COME IL SISTEMA TI FA MORIRE DI CANCRO – Libertà di scelta terapeutica e il caso del dottor Rossaro

Libertà di scelta terapeutica e il caso del dottor Rossaro

Marcello Pamio – 18 aprile 2012

Un altro colpo è stato inferto alla libertà di cura e di scelta terapeutica, che proprio in questi giorni hanno subìto l’ennesimo affossamento.
Il dottor Paolo Rossaro, medico di famiglia di Padova, è stato condannato dal Tribunale patavino a 3 anni di reclusione per omicidio colposo; all’ammenda di oltre 565.000 euro, e rischia pure la radiazione dall’albo professionale!

Qual è il motivo per il quale il dottor Rossaro, merita una simile condanna giudiziaria?
Secondo l’accusa (che aveva chiesto ben 6 anni di reclusione e 2 milioni di euro) il dottor Rossaro sarebbe colpevole della morte di due persone colpite da tumore, che si affidarono alle sue cure mediche.
Stando alla perizia dei medici legali, queste due persone, oggi sarebbero ancora in vita se avessero seguito i protocolli ufficiali offerti dalla medicina ortodossa: chemio e radioterapia.
I due pazienti, dicono gli atti: “non sono stati adeguatamente informati” dal medico curante, e questa mancanza d’informazione, sarebbe la causa della loro prematura morte.

Se questo metro di giudizio venisse applicato a tutti i medici oncologi del mondo, probabilmente ci sarebbe necessità di riaprire la base di Guantanamo a Cuba, e forse non basterebbe…
E’ possibile affermare questo perché, nonostante i pareri dei medici legali dell’accusa, i dati ufficiali della sopravvivenza alla chemio, parlano da soli.
Lo studio effettuato dai ricercatori Graeme Morgan (Professore associato, radiologo del Royal North Shore Hospital di Sydney), Robyn Ward (Professore e oncologo all’University of New South Wales) e Michael Barton (Radiologo membro del Collaboration for Cancer Outcomes Research and Evaluation, Liverpool Health Service, Sydney), è stato pubblicato sulla rivista “Clinical Oncology” nel 2004 e messo on-line nel più importante database governativo del mondo www.pubmed.gov.

Il titolo è: “Contributo della chemioterapia citotossica sulla sopravvivenza a 5 anni, in adulti americani” (“Impact of cytotoxic chemotherapy on 5-year survival in American adult”).
I ricercatori hanno esaminato tutte le statistiche per un tempo di 15 anni, riguardanti le 22 neoplasie più maligne e calcolato il beneficio nel tempo sia negli USA che in Australia.
Risultato: “in questa analisi basata sull’evidenza, abbiamo stimato che la contribuzione della terapia citotossica curativa ed adiuvante alla sopravvivenza negli adulti è 2,3% in Australia e 2,1% in USA”.

Se la chemioterapia citotossica contribuisce alla sopravvivenza solamente nel 2% (media aritmetica) delle persone malate di tumore: cosa fa al rimanente 98%?
Lo studio continua specificando che: “due revisioni sistematiche di chemioterapia nel cancro al seno, metastatico o ricorrente, non sono stati capaci di dimostrare alcun beneficio di sopravvivenza”.
I ricercatori hanno concluso la ricerca affermando che: “in considerazione del minimo impatto della chemioterapia citotossica sulla sopravvivenza a 5 anni e la mancanza di un progresso importante negli ultimi 20 anni, segue che il maggior ruolo nella terapia citotossica è palliativa”.

Non è possibile riproporre tutti i dati pubblicati, ma il documento in originale è allegato al presente articolo.
Quello che interessa il caso del dottor Rossaro è il seguente:
– tumore al seno: lo studio ha analizzato 31.133 casi di persone e dopo 5 anni il numero di sopravvissuti, causa chemioterapia, era di 446 persone. Una percentuale di sopravvivenza pari a 1,4%!
– linfoma di Hodgkin, il numero dei casi studiati sono state 846, e dopo 5 anni i sopravvissuti, causa chemioterapia, erano 341. Con una percentuale statistica di sopravvivenza del 40,3%.

Stando a questi dati, le parole dei medici dell’accusa, secondo le quali le due persone con tumore al seno e linfoma H. avrebbero avuto “certezza assoluta” di guarigione, se solo si fossero rivolte alla medicina ortodossa, perdono completamente di significato, perché smentite dagli stessi dati ufficiali.
Ma il punto cruciale non è tanto la sopravvivenza o meno di una cura, la morbilità o mortalità, i dati statistici (facilmente manipolabili), ecc., il punto è: dove sta la libertà di scelta terapeutica da parte delle persone? da parte dei pazienti?
Può una persona, in grado di intendere e di volere, firmare il consenso informato (come nei casi del dottor Rossaro) ed essere libera di scegliere un percorso terapeutico piuttosto che un altro? Siamo o non siamo liberi come cita la Costituzione italiana?
NO! Stando alla sentenza di primo grado del Tribunale di Padova, questo non è possibile.
Bloccando le mani e l’operato di un medico, bloccano ovviamente la nostra libertà di essere seguiti in un percorso terapeutico!

I pazienti sono schiavi di un dogma scientifico, di un paradigma che non permette di scegliere, non permette una vera libertà di scelta terapeutica.
Entrambe le persone, purtroppo decedute, avevano scelto volontariamente di non intraprendere i protocolli ufficiali, e per questo avevano firmato il “consenso informato” (quello stesso che viene fatto firmare in tutti gli ospedali del mondo, togliendo la responsabilità agli operatori sanitari da eventuali danni e anche dalla morte causate da pratiche allopatiche errate: le cause iatrogene).
Addirittura uno dei due pazienti, oltre al consenso, aveva firmato di proprio pugno anche la dichiarazione (messa agli atti) di NON voler essere operata chirurgicamente! Ma questi documenti non valgono nulla per la legge italiana.

L’enorme e abissale differenza che c’è tra un medico che segue ed esegue i dettami delle case farmaceutiche, prescrivendo per il cancro i famosi protocolli: chemio e radioterapia, è che se il paziente muore (e vedremo che ogni anno sono centinaia di migliaia le vittime di questo sistema), va tutto bene, è tutto nella norma; se disgraziatamente, muore un paziente che NON ha voluto seguire tali protocolli, allora il medico che lo ha accompagnato, viene incriminato per omicidio colposo!
Dov’è la giustizia in tutto questo? dov’è il rispetto della volontà individuale e personale? dov’è la libertà del medico?

Ogni anno in Italia, oltre 255.000 persone vengono colpite dal tumore e ne muoiono, sempre ogni anno, circa 140-160.000.
Tutte queste persone ovviamente sono state seguite da un bravo medico oncologo e hanno fatto tutti i trattamenti ufficiali del caso.
Le parole rincuoranti e rassicuranti degli oncologi televisivi, che vanno dicendo che il cancro è stato sconfitto e debellato, che oggi si vive di più, sono facilmente smentibili dai dati epidemiologici. Oggi si continua a morire di cancro ogni giorno e più di prima!
L’incidenza del cancro infatti non lascia spazio a dubbi: si è passati da una persona su tre e stiamo andando verso una persona su due.

La domanda sorge spontanea: dov’è la “provata scientificità delle cure mediche”, tanto osannata da tutti i paladini della medicina, e decantata dall’accusa nei confronti del dottor Rossaro?
Dov’è la “provata scientificità” delle cure mediche ufficiali di fronte a 160.000 persone che muoiono ogni anno con atroci sofferenze nonostante, o forse per colpa, delle cure mediche stesse?
Forse questi 160.000 morti all’anno sono agnelli sacrificali usati nell’altare del paradigma vigente, totalmente gestito e controllato dalle case farmaceutiche, e in quanto tali, ammessi dalla scienza?

Nei trattamenti oncologici, le case farmaceutiche infatti giocano un ruolo fondamentale, perché i protocolli sono i trattamenti più costosi che esistano in tutto l’ambito medico.
Si riportano alcuni dati (Farmadati 2007) sui prezzi dei chemioterapici, quasi in toto pagati dal Sistema nazionale sanitario, e quindi dai cittadini con le tasse:

-        SORAFENIB della Bayer, 112 compresse costano 5.305 euro;

-        ERLOTINIB della Roche, 30 compresse costano 3.239 euro;

-        SUNITINIB della Pfizer, 30 compresse da 50 mg costano 8.714 euro.

-        PEMETREXED della Elli Lilly, 1 fiala endovena, costa 2.384 euro.

L’elenco è lunghissimo e questi farmaci vengono usati in cocktail, quindi un mix tra di loro, facendo lievitare il costo di un SOLO ciclo chemioterapico da circa 50.000 a 200.000 euro al mese per ogni singolo paziente!

I farmaci usati in oncologia, oltre essere i più costosi sono anche i più pericolosi per la salute umana. Lo dicono gli stessi enti ufficiali, come il Ministero della salute e l’Istituto superiore di sanità.
Quest’ultimo per esempio definendo uno dei chemioterapici usati, la Procarbazina, dichiara che è: “cancerogena, mutagena e teratogena (malformazione nei feti) e il suo impiego è associato a un rischio del 5-10% di leucemia acuta, che aumenta per i soggetti trattati anche con terapia radiante”.
Non solo, ma “numerosi chemioterapici antiblastici sono stati riconosciuti dalla I.A.R.C. (International Agency for Research on Cancer) come sostanze sicuramente cancerogene”.

Forse è questo il motivo per cui la maggior parte degli oncologi non si farebbe la chemioterapia?
Nel marzo 2005 al Senato australiano è stata presentata una “Inchiesta sui servizi e sulle opzioni di trattamento di persone con cancro”, prodotta dal Cancer Information & Support Society, del St. Leonards di Sydney [1].
Alcuni scienziati del McGill Cancer Center di Montreal in Canada, inviarono a 118 medici, esperti di cancro ai polmoni, un questionario per determinare quale grado di fiducia nutrissero nelle terapie da loro applicate, nel caso essi stessi avessero sviluppato la malattia.
Il risultato fu a dir poco eclatante: l’81% degli oncologi che hanno risposto, in caso di tumore non si farebbero somministrare un chemioterapico, e addirittura il 73% di loro reputano le “terapie sperimentali inaccettabili per l’elevato grado di tossicità”!
Ognuno tragga le proprie conclusioni…

Detto questo, però, tutti i medici al mondo che usano farmaci che possono indurre cancro e leucemia e provocare la morte stessa dei pazienti, sono assolutamente in regola, ma se un medico in Scienza e Coscienza utilizza, esclusivamente per volontà unica dei pazienti, altre procedure, meno tossiche, meno invalidanti e meno cancerogene, rischia la galera e la radiazione dall’albo.
Il mondo sta andando alla rovescia!

Non più morte, non più sofferenza a causa del cancro entro dieci anni. Ora siamo sicuri che entro il 2015 il cancro diventerà una malattia cronica”.

Concludo con le parole del dottor Andrew Von Eschenbach, direttore del National Cancer Institute, uno dei più importanti centri al mondo per la ricerca sul cancro. Parole dalle quali si evince che l’obiettivo (forse?) non è quello di sconfiggere il cancro, ma farlo diventare una malattia cronica, da curare con farmaci per tutta la vita. Per la gioia dei padroni.

