastoplastica si riveli un vero e proprio incubo per la donna che vi si sottopone, costretta a ripetuti interventi per correggere errori vistosi, quando non infezioni o problemi di rigetto. Insomma, la morale è sempre quelle, prima di decidere di farvi impiantare delle protesi al seno, pensateci molto, molto bene. Valutate i pro e i contro, non fermatevi al primo chirurgo ma consultatene diversi, domandate tutto quello che c’è da chiedere relativamente a possibili controindicazioni ed effetti collaterali, e se non siete convinte… acquistate un buon push up!

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Vaccino epatite B danneggia il fegato. Che invece dovrebbe proteggere


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Vaccino epatite B danneggia il fegato che invece dovrebbe proteggere

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Fabio

on 30.03.12 09:37

“Vaccinare i bambini per l’epatite B è oltraggioso nei loro confronti: la grande maggioranza dei bambini non sono a rischio di contrarre l’epatite, ma sono sicuramente a rischio per gli effetti collaterali del vaccino”
Jane Orient M.D. – 1999

“Tutta la politica vaccinale americana è decisa in base a “legami incestuosi” con le ditte produttrici di vaccini!”
Dr. Jane Orient MD – “VIA”, del 14/06/1999
“I programmi di vaccinazione obbligatoria sono una violazione del codice di Norimberga poichè costringono gli individui a subire un trattamento medico contro la loro volontà, che diventa l’equivalente funzionale di un vasto esperimento completamente senza consenso informato.”
Dr. Jane Orient M.D.

www.drjaneorient.com/cv.pdf“Tutte le raccomandazioni ufficiali americane a proposito delle vaccinazioni sono inquinate senza speranza dall’intreccio di interessi esistente fra le ditte produttrici di vaccini, l’accademia americana CDC.”
Michael Belkin, testimonianza al congresso USA, 18.05.1999

http://www.whale.to/vaccines/belkin.html“Mia figlia Lyla Rose Belkin è morta il 16 settembre 1998 all’età di 5 settimane, 15 ore dopo aver ricevuto la sua seconda iniezione di vaccino di epatite B. Era una bambina vitale, sveglia, di 5 settimane, quando la tenni per l’ultima volta tra le mie braccia. Non potevo immaginare, quando mi guardava intensamente negli occhi con tutta la innocenza e la meraviglia di ogni nuovo nato, che sarebbe morta quella notte”.
Michael Belkin Testimony to Congress. Tuesday, May 18,1999

http://www.whale.to/vaccines/belkin.html

Lyla Rose Belkin died on September 16, 1998
http://www.curezone.com/forums/fm.asp?i=368574

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Vaccino epatite B danneggia il fegato che invece dovrebbe proteggere

di Sayer Ji

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“Secondo la tradizione ippocratica, il livello di sicurezza di una medicina preventiva deve essere molto elevato, in quanto mira a proteggere le persone contro le malattie che essi non possono contrarre”.

Marc Girard, pericoli autoimmuni di vaccino per l’epatite B.

Una nuova sorprendente ricerca pubblicata dalla rivista Apoptosis, indica che il vaccino contro l’epatite B, che è stato progettato per prevenire l’epatite B virale al fegato, provoca in realtà la distruzione delle cellule del fegato.
Nello studio intitolato “vaccino contro l’epatite B induce la morte apoptotica in Hepa1-6 celle,” i ricercatori hanno cercato di “… stabilire un sistema modello in vitro suscettibile di indagini meccanicistiche di citotossicità indotte dal vaccino anti-epatite B, e di studiare i meccanismi di morte cellulare indotta dal vaccino.”

E’ stato scoperto che il vaccino contro l’epatite B ha indotto una “perdita di integrità mitocondriale, induzione di apoptosi, e la morte cellulare” nelle cellule del fegato esposto ad una bassa dose di vaccino adiuvato. Come adiuvante era stato usato idrossido di alluminio, che è sempre più identificato come concausa di malattia autoimmune nelle popolazioni immunizzate.

La scoperta che il vaccino contro l’epatite B provochi danni al fegato (epatotossicità) conferma i risultati precedenti (1999) che il vaccino aumenta l’incidenza di problemi al fegato nei bambini degli Stati Uniti con meno di 6 anni fino al 294% rispetto ai controlli su quelli non vaccinati.