Chiaramente il dottor Paolo Rossaro è il capro espiatorio di un sistema, un establishment potentissimo, che vuole denigrare, spaventare e intimidire, soggiogandoli ai dettami delle corporation della chimica e farmaceutica, tutti quei medici coraggiosi e coscienziosi che mettono la salute delle persone prima degli interessi economici.
Colpisci uno per educarne cento, è il loro motto!
E allora
dieci, cento, mille Uomini e Medici come Paolo Rossaro, liberi di seguire in Scienza e Coscienza la vera Ars Medica: l’Arte Medica, iniziata dal grandissimo Ippocrate venticinque secoli fa. L’Arte di seguire le volontà delle persone, accompagnandole amorevolmente per mano, in un percorso terapeutico adatto e idoneo, rispettando la natura e le volontà dell’uomo, e soprattutto ricordando il precetto ippocratico per eccellenza, quello purtroppo più dimenticato dalla medicina ortodossa: “Primum Non Nocere”.

Documento originale Clinical Oncology (formato Pdf)

[1]Inchiesta sui servizi e nelle opzioni di trattamento di persone con cancro”, Cancer Information & Support Society, del St Leonards di Sydney. http://www.aph.gov.au/Senate/committee/clac_ctte/completed_inquiries/2004-07/cancer/submissions/sub15.pdf. Parliament of Australia.

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Giuramento di Ippocrate
(versione antica)

 Giuro per Apollo medico e Asclepio e Igea e Panacea e per gli dèi tutti e per tutte le dee, chiamandoli a testimoni, che eseguirò, secondo le forze e il mio giudizio, questo giuramento e questo impegno scritto: di stimare il mio maestro di questa arte come mio padre e di vivere insieme a lui e di soccorrerlo se ha bisogno e che considererò i suoi figli come fratelli e insegnerò quest’arte, se essi desiderano apprenderla; di rendere partecipi dei precetti e degli insegnamenti orali e di ogni altra dottrina i miei figli e i figli del mio maestro e gli allievi legati da un contratto e vincolati dal giuramento del medico, ma nessun altro.
Regolerò il tenore di vita per il bene dei malati secondo le mie forze e il mio giudizio, mi asterrò dal recar danno e offesa.
Non somministrerò ad alcuno, neppure se richiesto, un farmaco mortale, nè suggerirò un tale consiglio; similmente a nessuna donna io darò un medicinale abortivo.
Con innocenza e purezza io custodirò la mia vita e la mia arte. Non opererò coloro che soffrono del male della pietra, ma mi rivolgerò a coloro che sono esperti di questa attività.
In qualsiasi casa andrò, io vi entrerò per il sollievo dei malati, e mi asterrò da ogni offesa e danno volontario, e fra l’altro da ogni azione corruttrice sul corpo delle donne e degli uomini, liberi e schiavi.
Ciò che io possa vedere o sentire durante il mio esercizio o anche fuori dell’esercizio sulla vita degli uomini, tacerò ciò che non è necessario sia divulgato, ritenendo come un segreto cose simili.
E a me, dunque, che adempio un tale giuramento e non lo calpesto, sia concesso di godere della vita e dell’arte, onorato degli uomini tutti per sempre; mi accada il contrario se lo violo e se spergiuro”.

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Un cardiochirurgo di fama mondiale ci illumina su ciò che provoca realmente le malattie cardiache


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Un cardiochirurgo di fama mondiale ci illumina su ciò che provoca realmente le malattie cardiache

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Noi medici con tutta la nostra formazione, la conoscenza e l’autorità spesso acquisiamo un ego piuttosto grande che tende a rendere difficile ammettere che abbiamo torto. Così, eccomi qui. Ammetto di aver sbagliato. Da cardiochirurgo con 25 anni di esperienza, dopo aver effettuato oltre 5.000 interventi chirurgici a cuore aperto, oggi è il mio giorno per riparare al torto fatto come medico e scienziato.

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Ho studiato per molti anni con altri medici importanti etichettati come “opinion makers” (autorità del settore). Bombardati continuamente dalla letteratura scientifica, frequentando seminari di formazione, noi professionisti, abbiamo insistito che le malattie cardiache sono semplicemente il risultato della presenza di colesterolo nel sangue.

L’unica terapia accettata era prescrivere farmaci per abbassare il colesterolo e una dieta che limita fortemente l’assunzione di grassi. La limitazione di quest’ultimo, naturalmente, abbiamo creduto potesse far abbassare il colesterolo e quindi le malattie cardiache. Deviazioni da queste raccomandazioni sono sempre state considerate eresia e potrebbero apparire come negligenza medica.

Non funziona!

Queste raccomandazioni non sono più scientificamente e moralmente difendibili. La scoperta pochi anni fa che l’infiammazione della parete arteriosa è la vera causa delle malattie cardiache, sta lentamente portando ad un cambiamento di paradigma nel modo in cui le malattie cardiache e altre malattie croniche saranno curate.

Le raccomandazioni dietetiche, a lungo termine, hanno creato epidemie di obesità e diabete, le cui conseguenze fanno impallidire qualsiasi piaga storica in termini di mortalità, sofferenza umana e disastrose conseguenze economiche.

Nonostante il fatto che il 25% della popolazione prende costosi farmaci che contengono statine e nonostante il fatto che abbiamo ridotto il contenuto di grassi della nostra dieta, più americani moriranno quest’anno di malattie cardiache rispetto al passato.

Le statistiche dell’American Heart Association mostrano che 75 milioni di americani soffre di malattie cardiache, 20 milioni hanno il diabete e 57 milioni hanno pre-diabete. Questi disturbi colpiscono le persone sempre più giovani in numero maggiore ogni anno.

In poche parole, senza un’infiammazione presente nel corpo, non c’è modo che il colesterolo si accumuli sulla parete del vaso sanguigno causando così malattie cardiache e ictus.
Senza l’infiammazione, il colesterolo è libero di muoversi in tutto il corpo come natura vuole. E’ l’infiammazione che causa l’accumulo di colesterolo.

L’infiammazione non è una cosa complicata – è semplicemente una difesa naturale del corpo ad un invasore estraneo, come tossine, batteri o virus. Il processo di infiammazione è perfetto nel modo in cui protegge il corpo da questi invasori batterici e virali. Tuttavia, se esponiamo frequentemente il corpo ai danni da tossine o alimenti che il corpo umano non è stato progettato per elaborare, si verifica una condizione chiamata infiammazione cronica. L’infiammazione cronica è nociva tanto quanto l’infiammazione acuta è benefica.

Quale persona ragionevole vorrebbe intenzionalmente esporsi ripetutamente ad alimenti o altre sostanze che sono note per causare lesioni al corpo? Beh, forse i fumatori, ma almeno hanno fatto questa scelta volontariamente.

Il resto di noi ha semplicemente seguito i consigli della dieta tradizionale a basso contenuto di grassi e ad alto contenuto di grassi polinsaturi e carboidrati, non sapendo che stavamo causando lesioni ripetute ai nostri vasi sanguigni. Queste lesioni creano un’infiammazione cronica che porta a malattie cardiache, ictus, diabete e obesità.

Lasciatemelo ripetere: le lesioni e l’infiammazione dei nostri vasi sanguigni sono causate dalla dieta a basso contenuto di grassi raccomandata per anni dalla medicina tradizionale.

Quali sono i maggiori colpevoli dell’infiammazione cronica? Molto semplicemente, sono il sovraccarico di carboidrati semplici e altamente trasformati (zucchero, farina e tutti i prodotti derivati) e l’eccessivo consumo di omega-6, oli vegetali come soia, mais e girasole, che si trovano in molti alimenti trasformati.

Provate a pensare di strofinare ripetutamente con una spazzola rigida la nostra pelle morbida finché non diventa tutta rossa e quasi sanguinante. Pensate di fare questo più volte al giorno, tutti i giorni per cinque anni. Se si potesse sopportare questa dolorosa spazzolatura, si arriverebbe ad avere un’area gonfia, sanguinante e
infetta che si aggrava dopo ogni ripetuto attacco. Questo è un buon modo per visualizzare il processo infiammatorio che potrebbe essere in corso nel vostro corpo in questo momento.

Il processo infiammatorio è lo stesso, indipendentemente da dove avviene, esternamente o internamente. Io ho guardato dentro migliaia e migliaia di arterie. La parete di un’arteria malata fa pensare proprio a qualcuno che la abbia ripetutamentestrofinata con una spazzola. Più volte al giorno, ogni giorno, i cibi che mangiamo creano piccole ferite che si aggiungono a ferite, stimolando l’organismo a rispondere in modo continuo all’infiammazione.

Mentre noi assaporiamo il gusto di un dolce appena cotto, il nostro corpo risponde in modo allarmante, come se un invasore straniero fosse arrivato a dichiarare guerra. Gli alimenti carichi di zuccheri e carboidrati semplici o elaborati con oli omega-6 per la lunga conservazione, sono stati il pilastro della dieta americana per sei decenni. Questi alimenti hanno lentamente avvelenato tutti.

Come mai mangiando un semplice dolce l’infiammazione aumenta fino a farti male?

Immaginate di versare dello sciroppo sulla vostra tastiera e di avere una visuale di ciò che avviene all’interno. Quando consumiamo carboidrati semplici come lo zucchero, lo zucchero nel sangue aumenta rapidamente. In risposta, il pancreas secerne insulina il cui scopo primario è quello di guidare lo zucchero in ogni cellula in cui c’è fabbisogno di glucosio. Se la cellula è piena e non necessita di glucosio, lo zucchero in eccesso viene respinto per evitare di inceppare il meccanismo.

Quando le cellule già sature rifiutano il glucosio extra, lo zucchero nel sangue aumenta, viene prodotta più insulina e il glucosio viene convertito in grasso immagazzinato.

Cosa ha a che fare tutto questo con l’infiammazione? Il livello di glucosio viene controllato in un intervallo molto breve. Le molecole di zucchero in eccesso si uniscono ad una varietà di proteine che a loro volta vanno a colpire la parete del vaso sanguigno. Questo danno ripetuto alla parete del vaso sanguigno scatena l’infiammazione. Quando si supera il livello di zuccheri nel sangue più volte al giorno, ogni giorno, è esattamente come prendere della carta vetrata e strofinarla nei tuoi delicati vasi sanguigni.

Anche se non sei in grado di vederlo, ti assicuro che è così. L’ho visto in più di 5.000 pazienti sottoposti ad intervento chirurgico in 25 anni, che hanno tutti un denominatore comune – l’infiammazione delle loro arterie.

Torniamo al nostro dolce. Questo apparentemente innocente cibo, non contiene soltanto zuccheri, viene cotto in uno dei tanti oli omega-6 come la soia. Le patatine fritte sono immerse in olio di soia, prodotti alimentari trasformati sono realizzati con oli omega-6 per aumentare la durata di conservazione. Gli omega-6 sono essenziali: sono parte di ogni membrana cellulare e controllano ciò che accade dentro e fuori la cellula – però devono essere nel giusto equilibrio con gli omega-3.

Se l’equilibrio si sposta in un eccessivo consumo di omega-6, la membrana della cellula produce sostanze chimiche chiamate citochine che causano direttamente l’infiammazione.

La dieta americana tradizionale di oggi ha prodotto uno squilibrio estremo di questi due grassi. Il rapporto di squilibrio è nell’intervallo da 15:1 ad un massimo di 30:1 a favore degli omega-6. Questo indica l’enorme quantità di citochine che causano l’infiammazione. Un giusto, ottimale e sano equilibrio nell’alimentazione, sarebbe un rapporto 3:1.

A peggiorare le cose, l’eccesso di peso provocato da questi alimenti crea cellule di grasso sovraccaricate che a loro volta riversano grandi quantità di sostanze pro-infiammatorie che vanno ad aggiungersi ai danni causati dalla presenza di zucchero nel sangue. Il processo che è iniziato con un piccolo dolce si trasforma in un circolo vizioso nel corso del tempo, portando a problemi cardiaci, pressione alta, diabete e infine, il morbo di Alzheimer, mentre l’infiammazione continua senza sosta.

Non può sfuggire il fatto che più si consumano cibi preparati e trasformati, più agiamo sull’interruttore dell’infiammazione giorno dopo giorno. Il corpo umano non è in grado di elaborare, né è stato progettato per consumare, cibi ricchi di zuccheri e imbevuti di oli omega-6.

C’è solo un modo per spengere l’infiammazione; tornare ai cibi più vicini al loro stato naturale. Per nutrire i muscoli, mangiare più proteine. Scegliere i carboidrati che sono molto complessi, come frutta e verdura. Ridurre o eliminare i grassi omega-6 come l’olio di mais e di soia e gli alimenti trasformati che causano l’infiammazione.

Un cucchiaio di olio di mais contiene 7280 mg di omega-6; uno di soia contiene 6.940 mg. E’ più salutare usare l’olio di oliva o burro da bovini allevati a fieno.

I grassi animali contengono meno del 20% di omega-6 e hanno molte meno probabilità di provocare una reazione infiammatoria rispetto agli oli polinsaturi apparentemente etichettati come sani. Dimenticate la “scienza” che vi è stata inculcata nella testa per decenni. La scienza che afferma che i grassi saturi provocano malattie cardiovascolari, non dice il vero. Il pensiero scientifico che dice che i grassi saturi aumentano il colesterolo nel sangue non è attendibile. Dal momento che ora sappiamo che il colesterolo non è la causa di malattie cardiache, la paura dei grassi saturi è ancora più assurda oggi.

La teoria sul colesterolo ha portato alle diete senza grassi, o a basso contenuto di grassi, creando cibi che stanno provocando un’epidemia di infiammazione. La Medicina tradizionale ha commesso un terribile errore quando ha consigliato di evitare i grassi saturi a favore di cibi ricchi di grassi omega-6. Ora abbiamo un’epidemia di infiammazione arteriosa che porta a malattie cardiache e ad altri “assassini silenziosi”.

Ciò che si può fare è scegliere alimenti integrali “della nonna” e non quelli trasformati e lavorati, che oggi “la mamma” acquista nelle grandi catene alimentari. Eliminando gli alimenti che provocano infiammazione e con l’aggiunta di sostanze nutritive essenziali da prodotti alimentari freschi e non lavorati, si invertirà il processo di anni di nutrizione sbagliata e conseguentemente, i danni alle arterie.

Il Dr. Dwight Lundell è stato a capo del personale e Primario di Chirurgia all’Heart Hospital Banner, Mesa, AZ. Il suo studio privato, Cardiac Care Center si trova a Mesa, AZ. Recentemente il dottor Lundell ha abbandonato la pratica chirurgica per concentrarsi sul trattamento nutrizionale delle malattie cardiache. Egli è il fondatore della Healthy Humans Foundation che promuove la salute umana con particolare attenzione su come aiutare le grandi aziende a promuovere il benessere. Egli è anche l’autore di The Cure for Heart Disease e The Great Cholesterol Lie.

tradotto da: “La Leva di Archimede

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Vaccini vs Autismo: La lettera di un avvocato


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Vaccini vs Autismo, La lettera di un avvocato

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Spettabili Redazioni di Rainews 24 e di Ippocrate,
vi scrivo, rispettivamente, in qualità di padre di un bimbo che ha sviluppato una “encefalopatia post-vaccinica con quadro clinico della sindrome autistica, come vicepresidente del Comitato Montinari Umbria Onlus ed infine come legale che da anni si batte in tutta Italia per la tutela dei soggetti danneggiati dalle vaccinazioni, per lamentare quanto segue.
La trasmissione di Ippocrate – Il diritto alla salute, di alcuni giorni orsono ha lasciato me e migliaia di famiglie italiane danneggiate dalle vaccinazioni e soprattutto dal vaccino MMR Morupar assolutamente sgomenti sia per i contenuti che per i toni utilizzati non solo dalla Dirigente del Ministero della Salute (che tutela gli interessi del suo datore di lavoro- Ministero, dimenticando quelli dei suoi tanti datori di lavoro – i contribuenti) ma soprattutto dal conduttore.

La sola circostanza che la trasmissione prevedesse la partecipazione, come unico ospite, del Ministero della Salute senza alcun altro interlocutore a rappresentare l’opinione ripresa dal Tribunale di Rimini sarebbe dovuta essere già di per sè sufficiente a consigliare ad un conduttore che sapesse fare il proprio mestiere di mantenersi quanto meno “neutrale” rispetto alle tesi prospettate dall’ospite anzichè sposarle integralmente ed anzi fungere da “suggeritore”. Soprattutto perchè tali tesi sono nella stragrande maggioranza dei casi non veritiere e per il resto parziali.

In primo luogo la trasmissione è stata estremamente offensiva nei confronti di un magistrato che ha svolto con professionalità il proprio lavoro e che non ha avuto la possibilità di replicare di frinte ad attacchi gratuiti quanto ingiustificati. Il Giudice, contrariamente a quanto possa pensare chi non conosce certi meccanismi giuridici (o fa finta di non conoscerli) non ha preso una decisione “in barba” alla non meglio precisata “comunità scientifica nazionale ed internazionale” in quanto:

1). il Giudice ha basato il suo giudizio sulla Consulenza Tecnica d’Ufficio (CTU) redatta da un medico di sua fiducia oltre che sulle consulenze Tecniche di Parte (CTP) redatte da altri medici tra le quali, è bene ricordarlo, quella del Dott. Massimo Montinari per la famiglia del bimbo.

2). la potenziale dannosità delle vaccinazioni è conosciuta da sempre e riportata in centinaia di testi (anche universitari), pubblicazioni, articoli e ricerche scientifiche per cui insistere sul contrario appare francamente ridicolo. Se in tutto il mondo civile esistono leggi che indennizzano il danno da vaccino è del tutto evidente che i vaccini possano arrecare danni; non mi è ancora capitato di trovare una normativa che indennizzi il danno da “acqua fresca”! Perché negli USA si sarebbero presi la briga di creare ben tre enti per il controllo del danno (FDA, CDC e VAERS), avrebbero creato le tabelle del Vaccine Advers Event Reporting System relative sia alla tipologia di danno che può conseguire da ogni singolo tipo di vaccino sia ai tempi di latenza, ed infine avrebbero creato un apposito tribunale speciale ove dirottare tutte le cause di risarcimento danni?

Persino le Commissioni Mediche Ospedaliere (CMO) deputate al riconoscimento del danno da vaccino parlano di “…episodi probativi per una qualsivoglia ripercussione organica focale e/o generalizzata a carico del sistema nervoso centrale o periferico, che costituiscono le comuni riconosciute complicanze post-vaccinali”

3). ogni qual volta si parla di danno da vaccino gli “esperti” si limitano a citare unicamente quanto accaduto al Dott. Wakefield tralasciando alcuni non trascurabili particolari tra i quali:

a. lo studio del medico inglese è stato messo all’indice per presunte violazioni relative alle procedure seguite e non perché vi fossero prove della sua non rispondenza a verità; tanto è vero che, ad oggi, le tesi del Dott. Wakefield in merito alla correlazione tra vaccinazione MMR, mercurio e danni a livello nerurologico-immunitario da una parte e quelle legate alle problematiche gastrointestinali che affliggono i soggetti autistici denominate “enterocolite autistica” o “Gluten sensitivity” dall’altra non solo non sono state sconfessate ma sono state addirittura confermate da una serie di studi successivi; evidentemente non era poi così falso!

b. è in corso la revisione dell’intera vicenda anche il considerazione dello scandalo relativo ai falsi scoop che ha colpito i media facenti capo al magnate Murdoch nel luglio 2011, tra i quali quel Sunday Times presso il quale lavorava il giornalista Brian Deer, autore del “presunto scoop” che ha portato all’incriminazione del Dott. Wakefield tanto è vero che il giornalista è stato denunciato e che il Prof. John Walker-Smith, all’epoca collaboratore del Dott. Wakefield, nello scorso mese di marzo è stato riabilitato dalla High Court of London. Vale la pena ricordare come lo stesso giornale nel 1978 fu implicato in un altro falso scoop relativo agli altrettanto falsi diari di Hitler; errare è umano, perseverare…

4). I detrattori della sentenza dimostrano una scarsa – per non dire nulla – conoscenza dei progressi scientifici degli ultimi anni sulla materia, tra i quali le accertate correlazioni tra virus attivi e danni neurologico-immunitari che si palesano in tutta una serie di gravissime patologie; in questo senso, tra gli altri, gli studi del premio Nobel 2008, Prof. Luc Montagnier, sullo stress ossidativo e sulla possibile correlazione tra virus e gravissime patologie come il morbo di Alzheimer, quello di Parkinson, l’Autismo etc.

5). Gli stessi detrattori, così poco aggiornati sulla materia a loro più affine, dimostrano ancor minor conoscenza di quanto previsto dalla legge 210/92 sull’indennizzo per danno da vaccino relativamente ai poteri conferiti al Giudice. In primo luogo, trattandosi di materia assistenziale, dovendosi contemperare l’interesse della comunità (?) ad una copertura vaccinale di massa che – come per gli animali – non prevede esami preventivi tesi a verificare la potenziale dannosità del farmaco, con la possibilità di arrecare danni a taluni soggetti intesi come “vittime innocenti” di una guerra che non hanno né dichiarato né voluto combattere, il legislatore prima e quindi la giurisprudenza hanno previsto che l’indennizzo possa essere riconosciuto anche in mancanza di una precisa e puntuale prova della correlazione dovendo rispondere ad una sorta di “solidarietà sociale”. Quindi, trattandosi di materia per la quale è oggettivamente difficile riuscire ad addivenire ad una certezza assoluta dell’accaduto, è data la possibilità al Giudice di valutare l’accaduto sulla scorta di una serie di criteri la presenza dei quali possano far ritenere la correlazione vaccinazione-danno “più probabile che non”.

E pensare che certi professori dovrebbero sapere che, prima di parlare e di scrivere, sarebbe il caso di studiare ed informarsi!

6). Fortunatamente, la tanto vituperata sentenza del Tribunale di Rimini, contrariamente a quanto erroneamente ritenuto dai suoi critici, non è stata certo la prima e (speriamo) non sarà l’ultima non solo ad aver riconosciuto la correlazione tra vaccinazione e danno in generale ma soprattutto tra vaccinazione e quello che viene impropriamente quanto semplicisticamente definito “Autismo”. Negli ultimi anni, infatti, si sono succedute tutta una serie di sentenze da parte della magistratura di ogni tipo: dalla Corte Costituzionale alla Corte di Cassazione, dalle Corti d’Appello (Milano, L’Aquila etc.) ai Tribunali (Milano, Napoli, Livorno, Genova, Busto Arsizio, Ravenna, Venezia, Ascoli Piceno etc.) e, indirettamente, persino TAR e Corte dei Conti.

Evidentemente, anche in questo caso, come relativamente ai progressi scientifici, i “critici” di cui sopra erano troppo distratti da altri interessi per accorgersi di ciò che stava avvenendo. In tal caso, però, non ci si può esimere dal rilevare come sia oggettivamente difficile nutrire una qualche forma di fiducia in soggetti i quali, benché autodichiaratisi “…figure di elevato prestigio dell’Igiene e della Sanita’ Pubblica, della Medicina Generale, della Pediatria territoriale-ospedaliera ed universitaria facenti capo a Societa’ Scientifiche ed Associazioni Mediche…”, si dimostrino così poco attenti al mondo che ruota loro intorno; e pensare che questi dovrebbero essere “i migliori” e che – come oramai divenuto un pessimo uso in questo disastrato Paese, mutuato da certi politicanti – vorrebbero addirittura ergersi a giudici dei giudici!