Un altro studio pubblicato sulla rivista Hepatogastroentology nel 2002, ha osservato che la vaccinazione contro l’epatite B è stata statisticamente associata a reazioni gastrointestinali tra cui: epatite, malattie gastrointestinali e alterazioni dei test di funzionalità epatica, in confronto ad altri gruppi di controllo.
Questa, tuttavia, è solo la punta dell’iceberg …

In uno studio illuminante pubblicato nel giugno 2011 sulla rivista Molecular Biology Reports, i ricercatori hanno dimostrato che il vaccino per l’epatite B altera l’espressione di 144 geni nel fegato di topo entro 1 giorno dalla vaccinazione , di cui 7 sono correlati all’infiammazione e al metabolismo.

Gli autori hanno notato:

“Le aziende farmaceutiche di solito eseguono il test di sicurezza sui vaccini, ma tutti i requisiti richiesti dall’Organizzazione Mondiale della Sanità e le farmacopee ufficiali, dipendono dal test di tossicità generale, e quindi lo studio dell’espressione genica per testare la qualità del vaccino contro l’epatite B non viene eseguito di routine.”

Potrebbe l’alterazione del gene-espressione del vaccino per l’epatite B essere un motivo per cui ci sono oltre 60 gravi effetti nocivi per la salute associati al vaccino, come documentato nella rivista peer-reviewed e pubblicazioni di letteratura biomedica, compresa la morte improvvisa del lattante?

Altri potenziali meccanismi d’azione collaterali pericolosi alla base degli effetti del vaccino dell’epatite B, sono i seguenti …

– I Vaccini per l’epatite B possono contenere polimerasi del virus dell’epatite B come contaminante, che può innescare un processo autoimmunitario contro la mielina (il rivestimento protettivo dei nervi) in alcuni soggetti vaccinati.
FONTI: PMID: 16176857 e PMID: 15908138

 

– Il Vaccino contro l’epatite B può indurre la malattia autoimmune demielinizzante attraverso il mimetismo molecolare che esiste tra l’antigene del vaccino, virus di Epstein-Barr virus e mielina umana.
FONTI: PMID: 17630224 PMID: 16295528

Perché i bambini sono vaccinati per il virus dell’epatite B?

Il vero pericolo è che la vaccinazione universale contro il virus dell’epatite B può causare più male che bene. Si tratta in realtà dei più piccoli – i bambini – che sono più a rischio di essere irreparabilmente danneggiati, in quanto il programma vaccinale del CDC richiede la vaccinazione contro l’epatite B alla nascita, 1-2 mesi, e poi di nuovo a 3-6 mesi di età.
La vaccinazione universale per l’epatite B è stata raccomandata per i neonati negli Stati Uniti nel 1991, nonostante i risultati contrastanti di sicurezza. Forse non a caso, la prevalenza di autismo oggi è del 1500% superiore a quella che si verifica nel periodo immediatamente prima della loro introduzione.

Non esiste alcuna cosa come un “epidemia genetica”, nel senso tradizionale ereditabile della parola “genetica”, mentre c’è una cosa come la modifica di un’espressione genica indotta dall’ambiente, come sopra descritto.

In altre parole, gli adiuvanti dei vaccini (ad esempio mercurio e alluminio) e antigeni sono in grado di compromettere profondamente la stabilità dell’infrastruttura genetica da cui dipende la nostra salute.

In base ad una recensione pubblicata su una rivista di Salute e Tossicologia Ambientale nel 2010, nei neonati maschi vaccinati con il virus dell’epatite B prima del 1999, l’incidenza di autismo segnalata dai genitori, era di 3 volte più alta.

Perché prima del 1999?

Il 27/08/99 il CDC, riconoscendo la profonda neurotossicità associata all’uso di thimerosal (organomercurici), ha approvato il primo vaccino thimerosal-free contro l’epatite B. Purtroppo, anche dopo la rimozione del mercurio (che è stato sostituito da un altro agente neurotossico, idrossido di alluminio), la prevalenza di autismo è ancora di diversi punti più elevata di quanto non fosse prima del programma vaccinale sempre più schiacciante del CDC (60 e più vaccinazioni fino ai 6 anni) fino a raggiungere le proporzioni attuali.

Un altro problema evidente con il vaccino per l’epatite B nei neonati è che il virus dell’epatite B viene trasmesso solo attraverso il sangue o liquido seminale da coloro che sono infettati, che sono due vie di esposizione a cui un bambino – non certo uno nato in un ospedale – dovrebbe mai essere esposto, a meno che, naturalmente, la madre non sia portatrice, e quindi trasmettere il virus alla sua prole.

Ma gli ospedali possono e devono effettuare controlli preventivi sulle donne in gravidanza, rendendo quindi inutile vaccinare ogni bambino alla cieca.

Inoltre, non esistono studi randomizzati e controllati che hanno valutato gli effetti del vaccino per l’epatite B durante la gravidanza per prevenire l’infezione infantile, nonostante il fatto che alle donne in gravidanza venga somministrato il vaccino proprio per questo motivo.1

Vi è anche una ricerca che indica che la vaccinazione per Epatite B non garantisce la protezione contro l’infezione, quindi non può rientrare nella categoria di un vaccino che possa prevenire la malattia.2

NOTA: Per ulteriori ricerche sugli effetti avversi delle vaccinazioni, visitare il sito GreenMedInfo.com Archive Vaccine Research.
Per la ricerca sul vaccino anti-epatite, visita la pagina Hepatitis B Vaccine.
1 Cochrane Database Syst Rev. 2011 (3): CD007879. Epub 2011 Mar 16. PMID: 21412913

2 Postgrad J. Med 2006 Mar; 82 (965) :207-10. PMID: 16517803
Questo articolo non è destinato a fornire consigli medici, diagnosi o trattamento. Opinioni qui espresse non riflettono necessariamente quelle di GreenMedInfo o del suo staff.
(tradotto con google)
fonte: http://www.greenmedinfo.com/blog/hep-b-vaccine-damages-liver-it-supposed-protect

Un consumo regolare di cioccolato (speciale) fa dimagrire. Ma gli esperti smentiscono

STUDIO CALIFORNIANO

Un consumo regolare di cioccolato (speciale) fa dimagrire. Ma gli esperti smentiscono

Una ricerca retrospettiva su un campione di mille persone dimostrerebbe la proprietà delle tavolette

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di Emanuela Di Pasqua

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MILANO – Vuoi dimagrire? Mangia cioccolato, ma un poco tutti i giorni. Troppo facile mangiarlo solo ogni tanto: questa la conclusione di una ricerca che farebbe crollare una delle ultime certezze della nostra società, ovvero che il cioccolato magari non fa così male, ma sicuramente è alleato della ciccia. Sul cioccolato vige infatti e ormai da tempo la relatività dei giudizi e siamo allenati a ricevere messaggi di segnale opposto: fa malissimo, anzi no, a volte può fare persino bene, è utile a combattere l’ipertensione arteriosa, fa così e così, dipende dalle dosi, contiene antiossidanti che possono servire a inibire l’effetto dei radicali liberi. Ma la notizia, oggi in home sulla Bbc, che possa addirittura aiutare la linea è quantomeno sorprendente. Il cibo degli dei non solo può uscire vittoriosamente dalla lunga lista degli alimenti nocivi, ma entrerebbe addirittura a far parte degli alimenti salutari e alleati della linea, insieme ad alcuni “colleghi” decisamente differenti come la lattuga, il pesce, il riso e frutta.

LO STUDIO – Lo sostiene uno studio della University of California di San Diego pubblicato su Archives of Internal Medicine in cui i ricercatori hanno condotto lo studio su un migliaio di volontari monitorandone il peso, l’assunzione di calorie e l’indice di massa corporea. Secondo i dati della sperimentazione californiana chi mangia cioccolato con continuità è generalmente più magro di chi lo fa saltuariamente. Nonostante il suo elevato contenuto calorico, la cioccolata conterrebbe infatti ingredienti che favoriscono la perdita di peso. Come insiste molto Beatrice Golomb, alla guida dello studio, l’elemento chiave della ricerca è la regolarità del consumo e la composizione del cioccolato, a prescindere dall’apporto calorico: «E’ la composizione delle calorie e non il loro numero a determinarne l’impatto sul peso». In particolare uno degli ingredienti principali del cioccolato, il cacao, è ricco di epicatechina, che brucia calorie e addirittura migliora la massa muscolare, come dimostrato dalla sperimentazione animale.

MA C’E’ UN GRANDE MA – Ma qualche precisazione è doverosa, prima che i golosi si buttino a capofitto su una tavoletta di cioccolato per un mese scoprendo in ritardo di essere lievitati anziché di essersi snelliti. Come osserva Andrea Ghiselli, ricercatore dell’INRAN (Istituto nazionale Ricerca Alimenti e Nutrizione) di Roma, «Molti studi sul cioccolato sono condotti con cioccolato speciale, ricco di catechine e povero di grassi (esattamente il contrario di ciò che si trova in commercio): le catechine appartengono alla famiglia dei polifenoli, responsabili di effetti positivi sulla pressione sanguigna e sul metabolismo degli zuccheri, oltre che sui livelli di colesterolo ematico. Peccato che il cioccolato commercializzato sia differente e che per avere la stessa quantità di sostanze benefiche occorra normalmente assumere anche chili di grassi saturi». Inoltre gli studi sul cibo degli dei sono di gran moda e c’è una spiegazione. I polifenoli per esempio si trovano abbondantemente in molti prodotti vegetali (cipolle, melanzane, lattuga, uva), ma le ricerche sul cioccolato o il vino sono decisamente più gettonate, forse perché la gente è a caccia di alibi per poter trasgredire. In realtà il cioccolato che abitualmente consumiamo contiene grandi quantità di zucchero e di grassi e finché gli studi restano confinati alle mura dei laboratori è un conto, ma offrirli in pasto al grande pubblico potrebbe avere effetti disastrosi.