Perché quindi così tanto accanimento contro una sentenza che non ha detto nulla di più o di diverso da altre precedenti? Probabilmente perché, alla luce della mutata consapevolezza dei rischi collegati alle vaccinazioni in capo a buona parte della popolazione[1], per la prima volta certi “interessi” e certe “certezze” iniziano a scricchiolare; da qui la forte controffensiva messa in piedi negli ultimi mesi dalle multinazionali del farmaco unitamente al Ministero della Salute ed al Servizio Sanitario nazionale per evitare questo continuo “smottamento”.

Riflettendo ancora sulla “violenza dell’intervento” e sul citato “interesse per la vita”, viene naturale chiedersi dove fossero questi luminari quando case farmaceutiche, Ministero della Salute, Agenzia Italiana del Farmaco etc. immettevano frettolosamente in commercio farmaci e vaccini risultati dannosi per la salute[2]; dove fossero quando il nostro Paese disattendeva le raccomandazioni dell’Organizzazione Mondiale della Sanità in tema di sospensione della vaccinazione antipolio a partire dal 2000[3]; dove fossero quando i medici e paramedici vaccinatori non rispettavano le direttive dei vari Piani Nazionali Vaccinazioni relativamente all’obbligo di informare sui possibili rischi correlati alle vaccinazioni; dove fossero quando personale medico e paramedico non effettuava la prevista accurata anamnesi pre-vaccinale; dove fossero quando migliaia di famiglie si recavano dai propri pediatri o presso i vari servizi di Pronto Soccorso per lamentare nei propri figli febbri altissime e persistenti, crisi epilettiche, problemi neurologici, gravi erezioni cutanee, crisi respiratorie, pianto persistente, problemi gastrointestinali, insorgenza di sintomatologie corrispondenti alle forme virali appena iniettate etc. ottenendo, anziché una denuncia di reazione avversa a vaccino, la semplice risposta “non è nulla, gli dia una tachipirina e tutto passa” per poi ritrovarsi a distanza di ore o giorni il figlio esanime tra le braccia oppure gravemente disabile!

Continuando con le citazioni, Oscar Wilde diceva che la necessità di voler (dover) parlare per forza e la mancanza di argomenti validi è sempre fonte di disastri.

In questo caso, si sarebbero potuti risparmiare ogni commento anche se è facile comprendere come in certi ambienti sentano via via franare sotto di loro il terreno; d’altra parte, ogni castello costruito artificiosamente sulle fondamenta instabili della menzogna e dell’ignoranza è destinato a crollare!

Dispiace solo che i mass media, come nel caso di specie la Vostra trasmissione, si prestino a cercare di “salvare” tale castello dal meritato crollo.

Confido che Vogliate consentirci la necessaria replica nell’ambito della Vostra programmazione

Avv. Roberto Mastalia

[1] Uno studio del 2011 commissionato da Sanofi Pasteur MSD, riportato da un articolo di Altroconsumo, ha accertato come oltre il 90% dei soggetti che trattano l’argomento vaccinazioni in internet nell’ambito di forum e social network ne parla in maniera fortemente negativa.

[2] Sintomatica a tal proposito la storia del vaccino MMR in generale e del MMR Morupar in particolare che si riporta qui di seguito.

[3] L’OMS ha deciso da anni la graduale sospensione della vaccinazione antipolio a partire dal 2000. Inspiegabilmente, nonostante in Italia l’ultimo caso di polio sia del 1982, il Ministero della Salute ha deciso di attendere fino al 2003-2004; siamo nel 2012 ed è rimasto tutto invariato!

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Dopo la sentenza del tribunale di Rimini trema la casta italiana dei vaccini

By
Fabio

on 16.04.12 11:07 |

Prima di leggere questo testo, ti consigliamo la lettura dell’articolo: “Vaccini, sentenza del tribunale di Rimini crea un terremoto nel mondo scientifico” (Si tratta della sentenza che ha riconosciuto un indennizzo alla famiglia di un bimbo autistico, che aveva fatto il vaccino…)

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Dopo la recente sentenza del Tribunale di Rimini che è tornata ad associare la vaccinazione anti Morbillo-Parotite-Rosolia [MPR] alla Sindrome di Kanner, meglio nota come Autismo, tornano alla luce i tanti problemi e le tante contraddizioni del nostro Servizio Sanitario Nazionale, ben visibili nel consumo e nell’abuso di farmaci, nelle molte ombre sui vaccini, nei casi di cronaca che hanno sconvolto l’Agenzia Italiana del Farmaco, nella ricerca.

Continue reading Dopo la sentenza del tribunale di Rimini trema la casta italiana dei vaccini.

L’immensa balla del fabbisogno di calcio


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L’immensa balla del fabbisogno di calcio

A cura di Lorenzo Acerra

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video: http://www.youtube.com/watch?v=sDZ3Lj6SKvg 

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Il fabbisogno di calcio per l’essere umano… provate ad indovinare!? È stato inventato dall’industria casearia (che nel 1994 lo portò a 1000 milligrammi al giorno, nel 1997 a 1200, nel 2001 a 1500!). Il fabbisogno reale è molto più basso di quanto si dicesse. Già nel 2007 in tutta Europa è stato riportato a 700 milligrammi al giorno per gli adulti e 400 per gli adolescenti.

Ma già nel 1962 le raccomandazioni per il calcio del FAO/WHO Expert Group erano per gli adolescenti di 350 milligrammi e le donne in gravidanza di 500 milligrammi al giorno. In Cina o in Zambia e in altri paesi in cui la incidenza di fratture ossee era nulla o quasi, le persone avevano un introito di calcio che andava da 250 fino a 400 milligrammi al giorno (Hunt 2007).

Le ossa contengono calcio. Che cosa dobbiamo fare per curare le ossa fragili e malate? Ingerire più calcio? Ma il calcio contenuto nel latte di vacca precipita sulle ossa in modo tale da renderne la struttura rigida e particolarmente fragile. Studi lo confermano: il calcio del latte, poiché è relativamente inassorbibile ed in eccesso, va a creare il problema delle calcificazioni inappropriate sui tessuti molli, legamenti, cuore, etc., perché è lì che quel calcio sedimenta, precipita.

Sono proprio le nazioni che consumano le maggiori quantità di prodotti caseari, gli Stati Uniti, Israele, l’Olanda, la Finlandia, che hanno le incidenze maggiori di fratture ossee. Se il consumo di prodotti caseari veramente aiutava le nostre ossa, ce ne saremmo accorti, almeno negli Stati Uniti, dove il consumo pro-capite di formaggi è passato da cinque chili nel 1970 a undici nel 1990, sedici nel 2006 e oltre diciannove chili nel 2010. E invece l’incidenza di fratture ossee è aumentata in maniera esponenziale negli ultimi quarant’anni.

Considerate questo: 100 grammi di latte materno, destinati alla rapida mineralizzazione dei tessuti del neonato, contengono 33 milligrammi di calcio, mentre la stessa quantità di latte vaccino ne contiene 118 milligrammi, quindi quasi quattro volte tanto. Se accettiamo l’idea che la natura fa tutto per dei buoni motivi, dobbiamo pensare che il latte di mucca dispone di troppo calcio per gli esseri umani.

Quali sono gli effetti negativi di un eccesso di calcio? Ebbene sappiamo che le difficoltà causate dall’uso di carbonato di calcio (usato per svariati anni come antiacido) consistevano in affaticamento, cefalea, nausea senza vomito, scintigrafie ossee anormali, anormali livelli di ormone paratiroideo e insufficienza renale. L’integrazione di calcio oltre i 2.500 milligrammi al giorno ha importanti effetti negativi sull’equilibrio dei minerali nel corpo (Kato 2004). Uno studio pubblicato sull’American Journal of Medicine descriveva un uomo che aveva accettato di prendere come trattamento per i dolori allo stomaco un antiacido a base di carbonato di calcio. Nonostante lo avesse preso tutti i giorni per oltre quattro anni, sul paziente furono riscontrati successivamente numerosi episodi di fratture.

La cosa strana era che il grado di mineralizzazione ossea era davvero soddisfacente. Una Tac però aveva rivelato calcificazioni ai reni (Carmichael 1984). Aumentando negli anni l’utilizzo di carbonato di calcio contro l’acidità di stomaco, i ricoveri ospedalieri per l’ipercalcemia sono passati da un tasso inferiore al 2% nel 1990 a quello del 1993 che era del 12%. Secondo Beall e Scoheld (1995), la condizione di ipercalcemia è reversibile se diagnosticata precocemente. Ma le persone spesso prendono gli antiacidi a base di carbonato di calcio regolarmente per anni, senza considerare i possibili effetti collaterali, come per esempio artriti o danni renali permanenti. Dopo aver riportato tutti questi dati scientifici di cui ci si dimentica spesso, non mi rimane che ribadire che il modello di guarigione più accurato e che ottiene risultati migliori è quello naturale, che si basa sulla fiducia nella natura e che s’interroga sui possibili problemi metabolici o sui sovraccarichi tossici.

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- FAO/WHO Expert Group. 1962. Calcium Requirements. Rome, FAO.
– FAO. 1974. Handbook on Human Nutritional Requirements. Rome, FAO.
– Truswell, S. 1983. Recommended dietary intakes around the world. Report by Committee 1/5 of the International Union of Nutritional Sciences. Nutr. Abstracts Revs., 53: 939-1119.

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Lesbiche? Per lo Stato sono malate / La replica (piccata) del Ministero della Salute


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Lesbiche? Per lo Stato sono malate

Secondo i moduli del dicastero della salute il “lesbismo” è una vera e propria malattia. E non si tratta di una gaffe, ma di una classificazione vecchia di anni che rimarrà in atto ancora per molto tempo a causa dei ritardi burocratici

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di Tommaso Cerno

(05 aprile 2012)