ALTRE OBIEZIONI – Va aggiunto che lo studio è retrospettivo (come molti altri studi del resto) e quindi ha una validità statistica tutta da verificare considerato che i ricordi delle persone non sempre sono attendibili. E’ semplicistico infine sostenere che mangiare un alimento faccia dimagrire o ingrassare, mentre sarebbe utile verificare come un alimento si inserisce nel complesso dietetico di una persona. Senza dimenticare mai l’attività fisica. «Se veramente qualcuno confida nelle qualità dimagranti delle catechine – aggiunge Ghiselli – allora meglio che beva il te verde».

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QUANDO A VINCERE E’ SEMPRE IL VIL DENARO – 3D, vietato ai minori di 3 anni

Il Codacons chiedeva la messa al bando degli occhialini attualmente usati nei cinema e, in sostituzione, fossero imposti quelli ‘monouso’. Risultato? Il Tar ammette. si, che l’uso degli attuali occhialini non sia igienico (quindi raccomanda l’accurata disinfezione dopo ogni uso), ma anche che fanno male alla salute, ma solo ai bambini dai 3 anni in giù, abbassando la soglia che era fissata ai 6 anni… Strana giustizia, che guarda esclusivamente la ‘carta’ d’identità e non ha a cuore la salute della popolazione, ma solo del portafoglio dei notissimi pochi…

mauro

3D, vietato ai minori di 3 anni

Il TAR del Lazio ha confermato la pericolosità degli occhialini da utilizzare al cinema, ma ha delimitato il rischio. Fanno male solo ai bambini più piccoli

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di Claudio Tamburrino

Claudio Tamburrino
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Roma – Gli occhialini 3D impiegati nei cinema saranno proibiti ai minori di 3 anni: si abbassa l’asticella del divieto prima prevista fino ai 6.
Il TAR del Lazio si è espresso sul ricorso presentato da Anec (Associazione Nazionale Esercenti Cinema) e da una sala cinematografica di Roma, con cui si chiedeva l’annullamento della circolare del Ministero della Salute e il parete del Consiglio Superiore di Sanità circa i limiti associati all’impiego degli occhialini necessari per vedere i film in 3D.

Il giudice amministrativo per la sentenza ha tuttavia deciso di attenersi a quanto comunicato dal Ministero della Salute, che fornisce indicazioni precise circa le informazioni che le sale cinematografiche devono dare al pubblico sia rispetto al tipo di prodotto si rispetto alla pulizia che devono condurre per assicurarne l’utilizzo.

Nella sentenza il Tribunale ha ribadito poi che vi sono rischi per la salute derivanti dall’utilizzo della tecnologia impiegata per la visione in tre dimensioni, ma ha abbassato l’età sotto la quale è proibito il suo impiego dai 6 ai 3 anni: un limite che rappresenta secondo il giudice “una totale garanzia per la salute dello spettatore della cinematografia 3D”.

Anec si è detta insoddisfatta della decisione e ha già annunciato l’intenzione di ricorrere in appello. Ad accogliere la sentenza favorevolmente è invece Codacons che parla di una decisione del TAR che vincola “le sale cinematografiche di tutta Italia ad attenersi a quanto stabilito dal Ministero, e quindi ad informare correttamente gli spettatori e seguire precisi protocolli di pulizia e disinfezione degli occhialini. In virtù di tale sentenza, i cinema che non si atterranno a tali indicazioni verranno denunciati nelle sedi competenti”. Il presidente dell’associazione dei consumatori Carlo Rienzi parla inoltre dell’opportunità di estendere tali precauzioni anche in altri ambiti: “Il divieto di utilizzo di occhialini per i minori di anni 3 deve essere esteso anche alle abitazioni private, dove il 3D è arrivato grazie ai televisori di ultimissima generazione”.

Il dibattito sulla tecnologia 3D resta peraltro aperto: in contrapposizione all’opinione del Ministero della salute italiana, si sono espressi negli ultimi tempi diversi studi e anche il presidente della Società Oftalmologica Italiana, Matteo Piovella, che ha detto che “gli occhiali 3D non comportano rischi per la salute, né per ipotizzati problemi agli occhi né per i rischi di contagio per la scarsa igiene”.

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Claudio Tamburrino

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OGM: quello che il ministro Clini dovrebbe sapere (e bellamente ignora)

COMUNICATO EQUIVITA 18/03/2012
OGM: quello che Clini dovrebbe sapere

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Le sorprendenti affermazioni sugli Ogm del Ministro dell’Ambiente Clini e una parte dei commenti e delle affermazioni che ad esse hanno fatto seguito (talvolta ugualmente stupefacenti) richiedono un urgente commento.

Il Comitato scientifico EQUIVITA (già CSA), che sin dagli albori ha seguito il lancio sul mercato di questi alimenti e le vicende politiche che lo hanno accompagnato (a livello sia europeo che globale) ritiene sia suo dovere rendere note alcune precisazioni e smentire informazioni errate che sono state pubblicate.

E’ errato affermare che senza l’ingegneria genetica non avremmo alcuni dei prodotti italiani più tipici: incroci e mutagenesi non hanno nulla a che vedere con le modifiche genetiche che danno origine agli Ogm.

E’ errato far intendere che chi si oppone agli Ogm è contrario all’uso delle biotecnologie e alla ricerca. Al contrario, chi come noi si oppone ad un uso improprio delle biotecnologie chiede cha la ricerca venga incentivata, ma avvenga in ambiente confinato per evitare il rischio di una contaminazione dagli effetti imprevedibili quanto incontrollabili (via libera dunque alla ricerca in laboratorio e in particolare alla ricerca farmacologica, purché vengano rispettati i necessari paletti etici).

E’ errato affermare, come hanno fatto per anni le multinazionali e come molti sostengono tuttora, che gli Ogm consentono di “combattere la fame nel mondo” in quanto producono di più. Numerosi studi scientifici, incluso il rapporto IAASTD di 400 scienziati indipendenti, commissionato dalla Nazioni Unite, hanno dimostrato che gli Ogm producono in media un 10% in meno delle colture convenzionali.

E’ errato sostenere che gli Ogm consentono di ridurre l’uso dei pesticidi: gli stessi studi hanno tutti dimostrato che con gli Ogm l’uso dei pesticidi aumenta di ben 4 volte!

E’ errato non far sapere che il FDA, ente di controllo statunitense, che autorizza al commercio ogni prodotto nuovo, dovette ricorrere alla definizione di “sostanze sostanzialmente equivalenti a quelle naturali” per aggirare l’ostilità dei suoi stessi scienziati a rilasciare i permessi.

E’ errato sostenere che gli Ogm non recano danno alla salute. Esiste il danno diretto (allergie, qualche intossicazione), ma poiché tutti i pesticidi sono causa provata di tumori, danni neurologici e molti altri, il danno in assoluto più grave è quello indiretto, causato dall’uso dei pesticidi: questo, come abbiamo visto, viene quadruplicato nelle colture di Ogm vegetali che, al 70%, sono modificati per resistere proprio ai pesticidi (diserbanti). Il danno deriva anche dal residuo 30% di piante Ogm, modificate per divenire esse stesse pesticida e combattere in tal modo gli insetti predatori. Gli effetti devastanti di tanta tossicità che dalle colture Ogm si trasmette nell’ambiente circostante, sono ben noti nei paesi dove gli Ogm vengono coltivati. Due sole testimonianze: il ripetuto allarme degli agricoltori USA causato dalle ‘superweeds’ (supererbacce), ovvero piante infestanti divenute talmente ‘resistenti’ da rendere necessario il ricorso a veleni sempre più potenti (www.equivita.it/index.php/it/newslettermanipolazioni), e l’appello lanciato in tutto il mondo dei medici argentini per salvare la popolazione argentina dagli effetti gravissimi dell’inquinamento chimico dovuto alla soia Ogm (www.equivita.it/index.php/it/comunicati/12-comunicati/401-comunicato-310711 ).

E’ errato sostenere che gli Ogm risolveranno i problemi nutritivi e ambientali. In oltre 15 anni di produzione, le uniche caratteristiche introdotte negli Ogm che hanno trovato applicazione pratica sono state le due già citate: resistenza ai diserbanti e tossicità per gli insetti predatori. Due tratti “commerciali” e non certo “migliorativi”, che, come abbiamo visto, hanno causato non pochi problemi agli agricoltori, all’ambiente e ai cittadini.

E’ errato non rivelare che gli Ogm si diffondono in modo incontrollato (nell’aria, l’acqua e il suolo) anche a molti chilometri di distanza, rendendo in pratica impossibile la loro coesistenza con le colture tradizionali o biologiche. Non è un caso infatti che la UE, dopo avere stabilito le regole di tracciabilità e di etichettature degli Ogm al fine di consentire la nostra libera scelta alimentare, si sia arresa davanti all’ultimo capitolo, quello delle regole di coesistenza, e ne abbia delegato la stesura agli Stati membri.