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Per quanto suoni strano, è ufficiale: per lo Stato le lesbiche sono “malate”. Non è l’ultima sparata di Carlo Giovanardi, né lo slogan omofobo di qualche facinoroso dell’ultradestra. Lo mette nero su bianco il modulo “Icd9-cm”, vale a dire l’elenco ufficiale delle patologie e dei traumi varato per decreto dal ministero della Salute. A pagina 514, capitolo 302, paragrafo “0″, è inserito il “lesbismo egodistonico”, classificato dunque a tutti gli effetti come malattia per gli enti pubblici, per l’Inps che sulla base di quegli elenchi certifica disabilità e invalidità, per Comuni e Regioni, ospedali e istituti di previdenza. E così scoppia il caso delle “lesbiche malate”, finora sfuggito perfino ai dirigenti di viale Trastevere. E si annuncia bufera a Montecitorio, fra interrogazioni già firmate dall’Italia dei Valori e proteste della comunità gay, incredula di fronte a quella che suona come l’ennesima discriminazione.
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Nel Paese della burocrazia elefantiaca accade anche questo. Mentre l’Oms (l’Organizzazione mondiale della sanità) ha cancellato l’omosessualità dall’elenco delle malattie il 17 maggio del 1993, in Italia sopravvive in un documento ufficiale quel riferimento alle donne omosex. Eppure la lista è stata aggiornata nel 2007 dall’allora ministro del Pd Livia Turco e poi ratificata, senza correzioni, dal ministro del Pdl Ferruccio Fazio nel 2009. Ma non è bastato.
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ARRIVA LA CONFERMA
Una drammatica svista? Una versione troppo datata? Una bufala? Macché. Basta telefonare all’Inps e domandare: “Scusi, dottore, qual è l’elenco delle malattie che usate per le pratiche?”. Un gentile dirigente conferma che è proprio il famigerato “Icd9-cm”, lesbiche incluse. Stessa cosa negli ospedali. E ancora all’ufficio legislativo della Regione. Fino al dicastero guidato da Renato Balduzzi . Sulle prime all’ufficio del ministro cadono dalle nuvole: “Non è imputabile a noi”, precisano. “Questo è ovvio”. Poi a viale Trastevere partono le verifiche. Si cerca il direttore generale. Si passano al setaccio i decreti. Finché arriva la conferma: “Il “lesbismo egodistonico” è presente nel testo in vigore”, spiegano. La ragione? “Quell’elenco è la traduzione di un documento dell’Agenzia federale americana. Un elenco, in effetti, già decaduto e sostituito da anni a livello internazionale dal modello successivo, appunto “Icd10″, dove il riferimento al lesbismo non c’è più”. Peccato che l’Italia non si sia ancora adeguata al nuovo testo, “perché la procedura è complessa”, aggiungono nell’entourage del ministro.
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Nel frattempo le lesbiche si dovranno tenere la loro malattia di Stato. Ma per quanto? Forse per anni. Non è dato sapere: “Ci stiamo adeguando, ma la tempistica è piuttosto lunga. La nuova classificazione modifica tutto, codici e procedure chirurgiche. Cancella il vecchio sistema e l’intero capitolo 302.0. Difficile dire quando entrerà in vigore anche in Italia”. Impossibile anche l’intervento riparatore in extremis. Un decreto, cioè, che cancelli la malattia di lesbismo in attesa del nuovo testo: “Non sono ammesse modifiche parziali del decreto, solo l’adozione del nuovo elenco Icd10″, precisano al ministero. “Quindi bisognerà aspettare”. Non i dipietristi, però, che già lunedì vogliono sollevare il caso in Parlamento con un’interrogazione di Silvana Mura, mentre il responsabile diritti civili dell’Idv, Franco Grillini, parla di “discriminazione di Stato inaccettabile”.
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OMOFOBIA RECORD
Anche perché fra traduzioni datate e vuoti legislativi, l’omofobia in Italia cresce. E nel 2011 segna un picco record. L’Unar, l’ufficio nazionale contro le discriminazioni razziali della presidenza del Consiglio, nella relazione di pochi giorni fa al Parlamento per la prima volta ha analizzato gli atti di violenza contro gay, lesbiche e trans. Con un primo dato allarmante. Fra le matrici della discriminazione l’orientamento sessuale sale al secondo posto dopo i motivi razziali con il 25 per cento dei casi. Un dato confermato dal Viminale, che dal 2010 ha attivato l’Oscad, l’Osservatorio per la sicurezza contro gli atti discriminatori guidato dal vicecapo della polizia,
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Francesco Cirillo. In un solo anno ha ricevuto 234 segnalazioni, il 40 per cento delle quali costituivano un reato, e ha portato a 32 arresti e 84 processi. E c’è pure un secondo dato preoccupante: “Una volta su quattro è la vittima dell’omofobia a fare la segnalazione, mentre nel 51 per cento dei casi è un testimone che denuncia”, spiegano all’Unar. Ecco che il fattore paura prevale. E che gay e lesbiche, spesso, sono costretti a tenere per sé la violenza e a digerire in silenzio insulti e mobbing. E questo perché spesso i genitori non sanno che il figlio è gay, oppure il problema di visibilità riguarda l’ambiente di lavoro, la scuola, gli amici, la squadra di calcio: “Un fattore che finisce per favorire l’aggressore omofobo, che si sente impunito e agisce quindi contro i gay”, spiegano alla presidenza del Consiglio.
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IL LICEO NON E’ PER GAY
I casi sono centinaia. Nei primi tre mesi del 2012 i telefoni della Gay Help Line di Roma sono diventati roventi. Di pochi giorni fa l’ultimo episodio in un famoso liceo romano. Marco (il nome è di fantasia) è uno studente di 15 anni. Un’insegnante l’ha apostrofato nel bel mezzo della lezione: “Qui non siamo in quelle discoteche da checca che frequenti tu”, ha detto dalla cattedra. Marco è uscito in lacrime e il caso ha fatto il giro della scuola, fino sul tavolo della preside: “All’insegnante è stato chiesto di restare a casa qualche giorno, magari fino a dopo le vacanze di Pasqua. Stessa cosa ha fatto Marco”, rivela un docente del liceo. “Un segnale di attenzione, ma anche un modo per insabbiare un atto che non ha giustificazione”. Anche perché Marco non ha molte via d’uscita. A casa ha lo stesso problema. Mamma sa tutto, papà no. E così deve inghiottire sorrisetti e insulti.
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Non è un fatto isolato. Nell’ultima rilevazione il 5 per cento delle richieste d’aiuto arriva da minorenni e il 74 per cento degli studenti racconta di aver subito almeno un episodio di bullismo omofobico. “Di questi il 36 per cento è avvenuto a scuola”, spiega Fabrizio Marrazzo, presidente di Gay Center che gestisce la linea amica.
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FAMIGLIA SI ANZI NO
Agostino e Ottavio convivevano da otto anni. Poi un giorno Ottavio, 28 anni, si sente male. Esami. Ricoveri. La diagnosi è terribile: linfoma di Hodgkin. All’ospedale Spallanzani, Agostino si presenta alla visita medica con Ottavio e riceve il primo rifiuto. “Il medico m’ha fatto allontanare, dicendomi che io non ero nessuno”, racconta. “Poi ho fatto amicizia con infermieri e medici di guardia. E loro, violando le regole, mi lasciavano passare. Sempre con l’incubo che arrivasse il primario”. Ci s’è messa pure la burocrazia. “Ottavio aveva dodici fratelli, ma nessuno s’è mai visto fra chi era all’estero e chi aveva altri impegni”, racconta Agostino. “Io ero l’unico che lo assisteva, ogni giorno, mentre aveva bisogno di tutto. Al lavoro non mi riconoscevano i permessi, perché non era un mio congiunto, e consumavo le ferie. Al tempo stesso, però, il Comune gli ha negato il sussidio perché nel modulo Isee veniva invece inserito anche il mio reddito”. Con una tragica beffa. Quando Ottavio è morto, la pensione di invalidità non era arrivata. “Io avevo fatto debiti e pagato le spese, come è ovvio. Ma quando arrivò l’assegno, andò ai fratelli”.
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BOTTE O LICENZIATO
Renato ha 22 anni. Lavora in un bar di Foggia. Tutto bene fino a una sera di gennaio quando il titolare origlia una telefonana: “Parlava con il suo ragazzo. Da quel giorno è cominciato un inferno”, racconta l’avvocato Antonio rotulei della rete Lenford, specializzata in diritti civili. “Ha subito insulti, vessazioni e violenze fisiche. Ho visto i lividi con i miei occhi. “O così, o te ne vai”, gli diceva il titolare”. Ma quando fascicoli e prove sono pronti, Renato fa dietrofront. “Renato mi chiese: “Mi garantisce che tutto resterà riservato? Nessuno sa che sono gay”. Io risposi che non poteva esserci la garanzia e così Renato ha rinunciato ad ottenere giustizia”.
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SEI GAY, NON GUIDI
Lo scorso maggio toccò a Cristian Friscina strabuzzare gli occhi di fronte a una lettera dalla motorizzazione di Brindisi. Diceva: “Gravi patologie potrebbero risultare di pregiudizio per la sicurezza della guida”. Con queste motivazioni Cristian si è visto negare il rinnovo della patente. Ma perché? La storia ha dell’incredibile. Alla visita di leva, nel 1999, raccontò ai medici di essere gay. L’Ospedale militare Bonomo di Bari verbalizzò e trasmise alla motorizzazione. Ed ecco che l’omosessualità “fa sorgere dubbi sulla persistenza dei requisiti di idoneità psicofisica prescritti per il possesso della patente”. E così a Cristian, che nel frattempo s’era trasferito a Bologna per studiare, riceve il “no” al rinnovo della patente.
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“FROCIO” DELLA PORTA ACCANTO
Peschiera Borromeo, periferia sud di Milano. Denis ha 38 anni e uno stipendio. Paga 750 euro al mese d’affitto. Mai un ritardo. Finché la ditta entra in crisi: cassa integrazione per 6 mesi, poi licenziato. E con il lavoro se ne vanno pure i buoni rapporti con la padrona di casa: “Cominciarono gli insulti al telefono: “frocio di merda, mi fai schifo”. Minacce ai genitori, l’auto tappezzava di cartelli e allusioni all’Aids”. Ecco che Davide si rivolge a un avvocato, ma dopo sei anni di causa il tribunale di Milano assolve la proprietaria: nel 2012 dire “frocio” non è un’offesa, scrivono i giudici. Sarà. n
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La replica (piccata) del Ministero della Salute

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Ministero della Salute

Orientamento sessuale egodistonico in icd-9-cm: precisazione Ministero salute

Comunicato n. 74 – 05 aprile 2012

In merito all’articolo “Lesbiche? Per lo Stato sono malate” apparso oggi sul sito web del settimanale L’Espresso, si precisa che il codice 302.0 dell’International Classification of Diseases 9 Clinical Modification (ICD-9-CM), ovvero lo strumento internazionale utilizzato per la definizione delle diagnosi e dei traumatismi nei ricoveri (usato in Italia per le Schede di Dimissione Ospedaliera) riporta la definizione di “orientamento sessuale egodistonico”.

L’orientamento sessuale egodistonico, secondo l’Oms, si ha quando l’identità di genere o la preferenza sessuale (eterosessuale, omosessuale, bisessuale o prepuberale) non è in dubbio, ma l’individuo desidererebbe che fosse diversa a causa di disordini psicologici e del comportamento associati.

E’ quindi del tutto evidente che non esiste alcuna classificazione come patologia di qualsivoglia orientamento sessuale: ogni affermazione in questo senso è totalmente infondata.

Il “lesbismo egodistonico” e la “omosessualità egodistonica” (quest’ultima definizione è presente non nell’elenco sistematico delle malattie ma nell’indice alfabetico) sono citati unicamente con lo scopo di indicare che essi vanno ricondotti nella categoria generale dell’orientamento sessuale egodistonico, e quindi identificati con il codice 302.0.

Si precisa che la versione italiana dell’ICD-9-CM recepisce la classificazione internazionale attualmente in uso negli Stati Uniti. Il Dipartimento della Salute del Governo americano ha predisposto l’adozione della nuova classificazione, denominata ICD-10-CM, che entrerà in vigore il 1 ottobre 2013. L’iter italiano di aggiornamento, quindi, sta avvenendo secondo la tempistica ordinaria e senza alcun ritardo burocratico.

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Attenzione ai fast-food, rischiate la depressione


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Attenzione ai fast-food, rischiate la depressione

Hamburger, hot-dog, merendine aumentano del cinquanta per cento la probabilità di sviluppare il disturbo

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E’ confermato: i fast food aumentano il rischio di andare incontro a depressione. Chi mangia prodotti da forno, come merendine, croissant, muffin o ciambelle, e fast food, come panini, hamburger, hot dog o pizze confezionate, ha il 51 per cento in più di probabilità di sviluppare la malattia rispetto a chi non lo fa o lo fa in misura limitata. Lo dice uno studio, condotto dall’Università di Las Palmas della Gran Canaria, in collaborazione con l’Università di Granada, e pubblicato dalla rivista Public Health Nutrition, che riproduce i risultati di una ricerca precedente pubblicata su PloS (quest’ultima, però, aveva segnalato un rischio minore, attorno al 40 per cento). Non solo, ma i nuovi dati sottolineano anche il fatto che esiste una relazione dose-risposta: quanto più si consumano fast food, tanto più si rischia.