E’ errato non far sapere che gli Ogm sono stati, per le industrie che in essi hanno investito a partire dal 1980,”il peggiore investimento degli ultimi anni” e che degli attuali terreni coltivati in Europa essi coprono soltanto lo 0,06% di superficie. Ciò si deve al fortissimo movimento d’opposizione che ha contrastato l’influenza dei “poteri forti” sui governi. Oggi la Monsanto (una delle più importanti multinazionali biotech) ha rinunciato ad esportare il mais MON810 in Francia e la BASF, maggiore azienda chimica mondiale, ha rinunciato al suo piano di sviluppo di Ogm in tutta Europa Š mentre un’analoga situazione di stallo riguarda pure l’Asia e le Americhe. Oggi infatti l’80% delle coltivazioni Ogm del mondo si trovano concentrate in sole 4 nazioni: Stati Uniti, Canada, Brasile e Argentina.

E’ oltremodo scorretto non far sapere che la caratteristica più importante che contraddistingue gli Ogm è che tali organismi (sia piante che animali), con il pretesto della modifica genetica, vengono brevettati, ovvero rivatizzati. La multinazionale detentrice del brevetto potrà esigere da quel momento il “diritto di brevetto” ad ogni risemina della pianta, ad ogni ciclo riproduttivo dell’animale. Migliaia di azioni legali ne sono derivate, promosse dai “colossi” del biotech (la più famosa quella della Monsanto contro il canadese Percy Schmeiser, che con grande coraggio si oppose dimostrando che nelle sue colture di colza, minacciate di sequestro, gli Ogm non erano stati seminati ma erano giunti per inquinamento).

E’ oltremodo scorretto non ricordare – quando si parla di Ogm – che la materia vivente del pianeta è il “bene comune” più prezioso di noi tutti (più dell’acqua) e che la nuova legge brevettuale (definita dagli esperti “mostro giuridico”), adottata negli Stati Uniti nel 1980, poi in Europa nel 1998, ha dato inizio ad una nuova forma di colonizzazione dei paesi poveri da parte delle multinazionali dei paesi ricchi, il fine evidente di queste ultime essendo il controllo del mercato più vasto e più ambito: il mercato del cibo (e la minaccia riguarda anche l’Europa).

E’ importante invece che si capisca che gli Ogm sono ben lontani dall’essere, come qualcuno tenta ancora di far credere, uno strumento per l’equa distribuzione del cibo. La fame nel mondo – tutti ormai lo sanno – non è dovuta a carenza di cibo (che al momento non scarseggia, come dichiara anche la FAO) ma ad una carenza di denaro dei paesi poveri, costretti ad esportare la loro produzione agricola di sussistenza, rinunciando a sovranità e sicurezza alimentari.

E’ importante che si sappia che a quest’ultima rinuncia si aggiungono ulteriori danni, che vanno dalla scomparsa di tradizioni e culture locali al pagamento dei diritti di brevetto, al rischio di vedere i raccolti vanificati (vedi gli esiti del cotone Bt in india e i 200.000 suicidi di piccoli agricoltori di quel paese). Ma il danno più grave che si aggiunge è la perdita di biodiversità, vera ed unica ricchezza dei paesi poveri.

Per tutte queste ragioni gli Ogm, lungi dall’essere strumento di un’equa distribuzione del cibo, sono al contrario un fattore importante della crisi di fame nel mondo e di una pericolosa deriva del pianeta verso un’ingiustizia sempre più diffusa.

Per informazioni: Comitato Scientifico EQUIVITA (Italia) Tel. + 39.06.3220720, + 39.335.8444949 – E-mail: equivita@equivita.it http://www.equivita.org

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Milano, 400 casi di Tbc l’anno. Sale il numero dei malati resistenti ai farmaci

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Milano, 400 casi di Tbc l’anno. Salgono malati resistenti a farmaci

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ultimo aggiornamento: 22 marzo, ore 20:18
Milano – (Adnkronos) – Colpiti soprattutto gli uomini, i bambini sono il 5%. Dei 243 pazienti ‘contagiosi’ il 73% è guarito, 2% i morti
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Milano, 22 mar. (Adnkronos Salute) – A Milano, ogni anno, sono 400 i casi di tubercolosi diagnosticati. Un trend stabile, ma a crescere sono i casi di mutiresistenza ai farmaci, i pazienti piu’ difficili da curare. Sono i dati dell’Asl di Milano che effettua il monitoraggio su circa 1,6 milioni di abitanti (capoluogo lombardo e 6 comuni della Provincia) e dell’Istituto Villa Marelli-ospedale Niguarda, centro regionale di riferimento per la tubercolosi. Gli esperti li hanno diffusi oggi durante la presentazione del convegno ‘La Tbc nelle aree metropolitane’, in programma domani (in piazza della Scala 2), alla vigilia della Giornata mondiale della tubercolosi (sabato 24 marzo).
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La Tbc a Milano porta i pantaloni. Sono gli uomini i piu’ colpiti: il rapporto con il gentil sesso e’ di 2 a 1, anche se per alcune comunita’ straniere gli ammalati sono in maggior numero donne. “In crescita rispetto al 2011 – segnalano gli esperti – i casi di multiresistenza ai farmaci”. Nei primi due mesi dell’anno – conferma Luigi Codecasa, responsabile del Centro regionale di riferimento per la tubercolosi, Villa Marelli – abbiamo registrato un aumento dei pazienti con forme multiresistenti che necessitano di terapie piu’ lunghe, dai 18 ai 24 mesi, e di un’assistenza che spesso le strutture ospedaliere non sono in grado di dare. Il problema piu’ grande e’ trovare un luogo dove tenere questi soggetti, in modo che non siano fonte di contagio”.
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I 400 casi annuali di Milano sono il 40% di quelli lombardi e il 9% su scala nazionale. L’incidenza sui residenti e’ di 20 casi su 100 mila abitanti (stabile negli ultimi 10 anni). Ma la Tbc ha un ‘accanimento selettivo’. Puo’ colpire persone di qualunque strato sociale, ma si sviluppa di piu’ in situazioni di fragilita’ e in presenza di piu’ fattori di rischio: fra immigrati da Paesi ad alta endemia, dove c’e’ poverta’ ed emarginazione, disagio sociale e sovraffollamento. Tra gli italiani i piu’ colpiti sono gli anziani. I bambini pero’ sono stati protagonisti di una delle piu’ recenti epidemie fronteggiate all’ombra della Madonnina: i 171 bambini infetti e 15 malati nella scuola primaria Leonardo da Vinci di Milano. I casi di tubercolosi nei piu’ piccoli rappresentano il 5% del totale.
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La Lombardia, continuano gli esperti, “e’ stata tra le prime Regioni in Italia ad adottare un sistema di monitoraggio degli esiti della terapia con la finalita’ di debellare la malattia nel singolo, ma anche di prevenire la trasmissione dell’infezione ad altre persone. Nel 2009, sempre secondo Asl Milano, dei 243 casi di tubercolosi polmonare (la forma contagiosa della malattia) 178 hanno completato il trattamento (indice di guarigione 73%), il 2% e’ deceduto e l’8 % e’ stato ‘perso’ nel corso dei controlli programmati. Si tratta di soggetti che, non avendo completato il percorso, possono continuare a trasmettere l’infezione”.
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Il tasso di guarigione raggiunto a Milano (73%) e’ superiore alla media nazionale che si attesta a quota 67%, ma non basta. La metropoli e’ ancora sotto l’indice dell’85% indicato dall’Organizzazione mondiale della sanita’. Unica eccezione a Milano, con un tasso di guarigione del 95%, e’ il Centro regionale di riferimento per la tubercolosi Villa Marelli. Ogni anno a Villa Marelli confluiscono da tutta la Provincia 400 pazienti con malattia attiva e 1.000-1.200 casi di infezione latente.
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“Comune, Asl, Associazioni di volontariato e terzo settore – sottolinea l’assessore comunale alle Politiche sociali e cultura della salute, Pierfrancesco Majorino – devono fare rete per aumentare attraverso campagne mirate l’informazione e la profilassi sulle categorie a rischio, come anziani, immigrati adulti e comunita’ straniere. Vogliamo e dobbiamo informare in maniera costante senza allarmismi, ma con un approccio positivo finalizzato, non alla ghettizzazione dei soggetti, ma alla diffusione delle norme di igiene, prevenzione e cura”.
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La denuncia di Inca Cgil, troppi casi di negata invalidità

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La denuncia di Inca Cgil, troppi casi di negata invalidità