SINGLE E LAVORATORI – «Ma anche piccole quantità di cibo – ha precisato Almudena Sanchez-Villegas, autore principale dello studio – aumentano le chance di ammalarsi». I ricercatori hanno preso in considerazione un campione di quasi 9 mila persone non depresse (appartenenti a un gruppo più ampio di 12 mila soggetti dell’area mediterranea coinvolti in un progetto, chiamato Sun Project, dell’Università di Navarra sui rapporti fra cibo e salute mentale) e, oltre ad avere calcolato il rischio di depressione in base all’alimentazione, hanno anche tracciato l’identikit di chi privilegia i fast food. Si tratta frequentemente di single, che praticano poca attività fisica e seguono un’alimentazione scorretta, mangiano, cioè, poca frutta, pesce, verdura e olio di oliva, spesso fumano e lavorano più di 45 ore alla settimana. «Per confermare queste osservazioni – ha commentato Sanchez-Villegas sono necessari altri studi – ma è comunque bene limitare l’assunzione di questi alimenti perché possono incidere non solo sulla salute fisica, aumentando il rischio di malattie cardiovascolari, ma anche sulla sanità mentale».

NIENTE TRANS – Ma quali sono le componenti dei fast food che possono interferire negativamente con il benessere di cuore e cervello? I ricercatori li hanno individuati negli acidi grassi trans (insaturi), contenuti abbondantemente nei cibi incriminati, mentre hanno confermato il ruolo protettivo degli acidi grassi polinsaturi, di quelli monoinsaturi e dell’olio di oliva. E, infatti, la depressione, almeno fino a pochi anni fa (in epoca pre-fast food), era meno diffusa fra le popolazioni mediterranee rispetto a quelle nordiche.

Adriana Bazzi
abazzi@corriere.it

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INCHIESTA L’ESPRESSO – Quanta chimica in quella mela / UNA ALTERNATIVA – Una spruzzata d’ozono per lavare frutta e verdura


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Quanta chimica in quella mela

Frutta che sembra di plastica, peperoni patinati, pomodori tutti uguali. Dalla pianta al frigorifero, passando per i fitofarmaci, sulle nostre tavole i prodotti sono belli e durano tanto. Ma i rischi  ci sono. Ecco quali e cosa fare per evitarli

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di Agnese Codignola

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Una mela, ci pare il più semplice dei frutti. Eppure in quelle che vediamo nelle ceste del supermercato c’è qualcosa di innaturale: come mai sono tutte identiche, lucide al punto giusto, perfette? E come le mele tutto il resto: frutta e verdura sembrano giochi in plastica, privi di difetti, lucenti e omologati. Qualcosa deve essere accaduto nel tragitto dall’albero al carrello. In che modo si ottengono prodotti che sembrano tanto innaturali ma che sono capaci di resistere per giorni dentro al frigorifero come se fossero appena colti? Quanta chimica ci vuole per giungere a quel risultato? E si tratta di una chimica buona o pericolosa?

Bisogna tornare sul campo. Per seguire il destino di questa mela. Che in questi aspetti ha una storia del tutto simile alla fragola, all’arancia, alla pera o alla pesca. Così facendo scopriamo che per arrivare a quel frutto, l’albero spesso è stato trattato con fitofarmaci, che lo hanno aiutato a tenere lontani le erbe infestanti, gli insetti, i funghi, i vermi. E che consentono agli agricoltori produzioni costanti e prodotti, in buona parte, integri. Si tratta di sostanze sottoposte a normative europee che fissano limiti molto rigidi, usate praticamente in tutte le colture non biologiche.

Questi prodotti, sparsi variamente sulle piante o nel terreno, per periodi di tempo più o meno lunghi, si ritroveranno inevitabilmente anche nel frutto. E da anni si discute su quali siano i meno dannosi per la salute e di come e quando debbano essere somministrati. Oggi però l’utilizzo dei fitofarmaci è largamente sorvegliato e le autorità sanitarie hanno potuto disciminare tra quelli che causano malattie anche molto gravi come il cancro e quelli, invece, che sembrano innocui. La questione, comunque è ancora aperta: e il desiderio di mettere in tavola prodotti senza fitofarmaci alimenta il boom del biologico, così come un gran numero di ricerche che puntano a cercare sostituti validi per i chimici.

Come spiega Daniele Spadaro, esperto di tecnologie per la lotta integrata della facoltà di Agraria dell’Università di Torino: “Fino agli anni Novanta in Europa erano permessi circa 800 prodotti tra insetticidi, funghicidi ed erbicidi, ma le normative via via introdotte hanno ridotto il loro numero a 200 circa, eliminando quelli più discussi e facendo sì che i prodotti siano uguali per tutti nei dosaggi. Così a partire dal 2005 si è assistito a un graduale adeguamento delle filiere. Il risultato è che oggi meno del 2 per cento dei campioni analizzati in Italia presenta tracce di agrofarmaci superiori ai limiti consentiti. E va ricordato che questi limiti consentiti, in base alle disposizioni europee, sono comunque molto bassi e inferiori da cento a mille volte rispetto alle dosi che possono provocare danni alla salute”.

L’Agenzia per la Sicurezza alimentare (Efsa9), del resto, di recente ha confermato che le cose in Europa vanno abbastanza bene. Secondo l’ultimo rapporto annuale, relativo al 2009, la conformità ai regolamenti comunitari continua ad aumentare e il 97,4 per cento degli oltre 68 mila campioni analizzati per più di 800 sostanze rientra nell’ambito dei limiti, con un aumento di un punto percentuale rispetto all’anno precedente. Non solo: il 61,4 per cento dei campioni è risultato del tutto privo di residui misurabili.

Ma torniamo alla nostra frutta. Trattata se non biologica, cresce e si avvicina al momento della raccolta. E qui interviene il produttore, che separa il raccolto in base al calibro e all’aspetto in tre categorie principali: quelle un po’ ammaccate, cosiddette di primo prezzo, che finiranno nei reparti dove vince la convenienza, quelle normali, le più vendute, e quelle di alta gamma, che avranno caratteristiche ricercate e prezzi conseguenti. Spiega Marco Hrobat, agronomo e vicepresidente dell’Associazione Nazionale Direttori Mercati all’Ingrosso: “La scelta di vendere prodotti tutti uguali è dettata da logiche commerciali, che la grande distribuzione e non solo quella, negli ultimi anni, ha esasperato. Le mele devono essere lucide, le arance grandi (ma più sono piccole e maggiore è la concentrazione di antiossidanti), le prugne ricoperte da cera e così via”.

Insomma le regole del marketing vogliono che la frutta e la verdura debbano essere per forza sempre più simili a prodotti quasi ideali. Ma per giungere a un simile risultato non basta la selezione: ci vogliono la chimica e la fisica. Spiega Hrobat: “In generale, i trattamenti effettuati dopo la raccolta vanno dal lavaggio alla spazzolatura, all’eventuale aggiunta di prodotti chimico-naturali in grado di proteggere il prodotto da attacchi di funghi, batteri e altre avversità naturali durante lo stoccaggio. Non solo: spesso vengono aggiunte sostanze naturali come la cera o la gommalacca per esaltare l’intensità del colore del vegetale e fargli acquisire così un particolare aspetto lucido e invitante”.

I produttori adottano quindi diverse strategie per conservare frutta e verdura, e per fare apparire la propria merce più invitante. Prendiamo i peperoni: possono essere dolci o piccanti, di piccolo o grande volume, di forma cuboide, conica più o meno regolare, piramidale, allungata o breve, di colore rosso, giallo, verde, bruno o scuro, e in effetti ormai la maggior parte di mercati e supermercati ne offre assortimenti che sono una festa per gli occhi. Tutti, però, se non biologici, sono nati da piante trattate e sono stati lavati e lucidati per bene, al punto che spesso il colore finale è nettamente più chiaro rispetto a quello originario. Una volta sul bancone, poi, è probabile che i peperoni vengano sottoposti a frequenti rinfrescate con apposite nebulizzazioni di acqua, anche perché una volta raccolti non durano di solito più di 15 giorni, cioè tendono ad avvizzire velocemente e devono essere mantenuti giovani almeno di aspetto il più a lungo possibile, soprattutto se il locale del negozio non è adeguatamente refrigerato (fatto che accelera la maturazione).

Subire trattamenti sul “banco” è routine per la gran parte dei prodotti. Come commenta Hrobat: “Per ammaliare l’acquirente e invogliarlo all’acquisto, i supermercati adottano molteplici accorgimenti come l’uso di lampade con luminosità tale da amplificare e far risaltare meglio i colori e la nebulizzazione o l’umidificazione automatica dei banchi, pratica diffusa per mantenere idratato il prodotto, anche se ciò comporta un rischio perché l’acqua può favorire fenomeni di marcescenza e attacchi fungini”.

Frutta e verdura che occhieggiano dal bancone del supermercato ha dunque subito trattamenti chimici nel campo, poi fisici e chimici durante la conservazione e poi ancora fisici nel momento della vendita. Di tutto questo restano tracce che non dovrebbero rappresentare un pericolo per la salute. Ma resta il fatto che molti di noi preferirebbero che la chimica restasse fuori almeno da questi alimenti. Risponde Hrobat: “Il consiglio migliore che si può dare è quello di acquistare dove c’è chiarezza sui controlli, per esempio perché è indicato in etichetta. E poi di rivolgersi a fornitori di fiducia, tenendo anche presente che più la filiera è corta e minori sono i trattamenti necessari. Inoltre il consumatore deve informarsi sulle caratteristiche dei singoli vegetali e non aspettarsi cose che in natura non esistono: per esempio, fragole e ciliegie comunque trattate durano solo pochi giorni, mentre le arance e le mele molte settimane”.

Per chi vuole evitare qualunque rischio e non è diffidente se vede una mela un po’ bitorzoluta e opaca, commenta Spadaro: “Ci sono comunque i prodotti biologici, che rappresentano ormai una fascia importante di mercato e che non entrano in contatto con agrofarmaci. E ci sono quelli derivanti dalla lotta integrata, che alterna trattamenti chimici con metodi fisici e biologici come l’uso di insetti e, soprattutto, che prevede che tali trattamenti vengano fatti non sempre, come avviene nelle colture tradizionali, ma solo in caso ve ne sia una reale necessità. Per questi prodotti, purtroppo, non esiste ancora un’uniformità né un marchio europeo, ma la loro presenza sul mercato sta aumentando sempre di più”.

Infine, la verdura e ormai anche la frutta non sono solo selezionate, ma per chi le vuole anche pulite e pronte per l’uso. Gli italiani amano molto le confezioni pronte, come dimostra il fatto che il loro consumo è in aumento costante e che sono i primi a livello continentale per volumi di vendite, a scapito di quelle fresche ma da lavare. In generale si tratta di prodotti adeguati, però, sottolinea Spadaro, “ogni passaggio che comporta acqua rappresenta un rischio potenziale per la crescita di microrganismi ed è quindi bene assicurarsi che non vi siano rotture del sacchetto o vapore acqueo all’interno, che può indicare l’interruzione della catena del freddo nella lavorazione (vanno lavate a temperature vicino allo 0C), lavare comunque il contenuto e consumarle entro 48 ore”. L’Italia circa un anno fa ha adottato una normativa molto severa su tutta la lavorazione e la commercializzazione di questi prodotti, anticipando leggi europee che per ora non ci sono, quindi anche in questo caso la sicurezza dovrebbe essere in aumento.

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fonte articolo

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Una spruzzata d’ozono per lavare frutta e verdura

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di Sara Della Torre

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In tavola, mele e arance disinfettate e sane. La strada alternativa all’uso di pesticidi passa da Como. E’ un’idea lariana la realizzazione di un impianto ad ozono progettato per disinfettare frutta e verdura, eliminando alla radice l’uso di trattamenti chimici.

«Una mela subisce 20 trattamenti chimici, quando è ancora sulla pianta, e un trattamento nelle celle frigorifere per bloccare il processo di maturazione – spiega Cesare Catelli, laureato in Scienze Biologiche, amministratore e direttore della “Pc Engineering”, pronta a lanciare sul mercato l’impianto – Sono troppe le sostanze chimiche, utilizzate in campo agricolo per la crescita e la conservazione di frutta e verdura». Dunque, l’ozono come via d’uscita all’uso esagerato di pesticidi e come gancio per aprirsi un varco nel mercato. Una soluzione vista di buon occhio anche dalla Comunità Europea, che, in materia, sta stilando una lista di prodotti chimici vietati, perché cancerogeni per la salute dell’uomo.

L’azienda, nata nel maggio scorso e trasferita a Comonext, nel Parco Scientifico Tecnologico di Lomazzo, è costituita da tre persone. «Se la macchina vende, assumeremo personale. Ad oggi, abbiamo due vantaggi: l’utilizzo di laboratori attrezzati e il costante contatto con l’Università agli Studi Insubria di Varese e l’Università della Tuscia a Viterbo». «A Comonext ci sono molte possibilità di contatto e di sperimentazione delle proprie idee. Vorrei che il polo avesse maggiore visibilità, per dare alle aziende insediate qui, più occasioni di confronto con altre realtà innovative». A parlare è Valentina Livio, 36 anni, che lavora per “PC Engineering”, sbarcata a Comonext.

La neo impresa, ad ottobre, ha vinto un premio come idea più innovativa nel settore della logistica e della conservazione di alimenti, in occasione del “Macfrut”, la fiera internazionale di settore, organizzata ogni anno a Cesena. La piccola impresa, nel suo business plan, prevede un investimento di circa 100 mila euro nei primi due anni, con una previsione di fatturato per il periodo successivo di circa 400 mila euro. L’impianto è venduto ad un costo di 10 mila euro e viene proposto alle aziende in sostituzione del costo fisso per l’acquisto di prodotti chimici, valutato attorno ai 5 mila euro annui. Il mercato di riferimento è italiano, dove c’è la più alta percentuale di produttori di frutta e verdura biologica di tutta Europa.

Come reagiscono i potenziali clienti alla proposta di innovare il processo di produzione, in versione “green”? «Quelli attenti alle normative ambientali sono interessati a mettere in cantiere la spesa di acquisto della macchina – conclude Catelli -. Chi fa grossi volumi e lavora sulla quantità è più scettico. La macchina, rispetto ad altre già esistenti, ha una marcia in più: possiamo controllarla in rete e intervenire in caso di cattivo funzionamento. Attualmente le macchine ad ozono sono manuali. Anche l’utilizzo dell’ozono non è nuovo. Ma i grossi colossi industriali chimici ne hanno sempre bloccato l’uso. In questo senso, sappiamo che non sarà facile far passare il nostro prodotto».

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DICIAMOLO PURE AD ALTA VOCE: LA CELIACHIA NON E’ UNA MALATTIA; MA IL RISULTATO DI UNA MODIFICAZIONE GENETICA DEL FRUMENTO

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LA CELIACHIA NON E’ UNA MALATTIA; MA IL RISULTATO DI UNA MODIFICAZIONE GENETICA DEL FRUMENTO

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di Claudia Benatti

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DICIAMOLO PURE AD ALTA VOCE

E’ mai possibile che la diffusione pressoché «epidemica» della cellachia, cioè dell’assoluta intolleranza al glutine che può innescare anche gravi patologie conseguenti, possa essere dovuta ad una modificazione genetica approntata sul frumento? Questa ipotesi non è nuova e su di essa si sono spesso avventati, smentendola con ferocia, i sostenitori delle biotecnologie e dei cibi Ogm. Ma ora, grazie all’intuizione di uno scienziato di esperienza pluridecennale in campo medico, pare possa arricchirsi di ulteriori dettagli, chiarendosi all’opinione pubblica.

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Un frumento nanizzato

Il professor Luciano Pecchiai, storico fondatore dell’Eubiotica in Italia e attuale primario ematologo emerito all’ospedale Buzzi di Milano, ha avanzato una spiegazione di questa possibile correlazione causa-effetto su cui occorrerebbe produrre indagini scientifiche ed epidemiologiche accurate. «E’ ben noto che il frumento del passato era ad alto fusto – spiega Pecchial – cosicchè facilmente allettava, cioè si piegava verso terra all’azione del vento e della pioggia. Per ovviare a questo inconveniente, in questi ultimi decenni il frumento è stato quindi per così dire “nanizzato” attraverso una modificazione genetica».

Appare fondata l’ipotesi che la modifica genetica di questo frumento sia correlata ad una modificazione della sua proteina e in particolare di una frazione di questa, la gliadina, proteina basica dalla quale per digestione peptica-triptica si ottiene una sostanza chiamata frazione III di Frazer, alla quale è dovuta l’enteropatia infiammatoria e quindi il malassorbimento caratteristico della celiachia.

«E’ evidente – ammette lo stesso Pecchiai – la necessità di dimostrare scientificamente una differenza della composizione aminoacidica della gliadina del frumento nanizzato, geneticamente modificato, rispetto al frumento originario. Quando questo fosse dimostrato, sarebbe ovvio eliminare la produzione di questo frumento prima che tutte le future generazioni diventino intolleranti al glutine». E non è da escludere che sia proprio questo uno degli scogli più difficili da superare.

400.000 malati in Italia

La riconversione della produzione, una volta che questa sia entrata a regime e abbia prodotto i risultati economici sperati, diviene impresa assai ardua e incontrerebbe senza dubbio molte resistenze. Di qui la probabile mancanza di interesse ad approfondire una simile ipotesi per trovarne l’eventuale fondamento.

D’altra parte, nessuno ancora ha trovato una spiegazione al fatto che l’incidenza della celiachia è aumentata in maniera esponenziale negli ultimi anni e l’allarme non accenna a rientrare. «Mentre qualche decennio fa l’incidenza della malattia era di 1 caso ogni mille o duemila persone, oggi siamo giunti a dover stimare 1 caso ogni 100 o 150 persone», spiega Adriano Pucci, presidente dell’Associazione Italiana Celiachia. «Siamo dunque nell’ordine, in Italia, di circa 400 mila malati, di cui però soltanto 55 mila hanno ricevuto una diagnosi certa e seguono una dieta che può salvare loro la vita».

In molti sostengono che l’aumento dei casi di celiachia sia una conseguenza del miglioramento delle tecniche diagnostiche, ma la spiegazione non convince, appare eccessivamente semplicistica e riduttiva. Fatto sta che, anziché cercare spiegazioni sulle cause, cosa che permetterebbe di provvedere poi alla loro rimozione, la ricerca oggi percorre direzioni opposte, ipotizzando e sperimentando ulteriori modificazioni genetiche del frumento stesso per «deglutinare», cioè privare del glutine, ciò che ne è provvisto o «immettere» nel frumento caratteristiche proprie di cereali naturalmente privi di glutine.

Il mistero del Creso

A proposito torna alla mente una questione dibattuta qualche anno fa alla quale non è mai stata fornita risposta e che rimane a tutt’oggi un problema apertissimo e attuale: il cosiddetto grano Creso. Nel 1974, all’insaputa dei più, viene iscritto nel Registro varietale del grano duro il Creso. Nove anni dopo, la superficie coltivata a Creso in Italia era passata da pochi ettari a oltre il 20% del totale, con 15 milioni di quintali l’anno per un valore, di allora, di circa 600 miliardi di vecchie lire.

Da una pubblicazione del 1984 si ricavò poi che quel grano era stato «inventato» e sviluppato presso il centro di studi nucleari della Casaccia. Nel lavoro, come ricordò nel 2000 anche il fisico Tullio Regge su Le Scienze, si sottolineava l’efficacia della mutagenesi e l’introduzione di nuovo germoplasma e di ibridazioni interspecifiche.

In sostanza, il Creso era il risultato dell’incrocio tra una linea messicana di Cymmit e una linea mutante ottenuta trattando una varietà con raggi X. Per altre varietà in commercio erano stati utilizzati neutroni termici. In che misura, per esempio, il consumo continuativo di questo frumento può avere influenzato l’organismo di chi lo ha ingerito? Non si sa, né pare che alcuno voglia scoprirlo. Lo stesso Regge si limitò ad affermare che comunque «lo hanno mangiato tutti con grande gusto».

E se la celiachia fosse il risultato di decenni di ripetuti e differenti interventi sulle varietà di grano che sta alla base della maggior parte del cibo che mangiamo? Chissà se a qualcuno, prima o poi, verrà voglia di capirlo.
Note
«Il miglioramento genetico dei frumento duro: bilancio di un ventennio di attività» su L’informatore Agrario, Verona 40, n. 29, 1984, di Bozzini, Mosconi, Rossi, Scarascia-Mugnozza.

Fonte articolo originale: Disinformazione.it

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Vaccino epatite B danneggia il fegato. Che invece dovrebbe proteggere


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Vaccino epatite B danneggia il fegato che invece dovrebbe proteggere

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By
Fabio

on 30.03.12 09:37

“Vaccinare i bambini per l’epatite B è oltraggioso nei loro confronti: la grande maggioranza dei bambini non sono a rischio di contrarre l’epatite, ma sono sicuramente a rischio per gli effetti collaterali del vaccino”
Jane Orient M.D. – 1999

“Tutta la politica vaccinale americana è decisa in base a “legami incestuosi” con le ditte produttrici di vaccini!”
Dr. Jane Orient MD – “VIA”, del 14/06/1999
“I programmi di vaccinazione obbligatoria sono una violazione del codice di Norimberga poichè costringono gli individui a subire un trattamento medico contro la loro volontà, che diventa l’equivalente funzionale di un vasto esperimento completamente senza consenso informato.”
Dr. Jane Orient M.D.

www.drjaneorient.com/cv.pdf“Tutte le raccomandazioni ufficiali americane a proposito delle vaccinazioni sono inquinate senza speranza dall’intreccio di interessi esistente fra le ditte produttrici di vaccini, l’accademia americana CDC.”
Michael Belkin, testimonianza al congresso USA, 18.05.1999

http://www.whale.to/vaccines/belkin.html“Mia figlia Lyla Rose Belkin è morta il 16 settembre 1998 all’età di 5 settimane, 15 ore dopo aver ricevuto la sua seconda iniezione di vaccino di epatite B. Era una bambina vitale, sveglia, di 5 settimane, quando la tenni per l’ultima volta tra le mie braccia. Non potevo immaginare, quando mi guardava intensamente negli occhi con tutta la innocenza e la meraviglia di ogni nuovo nato, che sarebbe morta quella notte”.
Michael Belkin Testimony to Congress. Tuesday, May 18,1999

http://www.whale.to/vaccines/belkin.html

Lyla Rose Belkin died on September 16, 1998
http://www.curezone.com/forums/fm.asp?i=368574

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Vaccino epatite B danneggia il fegato che invece dovrebbe proteggere

di Sayer Ji

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“Secondo la tradizione ippocratica, il livello di sicurezza di una medicina preventiva deve essere molto elevato, in quanto mira a proteggere le persone contro le malattie che essi non possono contrarre”.

Marc Girard, pericoli autoimmuni di vaccino per l’epatite B.