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ultimo aggiornamento: 20 marzo, ore 16:39
Franca Gasparri (Inca Cgil – Umbria): “Una caccia alle streghe, quella dei falsi invalidi, che penalizza quelli veri” (VIDEO)
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Roma, 20 mar. (Adnkronos/Labitalia) – “Un’operazione verita’ sulla concessione e la revoca dell’indennita’ di accompagnamento e dell’invalidita’, per parlare non solo della caccia ai ‘falsi’ invalidi ma anche dei tanti casi che a causa delle verifiche straordinarie avviate dal 2010 si sono visti negare i loro diritti. Una vera ‘caccia alle streghe’ che penalizza i veri invalidi”. Cosi’ Franca Gasparri, dell’Inca Cgil Umbria, denuncia l’aumento nella sua regione (“ma il modello e’ sovrapponibile in tutte le altre regioni d’Italia”, dice) dei casi cui vengono negati invalidita’ e sussidio di accompagnamento. L’Inca, dice Gasparri, “vuole raccontare un’altra storia per sfatare luoghi comuni, in particolare per la mia regione, in cui si racconta che tanti invalidi siano ‘falsi'”.
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“C’e’ stato un caso a Spoleto -ricorda Gasparri- di un ‘cieco’ che guidava il pulmino: su questo sono state fatte trasmissioni televisive nazionali, ma si sono invece dimenticate le tante, tante persone che, sottoposte a controlli a volte invasivi e lesivi della dignita’ personale, hanno visto revocarsi le loro prestazioni, misconoscere il loro grado di invalidita’ mentre poi un tribunale ha detto che queste persone erano malate davvero. Insomma, casi che se non altro sono altrettanto eclatanti di quelli raccontati sui ‘falsi invalidi’”.
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“Se si guardano le pratiche -racconta Gasparri- si leggono le cose piu’ impensate: un sordomuto che non lo e’ piu’ e diventa udente, uno schizofrenico grave ha un’improvvisa guarigione, una signora con tumore avanzato e metastasi ossee viene riconosciuta invalida al 60%. Praticamente dei miracoli”.
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Gasparri racconta che uno dei primi casi verificatisi in Umbria riguarda la “situazione di un bambino nato cerebroleso”. “Chiamato a controllo dall’Inps attraverso le commissioni mediche della Asl, sarebbe risultato un miglioramento eclatante delle su condizioni tant’e’ che non e’ stato piu’ riconosciuto invalido”. Il caso e’ stato portato dall’Inca davanti al giudice del lavoro, e la causa e’ stata vinta. “In poco tempo abbiamo avviato decine di azioni legali, ottenendo molti risultati e solo nelle ultime due settimane -ricorda- di 20 cause avviate ne abbiamo vinte 19 e solo per una dobbiamo ricorrere in appello”.
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Perche’ uno dei punti piu’ spinosi della questione sono proprio le modalita’ per poter contestare un ‘verdetto’ negativo. “La domanda di invalidita’ si avvia con una certificazione del proprio medico di famiglia -spiega Gasparri- che viene inoltrata on line all’Inps, che passa la pratica alle commissioni mediche delle Asl per il parere in merito. Se il parere e’ negativo e la domanda e’ respinta -dice- ci sono solo 6 mesi di tempo per fare ricorso davanti al giudice del lavoro, e non ci sono altri modi di opporsi”.
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Questo “spaventa molte persone, sia per i tempi, sia per le difficolta’, sia per i costi”. Quindi, “l’Inca molto spesso aiuta le persone a promuovere un’azione offrendo il proprio servizio medico e legale: le aiutiamo a non rinunciare ai propri diritti, offrendo un servizio a costi ‘fuori mercato’ con contributi minimi per l’attivita’ legale e a volte neanche quelli”.
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“Qualche giorno fa -racconta Franca Gasparri- si e’ presentata da noi una signora in sedia a rotelle, Rossella, ammalata di una gravissima forma di sclerosi multipla. Da una visita a cui era stata sottoposta le veniva riconosciuta un’invalidita’ solo del 75% e niente indennita’ di accompagnamento, a fronte di malattia che la inchioda su una sedia a rotelle, che le procura incontinenza e turbe neurologiche importanti. E di casi cosi’ ce ne sono tanti. Ma ora c’e’ la ‘caccia al furbetto’: e Rossella su una sedia a rotelle che non vede concesso il suo diritto come la chiamiamo? Certo non ‘furbetta’”.
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Marco Bottazzi, medico legale dell’Inca Cgil, ricorda con LABITALIA che le indennita’ di accompagnamento “sono l’unica prestazione che il nostro Paese prevede per i soggetti che presentano gravi difficolta’ nella vita quotidiana”.
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“In altri paesi -spiega- ci sono prestazioni che vengono date solo per il fatto di essere anziani e in Italia questa forma di civilta’ ce l’ha solo la provincia di Trento”. “Andare a restringere questa prestazione e dire che hanno diritto all’indennita’ di accompagnamento solo coloro che sono permanentemente a letto o talmente dementi da non avere piu’ alcun rapporto con la vita quortidiana, vuole dire ridurre di molto questo diritto e soprattutto creare un grave problema sociale”.
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