Una nuova sorprendente ricerca pubblicata dalla rivista Apoptosis, indica che il vaccino contro l’epatite B, che è stato progettato per prevenire l’epatite B virale al fegato, provoca in realtà la distruzione delle cellule del fegato.
Nello studio intitolato “vaccino contro l’epatite B induce la morte apoptotica in Hepa1-6 celle,” i ricercatori hanno cercato di “… stabilire un sistema modello in vitro suscettibile di indagini meccanicistiche di citotossicità indotte dal vaccino anti-epatite B, e di studiare i meccanismi di morte cellulare indotta dal vaccino.”

E’ stato scoperto che il vaccino contro l’epatite B ha indotto una “perdita di integrità mitocondriale, induzione di apoptosi, e la morte cellulare” nelle cellule del fegato esposto ad una bassa dose di vaccino adiuvato. Come adiuvante era stato usato idrossido di alluminio, che è sempre più identificato come concausa di malattia autoimmune nelle popolazioni immunizzate.

La scoperta che il vaccino contro l’epatite B provochi danni al fegato (epatotossicità) conferma i risultati precedenti (1999) che il vaccino aumenta l’incidenza di problemi al fegato nei bambini degli Stati Uniti con meno di 6 anni fino al 294% rispetto ai controlli su quelli non vaccinati.

Un altro studio pubblicato sulla rivista Hepatogastroentology nel 2002, ha osservato che la vaccinazione contro l’epatite B è stata statisticamente associata a reazioni gastrointestinali tra cui: epatite, malattie gastrointestinali e alterazioni dei test di funzionalità epatica, in confronto ad altri gruppi di controllo.
Questa, tuttavia, è solo la punta dell’iceberg …

In uno studio illuminante pubblicato nel giugno 2011 sulla rivista Molecular Biology Reports, i ricercatori hanno dimostrato che il vaccino per l’epatite B altera l’espressione di 144 geni nel fegato di topo entro 1 giorno dalla vaccinazione , di cui 7 sono correlati all’infiammazione e al metabolismo.

Gli autori hanno notato:

“Le aziende farmaceutiche di solito eseguono il test di sicurezza sui vaccini, ma tutti i requisiti richiesti dall’Organizzazione Mondiale della Sanità e le farmacopee ufficiali, dipendono dal test di tossicità generale, e quindi lo studio dell’espressione genica per testare la qualità del vaccino contro l’epatite B non viene eseguito di routine.”

Potrebbe l’alterazione del gene-espressione del vaccino per l’epatite B essere un motivo per cui ci sono oltre 60 gravi effetti nocivi per la salute associati al vaccino, come documentato nella rivista peer-reviewed e pubblicazioni di letteratura biomedica, compresa la morte improvvisa del lattante?

Altri potenziali meccanismi d’azione collaterali pericolosi alla base degli effetti del vaccino dell’epatite B, sono i seguenti …

- I Vaccini per l’epatite B possono contenere polimerasi del virus dell’epatite B come contaminante, che può innescare un processo autoimmunitario contro la mielina (il rivestimento protettivo dei nervi) in alcuni soggetti vaccinati.
FONTI: PMID: 16176857 e PMID: 15908138

 

- Il Vaccino contro l’epatite B può indurre la malattia autoimmune demielinizzante attraverso il mimetismo molecolare che esiste tra l’antigene del vaccino, virus di Epstein-Barr virus e mielina umana.
FONTI: PMID: 17630224 PMID: 16295528

Perché i bambini sono vaccinati per il virus dell’epatite B?

Il vero pericolo è che la vaccinazione universale contro il virus dell’epatite B può causare più male che bene. Si tratta in realtà dei più piccoli – i bambini – che sono più a rischio di essere irreparabilmente danneggiati, in quanto il programma vaccinale del CDC richiede la vaccinazione contro l’epatite B alla nascita, 1-2 mesi, e poi di nuovo a 3-6 mesi di età.
La vaccinazione universale per l’epatite B è stata raccomandata per i neonati negli Stati Uniti nel 1991, nonostante i risultati contrastanti di sicurezza. Forse non a caso, la prevalenza di autismo oggi è del 1500% superiore a quella che si verifica nel periodo immediatamente prima della loro introduzione.

Non esiste alcuna cosa come un “epidemia genetica”, nel senso tradizionale ereditabile della parola “genetica”, mentre c’è una cosa come la modifica di un’espressione genica indotta dall’ambiente, come sopra descritto.

In altre parole, gli adiuvanti dei vaccini (ad esempio mercurio e alluminio) e antigeni sono in grado di compromettere profondamente la stabilità dell’infrastruttura genetica da cui dipende la nostra salute.

In base ad una recensione pubblicata su una rivista di Salute e Tossicologia Ambientale nel 2010, nei neonati maschi vaccinati con il virus dell’epatite B prima del 1999, l’incidenza di autismo segnalata dai genitori, era di 3 volte più alta.

Perché prima del 1999?

Il 27/08/99 il CDC, riconoscendo la profonda neurotossicità associata all’uso di thimerosal (organomercurici), ha approvato il primo vaccino thimerosal-free contro l’epatite B. Purtroppo, anche dopo la rimozione del mercurio (che è stato sostituito da un altro agente neurotossico, idrossido di alluminio), la prevalenza di autismo è ancora di diversi punti più elevata di quanto non fosse prima del programma vaccinale sempre più schiacciante del CDC (60 e più vaccinazioni fino ai 6 anni) fino a raggiungere le proporzioni attuali.

Un altro problema evidente con il vaccino per l’epatite B nei neonati è che il virus dell’epatite B viene trasmesso solo attraverso il sangue o liquido seminale da coloro che sono infettati, che sono due vie di esposizione a cui un bambino – non certo uno nato in un ospedale – dovrebbe mai essere esposto, a meno che, naturalmente, la madre non sia portatrice, e quindi trasmettere il virus alla sua prole.

Ma gli ospedali possono e devono effettuare controlli preventivi sulle donne in gravidanza, rendendo quindi inutile vaccinare ogni bambino alla cieca.

Inoltre, non esistono studi randomizzati e controllati che hanno valutato gli effetti del vaccino per l’epatite B durante la gravidanza per prevenire l’infezione infantile, nonostante il fatto che alle donne in gravidanza venga somministrato il vaccino proprio per questo motivo.1

Vi è anche una ricerca che indica che la vaccinazione per Epatite B non garantisce la protezione contro l’infezione, quindi non può rientrare nella categoria di un vaccino che possa prevenire la malattia.2

NOTA: Per ulteriori ricerche sugli effetti avversi delle vaccinazioni, visitare il sito GreenMedInfo.com Archive Vaccine Research.
Per la ricerca sul vaccino anti-epatite, visita la pagina Hepatitis B Vaccine.
1 Cochrane Database Syst Rev. 2011 (3): CD007879. Epub 2011 Mar 16. PMID: 21412913

2 Postgrad J. Med 2006 Mar; 82 (965) :207-10. PMID: 16517803
Questo articolo non è destinato a fornire consigli medici, diagnosi o trattamento. Opinioni qui espresse non riflettono necessariamente quelle di GreenMedInfo o del suo staff.
(tradotto con google)
fonte: http://www.greenmedinfo.com/blog/hep-b-vaccine-damages-liver-it-supposed-protect

Un consumo regolare di cioccolato (speciale) fa dimagrire. Ma gli esperti smentiscono

STUDIO CALIFORNIANO

Un consumo regolare di cioccolato (speciale) fa dimagrire. Ma gli esperti smentiscono

Una ricerca retrospettiva su un campione di mille persone dimostrerebbe la proprietà delle tavolette

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di Emanuela Di Pasqua

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MILANO – Vuoi dimagrire? Mangia cioccolato, ma un poco tutti i giorni. Troppo facile mangiarlo solo ogni tanto: questa la conclusione di una ricerca che farebbe crollare una delle ultime certezze della nostra società, ovvero che il cioccolato magari non fa così male, ma sicuramente è alleato della ciccia. Sul cioccolato vige infatti e ormai da tempo la relatività dei giudizi e siamo allenati a ricevere messaggi di segnale opposto: fa malissimo, anzi no, a volte può fare persino bene, è utile a combattere l’ipertensione arteriosa, fa così e così, dipende dalle dosi, contiene antiossidanti che possono servire a inibire l’effetto dei radicali liberi. Ma la notizia, oggi in home sulla Bbc, che possa addirittura aiutare la linea è quantomeno sorprendente. Il cibo degli dei non solo può uscire vittoriosamente dalla lunga lista degli alimenti nocivi, ma entrerebbe addirittura a far parte degli alimenti salutari e alleati della linea, insieme ad alcuni “colleghi” decisamente differenti come la lattuga, il pesce, il riso e frutta.

LO STUDIO – Lo sostiene uno studio della University of California di San Diego pubblicato su Archives of Internal Medicine in cui i ricercatori hanno condotto lo studio su un migliaio di volontari monitorandone il peso, l’assunzione di calorie e l’indice di massa corporea. Secondo i dati della sperimentazione californiana chi mangia cioccolato con continuità è generalmente più magro di chi lo fa saltuariamente. Nonostante il suo elevato contenuto calorico, la cioccolata conterrebbe infatti ingredienti che favoriscono la perdita di peso. Come insiste molto Beatrice Golomb, alla guida dello studio, l’elemento chiave della ricerca è la regolarità del consumo e la composizione del cioccolato, a prescindere dall’apporto calorico: «E’ la composizione delle calorie e non il loro numero a determinarne l’impatto sul peso». In particolare uno degli ingredienti principali del cioccolato, il cacao, è ricco di epicatechina, che brucia calorie e addirittura migliora la massa muscolare, come dimostrato dalla sperimentazione animale.

MA C’E’ UN GRANDE MA – Ma qualche precisazione è doverosa, prima che i golosi si buttino a capofitto su una tavoletta di cioccolato per un mese scoprendo in ritardo di essere lievitati anziché di essersi snelliti. Come osserva Andrea Ghiselli, ricercatore dell’INRAN (Istituto nazionale Ricerca Alimenti e Nutrizione) di Roma, «Molti studi sul cioccolato sono condotti con cioccolato speciale, ricco di catechine e povero di grassi (esattamente il contrario di ciò che si trova in commercio): le catechine appartengono alla famiglia dei polifenoli, responsabili di effetti positivi sulla pressione sanguigna e sul metabolismo degli zuccheri, oltre che sui livelli di colesterolo ematico. Peccato che il cioccolato commercializzato sia differente e che per avere la stessa quantità di sostanze benefiche occorra normalmente assumere anche chili di grassi saturi». Inoltre gli studi sul cibo degli dei sono di gran moda e c’è una spiegazione. I polifenoli per esempio si trovano abbondantemente in molti prodotti vegetali (cipolle, melanzane, lattuga, uva), ma le ricerche sul cioccolato o il vino sono decisamente più gettonate, forse perché la gente è a caccia di alibi per poter trasgredire. In realtà il cioccolato che abitualmente consumiamo contiene grandi quantità di zucchero e di grassi e finché gli studi restano confinati alle mura dei laboratori è un conto, ma offrirli in pasto al grande pubblico potrebbe avere effetti disastrosi.

ALTRE OBIEZIONI – Va aggiunto che lo studio è retrospettivo (come molti altri studi del resto) e quindi ha una validità statistica tutta da verificare considerato che i ricordi delle persone non sempre sono attendibili. E’ semplicistico infine sostenere che mangiare un alimento faccia dimagrire o ingrassare, mentre sarebbe utile verificare come un alimento si inserisce nel complesso dietetico di una persona. Senza dimenticare mai l’attività fisica. «Se veramente qualcuno confida nelle qualità dimagranti delle catechine – aggiunge Ghiselli – allora meglio che beva il te verde».

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